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INFORM - N. 151 - 4 agosto 2003

Su "Il Globo di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney una intervista di Nino Randazzo

Amato: "Anche all’Australia mano tesa dell’Unione Europea"

MELBOURNE - Come annunciato, il senatore Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione per la Costituzione dell’Unione Europea, già due volte presidente del Consiglio dei ministri italiano e costituzionalista di statura internazionale, è in Australia per una serie di conferenze all’Università di Melbourne e, a Sydney, all’Università del New South Wales sul tema della nuova Europa nella sua dimensione istituzionale interna e nei suoi rapporti col resto del mondo. Ieri a Melbourne, accompagnato dall’ambasciatore d’Italia a Canberra dott. Dino Volpicelli, il senatore Amato ha rilasciato a questo giornale un’intervista, di cui si riproducono qui di seguito i brani salienti.

Lei in un’occasione ha detto, o scritto, che, quando era più giovane, a quelli della sua generazione l’Unione Europea voleva dire "speranza" di sviluppo economico, di lavoro e di pace. Poi, invece, ha cominciato a voler dire "paura", paura degli anziani che vedono scricchiolare le istituzioni alle quali si appoggiano, paura dei giovani che non vedono opportunità di lavoro, paura etnica davanti a un’Europa allargata ai Paesi dell’Est. E’ ancora della stessa opinione?

Questo sentimento di paura in Europa negli ultimi anni è cresciuto molto. C’è stata la caduta dell’economia di questi anni. L’Europa era cresciuta straordinariamente bene fino agli Anni ’80. Poi, un po’ per fare l’euro abbiamo dovuto stringere la cinghia, abbiamo dovuto assestare i bilanci pubblici e abbiamo dovuto mantenere un livello alto di pressione fiscale. E quindi c’è stata, se non una riduzione del benessere, una sensazione di timore e di maggiore difficoltà.

Destinata a durare?

Per ora esiste, e quindi dura. In più c’è la pressione della globalizzazione, cioè la concorrenza che viene da altri Paesi, prodotti che facevamo noi e che ora importiamo, posti di lavoro che si sono persi. E in più, credo. una paura etnica, i fenomeni migratori, non così intensi come qualcuno sostiene. Tutto sommato l’Europa continua a ricevere una quantità di immigrati molto inferiore a quella che si dirige verso gli Stati Uniti. Però arrivano in società che sono meno abituate di quella americana al mescolarsi di razze ed etnie diverse. E quindi c’è la paura, in comunità tradizionalmente chiuse, di sperimentare la diversità. Questo crea una serie di problemi, e questi problemi, come spesso succede, per il semplice fatto di capitare in Europa, finisce che molti di attribuiscono all’Europa. E l’Europa, come tale, diventa responsabile di cose che magari non ha fatto, di colpe che non ha, mentre al contrario può risolvere i problemi accennati. Il nostro sforzo è di fare capire oggi agli europei che di molti di questi problemi l’Europa non è la causa, ma può essere la soluzione.

Una duplice domanda: 1) che cosa può significare, che impatto può avere l’Unione Europea sulla lontana, fisicamente lontana, Australia; e 2) è mai ipotizzabile qualche accordo, qualche legame formale di cooperazione dell’UE con l’Australia, pur sempre un pezzo d’Europa in un mare asiatico, così come stabilito, ad esempio, con Paesi dell’America Latina?

Non c’è dubbio. L’Europa, da questo punto di vista, esiste già con una individualità e una potenzialità superiore a quella che ha nella politica estera puramente politica. Mi riferisco, invece, alla politica estera economica e commerciale. Su questo terreno l’Europa è forte, ha una grande capacità di negoziato, ha una sua capacità di penetrazione. Indiscutibilmente noi possiamo, come già abbiamo fatto con l’Australia e con altre parti del mondo, nell’ambito di accordi quadro riuscire a definire delle linee che riguardano prodotti, scambi, mille possibilità di vita economica comune. Questa è la parte più sviluppata di quello che l’Europa è in grado di fare.

Lei, che una volta ebbe a dire che chi ha una fede religiosa ha una marcia in più, come spiega il rifiuto di incorporare il richiamo alla radici cristiane dell’Europa nella Costituzione europea elaborata dalla Convenzione di cui lei è vicepresidente?

Quasi quasi lo spiegherei con quella marcia in più, che io riferivo non a questa o quella religione, ma al valore positivo che possono avere le fedi religiose nello sviluppare quei sentimenti di tolleranza e di comprensione reciproca di cui hanno più bisogno di altre le società in cui hanno bisogno di convivere persone di etnie diverse. Ed è di queste società il dovere di dare grande valore ai sentimenti religiosi, cosa che la nuova Costituzione europea fa, ma senza riferimenti specifici a questa o quella religione.

Secondo lei, il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea darà un sostanziale contributo al potenziamento degli organismi comunitari europei, oppure rischia di essere un passaggio rapido, controverso e controproducente, appunto per le tensioni politiche interne dell’Italia?

Noi italiani ora, proprio a causa delle nostre tensioni interne, enfatizziamo questo semestre come se fosse un settennio. Ma è appena un semestre. Sei mesi passano presto e non hanno un'importanza così determinante per il futuro, né dell’Europa né del mondo. Perché in sei mesi solo il Padreterno, che ha creato il mondo in sei giorni, potrebbe fare molte cose. Ma gli esseri umani non possono fare molto. La principale responsabilità che avrà l’Italia in questi sei mesi sarà quella di portare in porto la Costituzione europea, che dovrà essere approvata dalla conferenza dei capi di Stato e di governo. E vedo che ce la sta mettendo tutta per farlo. Mi auguro che ci riesca.

Lei, come parlamentare e come dirigente della Fondazione Italiani/Europei, si colloca nell’area del movimento socialista riformista. Quale impatto sta avendo in questo momento il movimento riformista, di cui lei è uno degli esponenti più in vista, in ambito europeo e in ambito italiano, in contrapposizione alle forze conservatrici?

Le potenzialità sono enormi, perché, se io rifletto su quello che si chiede all’Europa di fare nei prossimi anni, di saper mantenere il livello di benessere raggiunto, di saper conservare non solo capacità di crescita, di giustizia sociale, lotta all’esclusione, protezione dei diritti, se è questo che all’Europa si chiede di fare, non soltanto al suo interno ma anche nella politica estera rispetto al resto del mondo, debbo concludere che questi sono i compiti tipici della politica riformista. Noi, con questa Costituzione europea, abbiamo dato delle leve ad una politica riformista. Ora tocca utilizzarle.

Pensa che Romano Prodi alla fine tornerà a capeggiare una coalizione d’alternativa in patria? E quali le sembrano essere le prospettive elettorali del centrosinistra italiano per le europee dell’anno prossimo e le consultazioni nazionali del 2006?

Oggi sono prospettive migliori di quelle che potevano un anno fa. E’ un dato di fatto che fino all’anno scorso nei sondaggi il centrosinistra era minoritario. Nei sondaggi degli ultimi mesi il centrosinistra è addirittura maggioritario. Cioè, non solo competitivo ma addirittura maggioritario. Credo che questo sia dovuto soprattutto alle divisioni che da qualche tempo si vedono vistosamente nel centrodestra. E gli italiani sono soprattutto infastiditi dalle divisioni dei partiti delle coalizioni alle quali hanno affidato il governo del Paese. Noi perdemmo le elezioni del 2001 per queste ragioni. E’ possibile che per le stesse ragioni le perda il centrodestra. Quindi, al momento io sono piuttosto fiducioso. detto questo, Romano Prodi rappresenta un punto di riferimento talmente utile che al momento io ho l’impressione che il solo fatto che si faccia il suo nome per la guida della coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni, sia molto significativo e ci trova tutti d’accordo.

L’economia italiana è in una fase di ristagno. Ci sono i presupposti di una ripresa?

Di una ripresa immediata, no. Il ristagno non è solo italiano, ma europeo e internazionale, Stati Uniti inclusi. E’ una crisi che non finisce in un giorno. Durerà.

Per passare ad una situazione di casa, c’è secondo lei uno sbocco alla tensione odierna, allo scontro istituzionale governo-magistratura, o la giustizia è destinata a restare la croce del Paese?

Non è l’unica croce. I problemi delle giustizia il Paese è in grado di affrontarli se la temperatura è abbastanza bassa, perché è un settore delicatissimo. Noi purtroppo tendiamo sempre ad affrontarli ad una temperatura che è più o meno quella di questa estate italiana, ad una temperatura africana. E la temperatura africana non aiuta a risolvere i problemi.

Infine, un suo giudizio sulle prospettive, sul valore e sul peso della partecipazione degli italiani all’estero alle consultazioni politiche con il voto per corrispondenza, la loro circoscrizione elettorale e la loro rappresentanza parlamentare diretta dalle prossime elezioni.

Io sono stato sempre favorevole a che gli italiani all’estero potessero votare. Noi abbiamo una peculiarità, non si se unica ma di sicuro nostra rispetto ad altri gruppi etnici: che i nostri italiani sono all’estero numerosi e mantengono le caratteristiche di una comunità fortemente legata al Paese d’origine. Non soltanto le prime generazioni, ma anche le seconde generazioni. Quindi, estraniarli dalla comunità nazionale italiana in occasione del voto sarebbe privarli di una parte della loro vita, perché la loro vita è anche quella di italiani. Non sono soddisfatto del modo in cui questa cosa sta avvenendo per ora, perché la partecipazione si sta rivelando ancora insufficiente.Non so se questo accada per ostacoli burocratici, per difficoltà di raggiungimento degli elettori. Siamo in condizione di fare di più.

Citiamo anche qualche altra osservazione parecchio interessante, estrapolata dal colloquio col senatore Amato. In particolare questa:

"Non è vero che il futuro è senza lavoro. Sono senza lavoro i Paesi che consentono alle corporazioni di tenere nelle loro mani, con la complicità dello Stato o degli organi locali, le chiavi dell’accesso al lavoro e di filtrare con parsimonia gli ingressi per tutelare i loro redditi, si tratti delle corporazioni dei farmacisti o degli avvocati o degli stessi magistrati. Sono senza lavoro i Paesi che consentono alle burocrazie di regolare con tanta conservatrice minuzia le attività economiche da punire chi vuole farsi strada innovando o lavorando di più. Sono senza lavoro, e mettono anche a rischio la solidità delle istituzioni sociali, i Paesi che fanno gravare sulle imprese la previdenza e la sanità degli stessi redditi medio-alti, invece di spingere i titolari di questi redditi a destinare il loro risparmio più a quei bisogni essenziali e meno ai consumi opulenti. Sono soprattutto senza futuro di lavoro quei Paesi che non fanno della formazione dei giovani e dell’aggiornamento educativo degli stessi adulti il primo e più importante dei loro investimenti. Non lo statalismo, non la burocratizzazione della società e dell’economia, non la pretesa di pianificare ciò che ciascuno può e deve quindi decidere per sé. Proteggere chi non ha gambe per camminare, ma promuovere la responsabile assunzione del proprio destino da parte di chi è, o avremo messo in grado di, camminare da solo".

Non per nulla Giuliano Amato è stato definito "il dottor Sottile". Non per nulla in un’occasione il suo vecchio compagno di partito Gennaro Acquaviva ebbe a dire: "Amato ha il difetto di credersi il migliore di tutti e il pregio di esserlo veramente". (Nino Randazzo, direttore de "Il Globo")

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