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INFORM - N. 155 - 8 agosto 2003

Discusso dalla XII Assemblea dei Presidenti Agimi l'inserimento degli albanesi nella società italiana e nella comunità ecclesiale

Mons. Petris: l'impegno socio-pastorale della Migrantes per la collettività albanese in Italia

RAVENNA - Si è svolta a Ravenna la XII Assemblea dei Presidenti Agimi-Italia. Una struttura associativa senza scopo di lucro, volta al rilancio ed al consolidamento dei rapporti tra l'Italia e l'Albania attraverso l'attivazione di fattivi progetti culturali, spirituali ed materiali , che è nata Otranto, ai tempi dei grandi sbarchi di massa degli albanesi, nel lontano 1991. Nel maggio di quell'anno venne infatti formulato lo statuto del "Centro Albanese di Terra d'Otranto" che prese il significativo nome di "Agimi". Un termine albanese che il italiano significa "alba". Oggi numerose sezioni dell'associazione sono presenti in Italia, a San Marino e in Albania.

L'incontro, dal titolo " Con e per gli albanesi per un inserimento attivo nella società e nella Chiesa", è stato in primo luogo caratterizzato dall'intervento del Presidente Agimi, Mons. Giuseppe Colavero che, dopo aver ricordato l'importante riconoscimento giuridico ottenuto dalla sezione Agimi in Albania e la recente nascita di un nuovo centro a Faenza, ha sottolineato la necessità di superare il temine integrazione, una parola che troppe volte nel mondo dell'immigrazione diviene sinonimo di assimilazione culturale, e di sostituirlo con il termine inserimento. Una parola che invece aprirebbe la strada alla seconda fase dell'immigrazione e cioè alla positiva contaminazione tra culture, civiltà e religioni diverse. Una realtà inarrestabile e di portata mondiale, quella migratoria, che, per Mons.. Colavero, rappresenta un fattore di arricchimento multiculturale e va affrontata nel segno del rispetto reciproco. " Le migrazioni dei popoli - ha continuato il Presidente Agimi ricordando il difficile percorso dell'associazione che è passata dall'esperienza del maxicentro di accoglienza a forme di integrazioni territoriali e familiari - sono innanzitutto un problema culturale. Non le si può impedire con la forza, la violenza, il pregiudizio, l'emarginazione e il razzismo, ma le si può valorizzare con l'accoglienza, il dialogo e la speranza…. Noi dobbiamo metterci in cammino e migrare in senso politico, culturale, sociale e religioso, se non vogliamo rimanere esclusi dalla storia e lontani da Dio che cammina con il suo popolo". Da segnalare inoltre anche il dettagliato intervento del rappresentante della Caritas Franco Bentivogli che ha illustrato alcuni dati sulla complessa realtà della collettività albanese in Italia. Italia del 10,2%. La maggioranza degli albanesi ha ottenuto il permesso di soggiorno sia per motivi occupazionali, il 59,6% sono lavoratori dipendenti, sia per ricongiungimento familiare (30%) e l'affidamento dei minori non accompagnati. Una cospicua forza lavoro, molto spesso sposata e con famiglia a carico, che viene prevalentemente utilizzata, oltre che nel contesto agroalimentare, nei settori dell'edilizia, della meccanica, delle pulizie e dei lavori stagionali. Da segnalare inoltre il cospicuo numero di albanesi, pari al 16% dei detenuti stranieri, che sono trattenuti nelle carceri italiane. Un significativo tasso di devianza e criminalità, a cui però fa riscontro un positivo radicamento degli albanesi regolari nella società italiana, che ha sicuramente favorito la penetrazione di stereotipi negativi in vari strati della società italiana.

Un problema di immagine, quello della comunità albanese, che è stato ribadito anche dal Direttore Generale della Fondazione Migrantes, Mons. Luigi Petris che, nel corso dell'incontro, ha presentato una dettagliata relazione dal titolo "Impegno socio- pastorale della Migrantes per gli albanesi in Italia". Dopo aver ricordato i nuovi dati della regolarizzazione che potrebbero portare la comunità albanese a superare nel 2003 le 200.000 unità, il Direttore Generale della Migrantes ha infatti sottolineato come a tutt'oggi limitate frange di devianza rischiano di estendere giudizi negativi e categorici a tutta la collettività. Petris, nell'evidenziare come la Fondazione sia fattivamente impegnata ad aiutare i migranti a conservare, sviluppare, riscoprire, difendere e valorizzare la dimensione spirituale e religiosa della loro vita, ha poi ribadito sia l'importanza del dialogo ecumenico ed interreligioso tra i migranti, sia la necessità di portare l'annuncio di Cristo anche tra gli stranieri presenti in Italia. Un dovere, l'evangelizzazione verso i migranti che, oltre un secolo fa, spinse centinaia di sacerdoti a seguire i 4 milioni di italiani che lasciarono il nostro Paese per tentare la sorte in Brasile. Per essi, così come avvenne negli anni del secondo dopoguerra per i nostri connazionali che giunsero in Svizzera ed in Germania, la Migrantes cercò di adottare specifiche pastorali, corrispondenti alle particolari esigenze di culto, fede, lingua e cultura delle varie collettività. Opportunità di fede che ora vengono offerti, attraverso specifici centri, anche alle comunità straniere che vivono e lavorano nel nostro Paese. Secondo il Direttore della Migrantes, al fine di promuovere una solida pastorale in favore degli albanesi, sarebbe inoltre auspicabile un ridimensionamento della diffidenza che al momento divide gli italiani da questo gruppo etnico e uno sforzo comune volto a favorire il superamento delle condizioni di precarietà della comunità. Dopo aver sottolineato il crescente numero di evangelizzatori albanesi che portano la parola di Dio tra la loro gente, Petris ha ricordato come, nel corso degli anni, sia maturata nella Migrantes l'idea di creare uno specifico Coordinatore nazionale per la pastorale degli albanesi che si trovavano sul territorio italiano. Un'azione pastorale organica che nel settembre del 2001 fu affidata, su indicazione del Presidente della Cei, a Don Pasquale Ferraro.

Mons. Petris ha infine illustrato un decalogo orientativo per la pastorale in favore dei migranti albanesi. Un'azione che, oltre a prendere il via fin dalle prime battute dell'esperienza migratoria, dovrà tenere conto del contesto repressivo in cui, soprattutto per quanto concerne l'esperienza religiosa, hanno vissuto gli albanesi delle ultime generazioni. Giovani che, nonostante il difficile passato, hanno comunque evidenziato un crescente interesse per la religione. Un risveglio che avrà una positiva ripercussione sull'educazione civica e l'integrazione sociale della collettività. Secondo Petris bisognerà inoltre lavorare, al fine di combattere le prevenzioni e le prese di posizioni involutive, sia per superare gli atteggiamenti di chiusura della comunità italiana, sia per favorire una netta presa di distanza tra le frange criminali e la comunità albanese che vive nella legalità. In questo contesto sarà infine auspicabile anche una concreta azione che sostenga l'associazionismo albanese e consenta agli immigrati capitalizzare nel Paese d'origine l'esperienza lavorativa, umana e religiosa acquisita in Italia. (Lorenzo Zita-Inform)


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