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INFORM - N. 162 - 2 settembre 2003

RASSEGNA STAMPA

Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2003

Intervista al Ministro degli Affari Esteri Franco Frattini: "La sfida del semestre vale doppio"

Il semestre europeo, certo. Ma anche quello italiano, «perché gestire con autorevolezza i problemi internazionali significa impegnarsi, e molto, anche in Italia». Il ministro degli Esteri Franco Frattini parla, per la prima volta da quando ha assunto la guida della Farnesina, a tutto campo. «Abbiamo un programma ambizioso, ora che entra nel vivo la sfida del semestre di presidenza italiana in Europa, e sarebbe paradossale - dice - non disporre di un piano altrettanto autorevole per i problemi di casa nostra. Ora vedo, finalmente, segnali confortanti e una ripresa forte dell’iniziativa di governo. Silvio Berlusconi ha fatto bene a scendere direttamente in campo. Siamo ad un momento di svolta importante dopo una fase di stallo, possiamo riprendere il cammino sulla strada delle riforme. E anche per Forza Italia...».

D. La interrompo: vorrei capire prima cosa indica la vostra bussola e poi, in concreto, cosa state facendo, sul terreno internazionale, dopo la gaffe d’esordio del presidente Berlusconi al Parlamento di Strasburgo, per lasciare un’impronta autorevole.

R. "Innanzi tutto, la nostra credibilità è sotto gli occhi di tutti e non abbiamo bisogno di recuperare alcunché in Europa o altrove. La bussola? Partiamo dal presupposto che lo shock dell’11 settembre 2001, arrivato dopo soli tre mesi di attività del Governo Berlusconi, ha da un lato cambiato le priorità di tutti i governi del mondo e dall’altro accelerato la necessità di giocare la partita della globalizzazione in modo molto più rapido e pervasivo. Dobbiamo governare una situazione di incertezza continua, ecco il punto. Ricorda il G8 di Genova e il suo tragico epilogo, nel luglio 2001? Sembrano passati anni luce. Il movimento dei no-global sembrava allora avere un consenso crescente nell’opinione pubblica, la logica pareva essere quella secondo la quale la globalizzazione dell’economia va fermata perché aumenta i divari tra i paesi poveri e quelli ricchi. L’11 settembre ha cambiato il corso della storia e le priorità per tutti".

D. Qual è la prima emergenza, anche oggi?

R. "Il terrorismo. Quello sì che è globale, senza confini geografici e tecnologici. E in questo quadro la globalizzazione dell’economia e la cooperazione economica possono essere, se ben gestite, uno strumento importante per ridurre i differenziali di sviluppo e per isolare i movimenti estremisti religiosi. La guerra al terrorismo e l’integrazione nella logica democratica di tutti quei paesi che hanno governi, a partire da quelli dell’area del Mediterraneo, in grado di contrastare i fondamentalismi sono priorità irrinunciabili. Per l’Italia e per l’Europa, che in termini di politica economica deve ricreare le condizioni di sviluppo se vuole giocare un ruolo importante".

D. Ma come si governa, nella realtà, la globalizzazione? In Italia si è acceso un confronto anche aspro su questo punto. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per esempio, ha posto con forza il problema dell’avanzata cinese, già nel mirino degli Stati Uniti. Il protezionismo nei confronti delle grandi economie emergenti, per essere chiari, può essere una scelta?

R. "La risposta alle nuove realtà economiche come la Cina non può essere quella del ritorno al passato dei dazi e dei protezionismi".

D. Allora, stiamo fermi?

R. "Niente affatto. I problemi posti anche da Tremonti sono seri. Il caso-Cina è un fenomeno, sotto alcuni profili, di allarmante aggressività. Il dumping sociale e ambientale è una realtà, inutile far finta che non esista. Serviamoci allora delle regole del mercato ma non chiudiamo i mercati. Usiamo le regole — penso per esempio anche alla giurisprudenza che si va affermando in sede Wto — per contrastare le scorrettezze ma al contempo cogliamo l’opportunità che rappresenta, anche per i nostri imprenditori, un grande paese come la Cina che si sta aprendo al mercato occidentale".

D. Quali saranno la posizione italiana e quella europea al prossimo vertice del Wto?

R. "L’Europa dovrà pretendere il massimo rigore nella lotta alla contraffazione. E dovrà dotarsi di strumenti più forti di controllo alle frontiere mettendo anche più rigore nel controllo degli standard di qualità e sicurezza per i prodotti venduti in Europa. Ma si dovranno anche promuovere gli investimenti in Cina e gli investimenti cinesi in Europa, chiedendo reciprocità da parte cinese nell’apertura del mercato interno e del capitale delle aziende cinesi".

D. Al governo della globalizzazione può essere utile il ritorno di una strategia diplomatica multilaterale?

R. "La crisi irakena ha messo a nudo un’altra crisi, quella del multilateralismo. L’Onu è il caso più emblematico: la sua incapacità nel decidere è un incentivo che favorisce l’unilateralismo".

