* INFORM *

INFORM - N. 146 - 28 luglio 2003

Dedicato alla prossima visita in Italia del Ministro degli Esteri australiano l’editoriale di Nino Randazzo su "Il Globo" di Melbourne e "La Fiamma" di Sydney

Messaggio italiano sereno ma franco da far pervenire a Canberra

Probabilmente fra non molto ci sarà una visita in Italia del ministro degli Esteri australiano Alexander Downer. Potrebbe essere un’occasione per parlare con lui francamente, a Roma, di un soggetto scottante, anzi maleodorante, in Australia: l’immigrazione, sotto il duplice aspetto di accoglienza dei chiedenti asilo e di movimento di regolari migranti. Forse meglio parlarne con lui che non con il ministro dell’Immigrazione Phil Ruddock o con lo stesso primo ministro John Howard, coi quali ormai si sa sarebbe tempo perso. Basta gettare uno sguardo sugli scandalosi sviluppi di questi giorni, e di queste stesse ultime ore, degli intrighi politici di Canberra nel settore in questione, che puzzano fino al settimo cielo, per rendersi conto di una delle pieghe più buie della coscienza civile australiana.

Bambini rinchiusi in remoti campi di detenzione per profughi, per il cui rilascio nella libera società è in corso una serie di ricorsi in sede giudiziaria contro il Ministero dell’Immigrazione. Una bambina di 7 anni strappata nottetempo al padre profugo, detenuto da tre anni e col quale era vissuta dietro il filo spinato da quando ne aveva due, e rispedita alla chetichella in Iran dalla madre, dalla quale l’uomo era separato, senza sapere se la donna abbia validi documenti di custodia legale. Famiglie di profughi detenuti spezzate da ordini di deportazione inappellabili per alcuni componenti. Profughi giunti in acque territoriali e trasportati in navi da guerra a migliaia di chilometri su un’isola australiana, ma artificiosamente dichiarata "extraterritoriale" per sfuggire alle norme internazionali sui rifugiati. Gruppi di libanesi e asiatici che in cambio di sostanziosi contributi finanziari a esponenti del potere politico ottengono visti d’ingresso in serie, permessi di residenza e persino cittadinanza, anche per criminali di grossa taglia sotto le mentite spoglie di imprenditori e investitori. Anche un presunto fiancheggiatore del gruppo terroristico delle Tigri di Tamil dello Sri Lanka emerge come un "immigrato raccomandato". Nell’Ovest di Sydney è stato fatto circolare un messaggio in arabo, su carta intestata e con foto del ministro dell’Immigrazione Ruddock, firmato da un dirigente musulmano della sezione liberale di Auburn, che vanta grande amicizia e influenza sul ministro. Sottinteso: al fine di risolvere problemi d’immigrazione e d’asilo. Ancora, a fine settimana sono state diffuse per la prima volta le immagini fotografiche di bimbi sorridenti e amorevolmente curati dai genitori naufraghi sopravvissuti, scattate ma mai rilasciate nella stessa serie dell’infame versione dei "bambini gettati in mare". L’orrenda menzogna ufficiale circa "barbari clandestini affogatori dei propri figli", che giovò nel 2001 alla vittoria elettorale del governo "difensore dei sacri patri confini", non poteva essere contraddetta da una prova che documentasse il contrario, e le immagini "trattenute" all’epoca sono emerse solo ora. Infine, chi vuole farsi raggiungere dai propri genitori in Australia, sia pronto a sborsare subito una cauzione di 50-60 mila dollari e…mettersi in lista.

Ce n’è a sufficienza da provocare il voltastomaco solo a menzionare "immigrazione" e "chiedenti asilo", in questa Australia d’oggi in gran parte plasmata dall’immigrazione postbellica. Per questo, per un elementare dovere di giustizia, sarebbe opportuno chiarire a Roma direttamente con un esponente del governo australiano i motivi di una preclusione, inconfessata, negata, ufficiosa ma reale e perdurante ormai da tre decenni, nei confronti di una più liberale accettazione di potenziali migranti italiani in questo Paese. Non ci sono masse di italiani desiderosi di emigrare in Australia, si tratta solo di domande di ricongiungimenti familiari, di artigiani e specializzati, di nuclei di giovani volenterosi alla ricerca di migliori opportunità di lavoro, magari di anziani genitori beneficiari di elevate pensioni rispetto ai livelli pensionistici australiani. E’ un numero limitato, di facili accettabilità e inserimento, esente da rischi di natura economica o sociale, ma al quale si frappone, già dal primo contatto con l’ufficio immigrazione presso l’ambasciata australiana a Roma, un muro di scoraggiante freddezza, di scostante ostilità.

Il gruppo etnico non anglo-celtico più numeroso d’Australia, quale ancora è anche se per poco quello italiano, meriterebbe ben altra considerazione e rispetto. Forse una colpa di fondo ce l’ha questo vasto e benemerito gruppo etnico d’Australia: quello di non aver praticato a sufficienza l’antica "arte" italiana - e "levantina" - di arrampicarsi, accostarsi, inserirsi, manovrare nelle strutture del potere politico, per esercitare quel tipo e grado di influenza che, anche in materia d’immigrazione, gruppi ben più piccoli e di più recente arrivo ma molto più motivati, smaliziati e lungimiranti. Gli italiani d’Australia hanno privilegiato la sistemazione economica familiare sull’interesse per la politica del Paese d’accoglimento, senza accorgersi che spesso le due cose sono profondamente legate. Se questo è difetto o colpa, perché non cominciare a riconoscerlo e possibilmente rimediarvi? Vale la pena, pertanto, porre con franchezza al governo australiano la questione dell’opportunità, della giustizia, della legittimità, dell’interesse reciproco, dell’utilità pratica di un’apertura leggermente maggiore e più leale dell’Australia all’Italia e agli italiani di oggi. L’Australia ha pochi o nessun motivo di pentirsi degli italiani accettati ieri, ne avrà ancor meno con gli italiani di oggi. E’ questo il messaggio da far pervenire, con toni sereni ma in maniera franca e forma ufficiale, al governo di Canberra. (Nino Randazzo)

Inform


Vai a: