* INFORM *

INFORM - N. 150 - 2 agosto 2003

RASSEGNA STAMPA

Corriere della Sera, 2 agosto 2003

Intervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini: "Pari dignità tra Europa e America. Entro l'anno la Costituzione Ue"

ROMA - L'Italia è alla guida dell'Europa da trentatré giorni: quanto basta, dice il ministro degli Esteri Franco Frattini, per tracciare un primo bilancio positivo. Ma prima di entrare in argomento il titolare della Farnesina ha un cruccio, che riguarda l'editoriale scritto da Sergio Romano sul Corriere di giovedì: «Francamente quell'articolo contiene delle critiche abbastanza superficiali al presidente del Consiglio, perché definire un vertice come quello di Pratica di Mare alla stregua di una festa di luci e suoni, detto da un ex ambasciatore a Mosca, è davvero sorprendente. Quanto all'aspetto più importante di questo mese di presidenza europea, credo sia l'avere marcato il convincimento dell'Italia che l'Europa deve avere una presenza forte sulla scena internazionale» .

D. Per la verità l'articolo di Sergio Romano mi trova d'accordo, laddove sottolinea come non risulti che Silvio Berlusconi abbia portato nei suoi recenti viaggi a Washington e a Mosca alcune istanze cruciali dell'Europa che presiede. Per esempio il presidente del Consiglio non ha ripreso, almeno pubblicamente, le osservazioni fatte da Tony Blair davanti al Congresso Usa sull'auspicabile maggiore disponibilità americana «ad ascoltare l'Europa e non limitarsi ad esercitare la leadership»...

R. «Benissimo, ma per dire questo non c'era bisogno di sbeffeggiare un vertice di grande importanza come quello di Pratica di Mare. Effettivamente queste cose Berlusconi non le ha raccontate pubblicamente ma le ha dette. Uno dei temi importanti di cui si è parlato con Bush è stato quello della volontà dell'Europa di essere più fortemente impegnata nel monitoraggio della Road Map e nella ricostruzione socio-economica della Palestina. Con Putin si è parlato della preparazione del vertice euro-russo dell'inizio di novembre, e anche questo è un tema tipicamente europeo al pari di quello del partenariato strategico in materia di circolazione delle persone e dell'incremento commerciale per aiutare l'avvicinamento della Russia all'Europa. Se qualcuno immagina che i temi europei debbano essere affrontati in spirito antagonistico, allora è sbagliato l'approccio. Io credo che il presidente del Consiglio, che compiva quei viaggi come capo del governo italiano e non come presidente di turno europeo, abbia affrontato temi tempestivi e ora ne parlerà con i partner europei».

D. Andiamo oltre. Lei tracciava poco fa un bilancio positivo di questo primo scampolo di Semestre, eppure è difficile dimenticare il tempestoso debutto di Berlusconi a Strasburgo. Crede che quell'episodio sia oggi interamente superato?

R. «Io sono convinto che nessuno ci pensi più, ne ho avuta assoluta conferma nei miei incontri. E' divertente piuttosto che in Italia ci sia invece qualcuno che vuole tenere vivo il tema: mi riferisco alla trovata di Folena che vuole candidare Schulz nelle liste Ds al Parlamento europeo».

D. Ma certe acque sembrano ancora agitate, ora c'è stata la bordata dell'Economist...

R. «Trattandosi di vecchio e già noto materiale ricomposto per costruire l'articolo in questione, evidentemente non è un dovere di informazione a cui si assolve. C'è piuttosto una strategica volontà di costruire intorno al presidente del Consiglio italiano e ora presidente dell'Unione una immagine negativa. Rispetto a questa strategia credo che Berlusconi abbia fatto bene a dire che quell'articolo lo leggeranno i suoi legali per le iniziative conseguenti. E soprattutto noi vogliamo essere giudicati dai fatti e dai risultati che la presidenza italiana produrrà».

D. Sulla presidenza italiana pesano crisi internazionali tuttora aperte. Sappiamo che in Iraq le cose non vanno troppo bene, quale è la sua ricetta per la stabilizzazione?

