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INFORM - N. 144 - 24 luglio 2003

l'editoriale di "Corrispondenza Italia"

Marcinelle: il memoriale

ROMA - L’otto agosto è la giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. Giorno per ricordare, giorno per l’Inas, di consolidamento della sua azione.

Infatti ancora una volta nel colmo della stagione più gioiosa e solare, l’ombra fredda del ricordo di Marcinelle: il nome ormai sacro alla storia dell’emigrazione italiana.

Un nome che accomuna non solo l’emigrazione dei minatori-braccianti meridionali del secondo, durissimo dopoguerra (eravamo nel 1956), ma anche i più antichi migranti dell’800 e del primo ‘900, i piemontesi e i veneti, i friulani o i marchigiani che tante volte erano stati vittime di tragedie grandi ma anche "piccole" e personali: sudore e sangue ma pure persecuzioni ingiuste, odii ciechi e linciaggi, pregiudizi mortificanti e generalizzati, razzismi ottusi e provocatorii.

Il ricordo di Marcinelle è come un brivido freddo, come un tormentoso senso di colpa nelle viscere della società italiana. Ombra di un terribile scambio tragico tra uomini e carbone. Solo di lì a poco si sarebbe parlato del boom economico italiano, che ci avrebbe portato tra le prime sei o sette nazioni più ricche del mondo. Ma il ricordo doloroso, chiuso nei limiti della sua episodicità, per quanto immensa, isolato in sé stesso, è solo fonte di dannazione. Ben lo sanno i familiari e le mogli e i figli e i nipoti delle vittime di Marcinelle, che sempre hanno chiesto non solo giustizia ma di guardare avanti, affinché il sacrificio dei loro cari avesse una sorta di giustificazione: fosse cioè il prezzo di un pegno pagato affinché più nessuno mai avesse a patire una sorte uguale.

Ed è qui che noi tutti, istituzioni pubbliche e organizzazioni collettive e cittadini contitolari della sovranità popolare, possiamo misurare ogni giorno e in tante occasioni la penosa distanza che separa l’essere dal dover essere. Non possiamo e non dobbiamo consentire che Marcinelle sia per la società italiana solo un ricordo sterile e senza conseguenze. Qui è il punto.

La storia dell’emigrazione italiana difatti non è un capitolo chiuso. Certamente non siamo più ai grandi esodi, ai treni della speranza , ai sentieri di montagna passati al seguito degli spalloni (così si chiamavano con linguaggio pudico e allegorico, quelli che oggi, in epoca di spettacolarizzazione urlata, i media definiscono "mercanti di carne umana"). Tanto più lontani sono i tempi del passaporto rosso e della stiva dei piroscafi. Ma l’emigrazione italiana non è finita. Il Sud è ancora terra di emigrazione di giovani. E il fenomeno è in ripresa. E poi, specialmente nei paesi dell’America Latina in crisi economico-sociale (ma anche nella Germania della comune patria europea) i vecchi emigranti sono troppo spesso in stato di umiliante indigenza o difficoltà. E troppo spesso molti connazionali, di quelli che non hanno trovato la strada del successo e delle premiazioni nella serata di gala presso club esclusivi di New York, non trovano porte aperte e soccorrevoli se non nelle società di mutua assistenza, nell’associazionismo e nel volontariato cattolico e (non per ultimo) negli uffici del patronato. E’ di fronte a questa realtà che la nostra esperienza sindacale e organizzativa conosce di benissimo, tramite gli operatori Inas della "prima linea", che ritorna il fantasma di una Marcinelle, non consolata ne’ redenta dalla serenità riparatrice del tempo e delle opere. E questa è per noi una ragione di più perché la rievocazione si traduca in rivendicazione.

Ma ancora di più la rievocazione di Marcinelle deve essere per noi veicolo di una nuova e forte generosità e apertura mentale verso coloro che vengono oggi a bussare alle nostre frontiere di terra e di mare.

Non è un discorso pietistico verso gli immigrati, quello che vogliamo fare. Non siamo noi della Cisl e dell’Inas tra quelli che, inseguendo vani perfezionismi, scindono anima e corpo, interessi e ideali: perché quella è solo una maniera equivoca e strumentale di fare teatro o politichetta di bassa lega.

Si tratta invece di promuovere e coltivare strategie di politica sociale di grande respiro e di tenere assieme, in un nuovo quadro di sintesi, sia le ragioni dell’ordine e della sicurezza di un tessuto comunitario che, specie a livello di concentrazione locale, non deve e non può sopportare ondate invasive di immigrazione irregolare, sia le ragioni dell’economia e dello sviluppo al quale i "nuovi italiani col trattino" apportano energie indispensabili e ormai imprescindibili. Sia infine le ragioni di una coesione sociale che si dimostri capace di integrare gli immigrati sulla base di un preciso scambio: rispetto della dignità e identità di chi arriva e rispetto rigoroso delle "regole della casa" in cui si entra.

Il sindacato e il patronato sanno bene come il mare che sta in mezzo tra la chiarezza teorica di uno schema astratto e il magma tumultuoso delle situazioni allo stato nascente, sia disseminato di scogli e attraversato da correnti contraddittorie. Ma una delle sfide ­ chiave del nuovo secolo si gioca su questo terreno.

E’ una sfida che dobbiamo sostenere e vincere anche nel nome di Marcinelle e per onorare davvero tutti i protagonisti della nostra storia emigratoria, quelli fortunati e quelli sfortunati. E’ una sfida su cui vogliamo puntare le migliori risorse di un sindacalismo memore della sua esperienza storica internazionalista e quelle del nostro patronato. (Corrispondenza Italia-Inform)


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