D. Cosa propone il Governo italiano?

R. "Il rilancio della dottrina multilaterale innanzitutto con una terza e nuova risoluzione che dia all’Onu nuovi compiti in Irak nella ricostruzione e nella stabilizzazione del paese. Ma l’Onu deve essere capace di decidere e dunque dobbiamo rilanciarlo. Da qui la proposta italiana: l’Onu promotore dei valori assoluti e non negoziabili, come quelli dei diritti delle persone, che sono alla base della convivenza civile. Si tratta, insomma, di seminare i valori della democrazia".

D. E la prima sfida per l’Europa?

R. "Una Costituzione che le permetta di funzionare bene e decidere rapidamente con 25 paesi membri e con un mercato allargato di 400 milioni di persone. E poi: un vero rilancio economico sulla base della strategia stabilita a Lisbona fondata su investimenti nelle infrastrutture, ricerca e innovazione".

D. Il patto di stabilità può essere intaccato, in modo da favorire la crescita e battere più rapidamente la stagnazione?

R. "Il patto va confermato. È nella sua applicazione che occorre trovare le necessarie flessibilità, attivando strumenti che non incidano alla fine sull’entità dei debiti pubblici. Infrastrutture, ricerca e innovazione, spesa per la difesa se davvero vogliamo un efficace sistema europeo: sono queste le leve di cui servirsi per puntare sulla crescita".

D. Ma va riformato anche il welfare, altrimenti l’Europa non riprenderà a correre.

R. "Certo. Bisogna attivare anche in sede europea il metodo del confronto aperto con i sindacati. Obiettivo: proteggere le categorie più deboli, gli anziani e i disabili e, aggiungo, coloro che non hanno un lavoro, i giovani prima di tutto. È evidente che si pone in Europa il problema della sostenibilità dei regimi previdenziali".

D. Però una legge vincolante europea non può venire in soccorso. Occorre che ogni paese si faccia carico del problema.

R. "Vero, una legge europea non può esserci. Ma a Bruxelles lavora utilmente un "gruppo di coordinamento aperto" chiamato ad identificare le linee di sostenibilità dei sistemi pensionistici. E poi il governo italiano vorrebbe che la terza parte della Costituzione europea venisse rafforzata, nel senso di mettere più anima e cuore in tema di protezione di anziani, giovani e disabili. È un punto importante".

D. Il Governo italiano, mi sembra di capire, ha molto da proporre, nelle prossime settimane, in sede internazionale. Ma per essere credibili e autorevoli fuori occorre essere credibili e autorevoli anche all’interno. Negli ultimi mesi la maggioranza si è divisa, il Documento di programmazione finanziaria è poco più di un supporto cartaceo, il governo ha perso di incisività, si è parlato di "rimpasti".

R. "Concordo sul fatto che a un forte impegno italiano in Europa e nel mondo debba corrispondere un altrettanto forte impegno in Italia. Programma ambizioso fuori, programma ambizioso tra le mura di casa. Si è autorevoli solo rispettando questa doppia condizione. Però dico anche che in due anni e mezzo di cose ne abbiamo fatte tante: forse ne abbiamo comunicate molto poche ed alcune anche assai male. Abbiamo portato la Russia nell’alveo della Nato, Letizia Moratti ha mandato in porto la riforma della scuola, abbiamo la nuova legge Biagi per il mercato del lavoro, un ramo del Parlamento ha approvato la riforma dei servizi segreti, che ho impostato proprio io, abbiamo i nuovi testi unici sui servizi postali, le norme sulla riservatezza..."

D. Sarà anche vero ma lo spirito della vostra campagna elettorale era quello di un programma di governo che doveva liberare l’Italia dai vincoli inutili e dai nodi irrisolti degli anni ’90. Più libertà di mercato, più iniziativa individuale, più opportunità per tutti, meno pressione fiscale e più crescita economica, risposte eque ed efficienti alla domanda di giustizia dei cittadini. Una società più attiva e un sistema più competitivo, insomma riforme su riforme. Dopo due anni e mezzo sembrate a corto di benzina riformista, bloccati dai veti incrociati che fioccano dentro la maggioranza.

R. "So bene che gli italiani ci hanno votato perché abbiamo promesso le riforme. Ma noi stiamo rispettando il famoso contratto sottoscritto con loro. La riforma fiscale l’abbiamo avviata e la concluderemo come previsto entro il 2006. La legge obiettivo è una realtà, i primi grandi cantieri — pensi al passante di Mestre — li stiamo aprendo. La sicurezza dei cittadini è cresciuta. Registriamo meno ingressi di immigrati clandestini. Lei ricordava prima il tema di un sistema più competitivo e io posso assicurare, come ministro degli Esteri, che questo è un punto decisivo perché la competitività è l’unico strumento che serve ad affermare la presenza dell’Italia nel mondo. Nel momento in cui agli imprenditori chiediamo di investire e rischiare all’estero dobbiamo garantire loro un quadro di regole e di certezze che favorisca l’internazionalizzazione delle imprese. Per questo da luglio abbiamo cominciato ad attivare una rete che, per ciascun paese estero, unificherà le attuali strutture pubbliche (Ice, Camere di commercio, Enit etc.) attorno alle ambasciate italiane, che avranno un ruolo di coordinamento. Sportelli unici per le imprese: 10 già funzionano, a gennaio 2004 apriremo a Mosca. È una riforma strutturale, che i diplomatici hanno sostenuto e stanno ben interpretando alla quale aggiungeremo altre due riforme, quella degli istituti di cultura italiana nel mondo e quella della cooperazione allo sviluppo".