R. «Esiste un obiettivo condiviso da tutti: permettere al popolo iracheno di rientrare il più rapidamente possibile in possesso del governo del proprio Paese in un contesto ormai libero dalla dittatura di Saddam. Nei miei incontri con personaggi membri del Consiglio governativo e molto diversi tra loro come Pachachi e Talabani ho riscontrato una volontà comune di lavorare per un processo che deve coinvolgere l'intera comunità internazionale. Per questo serve un maggior coinvolgimento dell'Onu sulla base di quanto già deciso oppure attraverso una nuova risoluzione, e serve un più forte impegno dell'Europa nei settori della vita sociale e della ricostruzione dello Stato. Dobbiamo però evitare di dare agli iracheni una «nostra» ricetta, il nostro compito è piuttosto quello di aiutarli a riscoprire le loro tradizioni e la loro storia in una cornice di recuperata libertà. C'è in più la possibilità dell'impiego della Nato che l'Italia, a titolo nazionale, appoggia. Peraltro negli aspetti di peacekeeping si può positivamente impegnare anche l'Onu: alcuni Paesi lo chiedono, non c'è rigidità su questo e l'Italia certamente sarebbe favorevole».

D. Sono state riassorbite, quelle divergenze tra europei che investono l'impostazione dei rapporti con gli Usa?

R. «Oggi prevale la volontà di sottolineare i valori che possono unirci, tra europei e tra europei e americani. Giudico negativamente la visione di un mondo multipolare laddove gli Usa sarebbero un polo e l'Europa un altro, sostanzialmente antagonistico. Il concetto sul quale dobbiamo insistere è invece il multilateralismo, convincendo gli Usa che con un simile approccio i risultati sono migliori. Serve dal punto di vista europeo un "multilateralismo efficace" che abbia volontà e mezzi per superare lo stallo, soltanto allora potremo indurre gli Usa a tenere nella giusta considerazione il soggetto Europa e non singoli Paesi europei più o meno amici. Il punto è la pari dignità politica tra Europa e Usa».

D. Vede con ottimismo gli sviluppi in Medio Oriente? E la questione Arafat, è ancora aperta?

R. «Il mio è un ottimismo vigilante. Sono stati compiuti passi avanti da entrambe le parti, ma non siano ancora al traguardo. Tra l'altro ci sono aspetti, per esempio quello del monitoraggio, nei quali noi chiediamo ai nostri amici americani una rivalorizzazione del ruolo europeo. Quanto ad Arafat egli resta il presidente eletto dei palestinesi mentre Abu Mazen è il premier operativo, che non a caso è andato da solo a Washington e il 25 prossimo verrà da solo a Roma. Berlusconi ha già detto di non avere difficoltà ad incontrare Arafat, non so quando avverrà ma è chiaro che servono formule pragmatiche per evitare che la questione degli incontri occupi troppo spazio. Questa è una posizione largamente condivisa in Europa».

D. La Conferenza Intergovernativa aprirà i battenti il 4 ottobre. Quale sarà la strategia della presidenza italiana?

R. «La Costituzione europea rappresenta una assoluta necessità. Tenteremo dunque di fare un passo avanti rispetto al progetto di Giscard d' Estaing, ma soprattutto difenderemo il risultato che è stato già raggiunto. Alla fine ci sarà il successo dell'Europa o la sconfitta dell'Europa, non dei singoli membri e delle loro rivendicazioni. Mandare a votare i cittadini nel 2004 senza una Costituzione darebbe ai popoli europei un segnale grave di sfiducia e di scetticismo. Compito dell'Italia è impedire che ciò accada, e credo che un accordo politico globale si possa raggiungere per la fine del semestre».

D. Parliamo di immigranti clandestini: è ancora rigido l'embargo sulle armi che secondo Tripoli favorisce il loro transito dalla Libia?

R. «L'Europa ha mandato in Libia una prima missione ispettiva in maggio e ne manderà una seconda in settembre. Si tratta di individuare i materiali non strategici che possono servire a Tripoli per meglio controllare il flusso migratorio. Mi sembra una via promettente, e naturalmente la presidenza italiana si batterà perché l'immigrazione clandestina diventi davvero una questione europea». (Franco Venturini)


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