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INFORM - N. 153 - 6 agosto 2003

Un altro "caso italiano" nell’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Nulla da sperare da questi politici senza cuore e senza coscienza

A pagina 32 pubblichiamo la lettera di un italiano di Sydney, Antonio Bonaventura, il quale, dopo essere vissuto dal 1999 in Australia per accudire ad una zia disabile e trovandosi in condizioni economiche di modesta autosufficienza tali da non dover chiedere nulla ai servizi sociali australiani, ha dovuto spendere 15 mila dollari dei propri risparmi, ed altri ancora se ne accinge a spendere, per contestare un ordine di espulsione dal Paese e poter continuare ad essere di guida e aiuto all’anziana familiare.

E’ un altro "caso italiano" che illustra l’insensibilità del dicastero guidato dal ministro Ruddock, dopo quello recentissimo e ben noto ai nostri lettori circa l’ordine di deportazione nei confronti di Francesco Madafferi di Melbourne, rinchiuso nel centro di detenzione di Maribyrnong, dopo 14 anni di condotta irreprensibile e di onesta vita lavorativa in Australia, dove era giunto con un visto turistico ma ha sempre cercato di regolarizzare la propria situazione essendosi intanto formato una famiglia con moglie e quattro figli cittadini australiani.

L’unica via che resta, e che si può consigliare, al lettore di Sydney è, economicamente potendo, di continuare a battersi per un suo elementare diritto umano in sede giudiziaria con un ricorso alla Corte Federale e cercare di vincere la brutale ostilità, sconfinante in un’irrazionale empietà, di cui ormai si vanta e si macchia la branca amministrativa della politica immigratoria del governo australiano, e di riflesso il governo stesso.

L’unica ed ultima speranza di decente trattamento e considerazione per le vittime quotidiane del Dipartimento d’Immigrazione, siano liberi migranti o profughi chiedenti asilo, resta con le autorità giudiziarie che, va detto a loro onore, stanno dimostrando di tener testa per quanto possibile alla mentalità, alla volontà ed ai disegni di un ministro e di una burocrazia con conturbanti tratti di sadismo ufficialmente consacrato, indegno di un Paese civile. Non altrimenti si spiegano, non tanto questi due "casi italiani" appena emersi quanto quelli ancora più sconcertanti delle interminabili cronache giornaliere di una crudeltà istituzionalizzata ed elevata a sistema. Casi di sconvolgente disumanità che, a forza di venire ripetuti sui media nazionali, sembrano ormai avere desensibilizzato l’opinione pubblica. Dai minori dietro il filo spinato nei campi di detenzione per clandestini, la cui traumatizzante incarcerazione il Tribunale della Famiglia dichiara "illegale", allo smembramento di famiglie con la deportazione di alcuni componenti e il permesso temporaneo di residenza per altri, alla separazione forzata di minori da uno o l’altro dei genitori internati, alla "suprema sentenza ministeriale" dei giorni scorsi secondo cui il nascituro di una clandestina russa colpita da ordine di deportazione e rinchiusa nel centro di detenzione di Villawood a Sydney nelle ultime settimane di gestazione, "non sarà un cittadino australiano", quindi da deportare insieme alla madre, nonostante sia il frutto di un’unione con un cittadino australiano. Da questa Australia del 2003, duecentoquindicesimo della fondazione dell’Australia colonia penale, si deportano anche i nascituri.

Ma un caso individuale ancora più orripilante in una democrazia è stato quello della morte per tumore, durante la carcerazione nel centro di detenzione di Maribyrnong a Melbourne, lo scorso 19 giugno, del profugo vietnamita condannato alla deportazione Quoc Kinh Phung, un ex tossicodipendente vissuto in Australia per 25 anni, da quando ne aveva 13, con genitori e sorelle residenti in Australia, marito di un’australiana e padre di due figli in tenera età. Dopo un quarto di secolo di residenza legale nel Paese, il ministro Ruddock ne aveva ordinato la deportazione per "ragioni di carattere": aveva commesso una serie di furti per sostenere la tossicodipendenza fino ad una fase di recupero nel 1996. Ormai spacciato, gli è stato vietato di trascorrere gli ultimi giorni di vita con la moglie e i figli. Il cappellano cattolico del centro di detenzione, il gesuita Padre Peter Norden, ha commentato: "E così Ruddock non ha potuto deportare Phung in Vietnam, il Paese di nascita dell’infelice lasciato 25 anni fa, ma ha spremuto l’ultima goccia di sangue da un uomo che per tanto lungo tempo era stato un residente in pianta stabile dell’Australia". Ci sarebbe da aggiungere che il responsabile di simile trattamento a un cane malato sarebbe stato passibile di denuncia all’autorità giudiziaria da parte della società protezione animali.

Ai perseguitati d’ogni nazionalità e provenienza, inclusi i casi noti e ignoti di italiani, in questo ignobile sistema non resta che da sperare in ultima istanza nella giustizia dell’altro mondo, e limitatamente nell’ordine giudiziario australiano.. Perché l’ordinamento politico, nella sua quasi totale interezza dal governo liberale-nazionalagrario all’opposizione laburista, è fermo e compatto nell’indifferenza al dolore dello straniero più sfortunato e povero, si ritrova d’accordo sulla stessa linea di grettezza ed egoismo gabellata per "difesa degli interessi nazionali" (un’ipocrisia che grida vendetta dinanzi al tribunale della Storia). Lasciamo stare i conservatori al governo, che in perfetto carattere i loro grandi sforzi di umana solidarietà li sanno fare prontamente con interventi nella guerra in Iraq o nella guerra civile delle isole Salomone o in vicine aree di primario interesse strategico ed economico. Ma non c’è stato neppure uno che fosse stato uno dei parlamentari federali del Partito laburista, il presunto partito della solidarietà umana e della giustizia sociale, ad alzarsi per muovere un appunto al governo, per presentare un’interrogazione o denunciare gli episodi di inciviltà e spietatezza, le atroci sofferenze inflitte ad esseri umani tra i più vulnerabili, disperati e indifesi. Non c’è nulla da sperare da questi politici senza cuore e senza coscienza. Che però vengono scelti, eletti, confermati e sostenuti dal popolo. Regolarmente, democraticamente. Non è certo la visione più esaltante di democrazia. (Nino Randazzo-Il Globo/La Fiamma)

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