D. Non può negare una fase di stallo, di polemiche interne e di grande incertezza, tanto è vero che i sondaggi indicavano, appena prima della pausa estiva, un calo del consenso nei confronti della Casa delle libertà.

R. "Non nego. C’era bisogno che Berlusconi riprendesse l’iniziativa, cosa che ora è avvenuta. Abbiamo il tempo in questa legislatura per portare a termine le riforme che abbiamo promesso. Un punto è chiaro e assodato: non ci sono alternative a questa maggioranza, a questo Governo, a questa leadership. Ci siamo rimessi in marcia e stiamo mettendo mano alle riforme istituzionali e alla riforma della previdenza. Berlusconi ha riportato il dibattito dentro la maggioranza fuori dalle rivendicazioni di potere di questo o quel partito. Guardi il tema delle riforme istituzionali: le proposte dei quattro "saggi" sono diventate lavoro comune, una base di confronto importante su temi fondamentali. La coesione è stata ritrovata. Umberto Bossi, Gianfranco Fini e Marco Follini possono ritrovarsi in quelle proposte".

D. Nel 2004 ci sono le elezioni europee. Pensate ugualmente di riuscire ad impostare una seria riforma pensionistica? Non potevate agire prima con una politica economica più aggressiva visto che, lo diceva lei prima, lo shock dell’11 settembre aveva cambiato tutte le carte in tavola?

R. "Sull’accelerazione forte in direzione della riforma delle pensioni non c’è alcun dubbio. Uso due aggettivi: strutturale ed urgente. Comprendo bene la delicatezza sociale dell’intervento ma dico anche che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità proprio in vista delle elezioni europee. Quanto all’ipotesi di agire prima osservo che nei mesi passati, nel 2002 per intendersi, abbiamo preferito attendere per verificare se la congiuntura internazionale poteva o no venirci incontro. Ad esempio, in caso di ripresa, avremmo potuto accelerare la riforma fiscale".

D. Una riforma strutturale e urgente per le pensioni: in concreto che vuol dire?

R. "Non spetta a me entrare nei dettagli tecnici. Per fare sviluppo, ha ragione Giulio Tremonti, bisogna fare una riforma strutturale che modifichi la curva della nostra spesa pensionistica e che dia ai giovani più opportunità di lavoro. Ci serve per essere credibili in Europa, credibili sui mercati internazionali, credibili nei confronti degli italiani. Non può essere una riforma finta, deve allungare il tempo di lavoro degli italiani, venire incontro ai più deboli, toccare i privilegi, azzerare le anomalie. La riforma, per essere chiari, deve entrare in vigore da fine 2003 e, personalmente, la vedrei bene dentro la legge finanziaria, una finanziaria di sviluppo".

D. Cosa si aspetta dall’opposizione?

R. "Un confronto serio nel merito dei problemi. Spero non prevalgano le divisioni: sull’Irak abbiamo avuto 4 mozioni dell’opposizione, sulla missione degli italiani in Afghanistan un voto differenziato. Cossutta rivendica il suo essere comunista, ma con Giuliano Amato o Enrico Letta, ad esempio, possiamo confrontarci".

D. Farete le riforme istituzionali a colpi di maggioranza?

R. "Il Centro-sinistra l’ha fatto, noi preferiremmo non farlo. Quando si parla di regole costituzionali sarebbe opportuna una larga intesa. Ma, sia chiaro, non ci faremo bloccare dall’ostruzionismo parlamentare".

D. Insisterete sulla riforma della giustizia? Avevate promesso un riassetto profondo e generale, ma finora vi siete concentrati su leggi e leggine discutibili.

R. "Superate le singole questioni torniamo ora a puntare su una riforma organica della giustizia, capitolo forte del nostro programma. Non vogliamo soffocare o sacrificare l’autonomia della magistratura ma garantire un serio rispetto, previsto peraltro dalla Costituzione, della separazione dei poteri".

D. Lei parlava prima di fase di stallo a proposito della maggioranza. Divisioni e lotte di potere sono emerse anche all’interno di Forza Italia.

R. "La riaffermazione della leadership di governo di Berlusconi si è accompagnata ad una riflessione critica su Forza Italia. Anche questo è stato un passo opportuno e apprezzato, e lo dice uno che non aveva mai fatto politica e che vi è poi entrato perché sentiva che Forza Italia era il partito delle riforme. Sì, dopo la vittoria elettorale c’è stato anche qui uno stallo fatto di tempeste locali, rivalità personali, divisioni. Ci sono state, inutile negarlo, molte sofferenze e Berlusconi ha fatto bene a cancellare le incertezze. Oggi sappiamo che è al lavoro una vera e propria nuova classe dirigente del partito. Lo si vedrà tra qualche a giorno in un seminario di studio a Gubbio". (Guido Gentili)


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