* INFORM *

INFORM - N. 147 - 29 luglio 2003

Le mezze verità e la nuova visione del mondo. Comites, la controriforma

Marco Fedi (CGIE): "È necessario che anche in Australia, come nel resto del mondo, si possa finalmente procedere all’elezione diretta dei Comites, importanti ed insostituibili strumenti di democrazia rappresentativa"

SYDNEY - Ne ha parlato a Sydney la Filef. Nella Town Hall di Leichhardt si è parlato di nuovo ordine mondiale. Un nuovo ordine mondiale che ci viene proposto ogni giorno e che parte da lontano: è il risultato di una visione del mondo, individualista, egoistica e fondamentalista. È una visione alla quale dobbiamo opporci. È la visione di un mondo fatto di mezze verità, dove conta solo la costruzione di un consenso artificiale fatto di mezzi sondaggi e di controllo dell’informazione. È una visione del mondo che sta cercando di cambiare la politica: sempre meno attenta ai bisogni di tutti i cittadini e sempre più impegnata a controllare burocrazia ed informazione. Se si costruisce una guerra sulle menzogne, se la verità non ha più alcuna rilevanza ed il consenso si costruisce a qualunque prezzo, anche con la paura ed il controllo, in che misura siamo legittimati a pensare che Governi e Parlamenti, la democrazia rappresentativa, stiano vivendo una profonda crisi? Se l’informazione è sempre meno libera siamo legittimati a pensare che, in Australia come in Italia, gli spazi di autonomia dalla politica stiano riducendosi? Nelle ultime settimane sia le polemiche sulla scelta interventista in Iraq, basata su informazioni risultate poco attendibili, che l’attacco all’ABC (Australian Broadcasting Corporation) da parte del Ministro delle telecomunicazioni Alston, dimostrano che è in atto una profonda ridefinizione del rapporto con i cittadini.

I proponenti la nuova visione del mondo vorrebbero imporci i cibi transgenici, la guerra preventiva ed infinita, un ritmo di vita fondato sulla diserzione dagli impegni civili - primo tra tutti la politica.

Dobbiamo essere vigili: far arrivare alle forze politiche, in Australia come in Italia, la nostra voce, le nostre posizioni. Dobbiamo partire dai punti fermi della pace e della cooperazione internazionale: ma questi sono obiettivi che si possono raggiungere solo se rimangono nella sfera della generosità reciproca, tesa a migliorare le condizioni globali dello sviluppo. Si trasformano in strumenti di controllo, di sopraffazione, di sfruttamento delle risorse se vengono utilizzate per mantenere i livelli di vita di alcuni a scapito di altri, se vengono utilizzati per affermare la superiorità economica e militare di un Paese sull’altro. Dobbiamo agire per diffondere un senso di legalità internazionale, per far tornare l’Australia ad essere un Paese che ascolta gli altri, che vive in una comunità fatta di persone e di regole internazionali. La dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1951 riconobbe nel "fondato timore" di persecuzione o di violenza elemento sufficiente per ottenere lo status di richiedente asilo: ogni interpretazione che cerchi di mettere in discussione questo principio rappresenta un attacco chiaro e palese alla dichiarazione dei diritti dell’uomo ed alla sua applicazione. L’Australia ha oggi questa responsabilità. La politica ha oggi la responsabilità di non riconoscersi nell’emergenza e di guardare avanti, ad una legalità tutelata dalla Nazioni Unite. Rinnovata e rafforzata - anche negli strumenti democratici - ma in grado di sostenere le nuove sfide mondiali.

La controriforma

La riforma insufficiente potrebbe trasformarsi in una vera e propria controriforma. Il danno è tutto politico ma il Governo non intende assumersi questa responsabilità. Le preoccupazioni della relatrice del testo governativo sulla riforma dei Comites, secondo cui la proposta CGIE avrebbe potuto portare a dei conflitti con l’autorità consolare, sono la migliore chiave di lettura sulla percezione che Comites hanno gli ambienti ministeriali: strumenti di servizio!

Il CGIE, nella sua proposta, tentava di integrare questa visione di servizio, indispensabile a collegare le realtà delle comunità italiane nel mondo ai bisogni concreti, nell’assistenza come nella promozione culturale, all’altro elemento fondamentale della presenza italiana nel mondo: la capacità di proposta politica.

Su queste due visioni si basa la discussione in corso. È evidente che se prevale una visione dei Comites come strumenti di partecipazione politica la riforma non può che garantire maggiore autonomia politica e di gestione, maggiori risorse, maggiore democrazia. Se prevale l’attuale visione governativa i Comites rimarranno al palo, ad attendere la vera riforma che non verrà, ad essere strumenti di servizio senza avere mezzi e risorse per esserlo. Per trasformare i Comites in veri strumenti al servizio della politica a favore delle comunità italiane all’estero, impegnati nella definizione della politica per gli italiani all’estero, non solo soggetti passivi, capaci di comprendere e rappresentare i bisogni delle comunità locali, è necessario partire da una base di fiducia nel rapporto con le autorità consolari. Sono sempre più convinto che la proposta CGIE rafforzi l’impegno verso questo obiettivo comune.

È necessario che anche in Australia, come nel resto del mondo, si possa finalmente procedere all’elezione diretta di questi importanti ed insostituibili strumenti di democrazia rappresentativa. (Marco Fedi, CGIE Australia, membro del CdP del CGIE)

Inform


Vai a: