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INFORM - N. 160 - 16 agosto 2003

Migrazioni e letteratura

L’ultimo Premio Nobel indiano, Vidiadhar Naipaul, figlio di emigranti

L’ordine ed il disordine lasciatici dalla scomparsa degli Imperi coloniali, l’ebollizione che se ne è generata nelle società africane, asiatiche, latinoamericane ed austroceaniche, l’uscita da sé nella coscienza, nell’ottica e nella volontà delle popolazioni, e della persona che sottende sempre il fatto collettivo (spazio e persona), le ondate migratorie che coprono ormai tutto il pianeta, ecco la tela di fondo dei quarantacinque anni dello scrivere e del viaggiare instancabile di Vidiadhar Surajprasad Naipaul, Premio Nobel della letteratura. Ora egli vive in Inghilterra, è chiamato Sir, la letteratura inglese contemporanea se lo è annesso quale una delle sue ultime voci mondiali, come l’altra gloria attuale della lingua, lo statunitense Saul Bellow.

Le origini e le vicende di Naipaul si avvolgono nella più recente storia dell’emigrazione indiana. Viene da una famiglia di stirpe brahmana, da certa nobiltà di casta povera in canna, costretta anch’essa ad abbandonare il suo habitat, trasferitasi dall’Uttar-Pradesh nelle Antille inglesi, a Trinidad-Tobago: Gli immigrati si impegnavano a lavorare cinque anni nelle piantagioni, alla fine dell’ingaggio ricevevano un appezzamento di qualche ettaro, o a scelta il biglietto di ritorno in India. Ma il padre di Naipaul si era riscattato dalla condizione di operaio agricolo, era riuscito ad affermarsi come giornalista brahamano sugli organi della stampa locale nella capitale della Colonia, a Port-of-Spain. Era un recupero di classe ed economico a lato della casta che gli aveva permesso di mantenere il figlio Vidiadhar a Oxford, all’inizio degli anni ’50. La tenuta e l’adattamento del giovanetto indiano all’ambiente universitario britannico furono penosissimi. Odiava tutto e tutti; vedeva e sentiva un senso di superiorità dappertutto e vi si ribellava. Era sul punto di suicidarsi, ma un momento prima… tentato dalla vanità di descriversi, si induce a sospendere il folle gesto.

Vidiadhar riuscì comunque a completare gli anni di Oxford e ad occuparsi alla BBC dove animava l’emissione "Voce dei Caraibi". Ritorna a Tobago e si applica a fissare lo sguardo su questa società post-coloniale (Trinidad e Tobago sono diventate indipendenti dentro il Commonwealth) sminuzzata in etnie, razze, classi, meticci, neri, cristiani, musulmani, indù. Gli immigrati e figli e nipoti di immigrati indiani conservano gelosamente le caste.

Escono i romanzi-simbolo di Naipaul, "Il massaggiatore mistico", "Il suffragio d’Elvira", "Michele Street", "Gli uomini di paglia". Lo scrittore affonda il bisturi di una critica a tutto campo sulle società post-coloniali. Le cosiddette nuove élites indigene si riducono a scimmiottare i modelli occidentali dopo aver fatto finta di scomunicarli. Le popolazioni, le masse sono rimaste servili, moralmente deboli. "The Mimic Men" (potrebbe tradursi "gli imitatori") è il libro di Naipaul che evoca una certa spregevole umanità che vuole rimanere servile. Si avverte nelle sue pagine dense e profonde la ridda di un ragionamento aristocratico.

Il guadagno dei suoi libri gli permette di viaggiare e di trascorrere significativi periodi di vita nei paesi più critici e di condensare contatti, corrispondenze, interviste, soggiorni, ospitalità di riguardo ed ospitalità modeste, vivendo con la gente che incontra per caso.

Se la prende anche con le ribellioni cieche, con la violenza subitanea, con le tirannidi tribali. Sintomatici ne sono "Guerriglieri", Alla curva del fiume", "Cuore delle tenebre".

Si immerge nel mondo musulmano. I suoi viaggi in Iran, nel Pakistan, in Indonesia lo inducono ad una duplice visualizzazione dell’Islam: l’Islam dei Paesi arabi o divenuti tali per assorbimento linguistico come l’Egitto e il Nord Africa che arabi non erano; l’Islam dell’Iran, dell’Afghanistan, dell’Indonesia, della Malesia che arabi non sono. Questa divaricazione peserà nell’evoluzione moderna dei Paesi, moltiplicherà le contraddizioni e gli equivoci (lo si vede nel movimento laicista degli studenti iraniani). Naipaul analizza l’integralismo musulmano. Ne sono uscite opere di approfondimento: "Crepuscolo sull’Islam", "Fino all’estremo della fede", "Nevrosi della conversione". Tutto sommato Naipaul non intravede un grande avvenire per l’Islam e tende a disinnescare le profezie di sventura.

I suoi ritorni in India gli lasciano invece nel cuore l’incanto ed il trionfo dell’anima. E’ la culla dei suoi avi. Gli hanno chiesto, reduce da una delle frequenti visite alla Grande Madre, se non avvertisse una attrazione verso l’integralismo induista. Ha risposto: l’Induismo non è una religione con regole precise ma una religiosità.

Quando gli è stato conferito il Premio Nobel il Jury di Stoccolma così lo ha definito: circumnavigatore letterario. Lo scrivere per Naipaul è presa di coscienza di sé e parte della fatica per riempire il vuoto su cui tutti siamo affacciati. Ho cominciato a scrivere, o meglio a pensare a scrivere - confessa - da Chaguanas, il piccolo villaggio natio, "ed ora io sono la somma dei miei libri", conclude in una delle numerose interviste che ha dato recentemente anche alla stampa italiana. Possiede una cultura universale, cita preferibilmente Proust, Balzac, Conrad, Borges, gli inglesi ed i tedeschi del liberalismo classico, ed è informatissimo dell’attualità; è davvero lo scrittore della globalizzazione. Ma è felice di passare i suoi ultimi anni nella campagna inglese come un antico milord. (Alberto Marinelli-Inform)


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