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INFORM - N. 142 - 22 luglio 2003

Un articolo di Franco Narducci (CGIE)

L'economia ristagna: colpa della globalizzazione

L’economia attraversa in ogni parte del mondo un periodo di marcata debolezza. All’orizzonte non si intravedono le forze che dovrebbero rimettere in moto la macchina. Lo spazio di crescita per il sistema delle imprese si è ristretto ulteriormente. Bastano queste poche argomentazioni per porsi un interrogativo pesante: ci sono ancora soggetti che progettano di espandersi, sapendo che i magazzini sono pieni e le speranze di collocare i prodotti sono alquanto scarse?

Persino gli investimenti innovativi, mirati ad incentivare la produttività, si presentano sempre più come un coltello a doppio taglio: migliorano senz’altro le possibilità di incrementare gli utili e accrescono la competitività, ma nello stesso tempo peggiorano lo stato di salute dell’economia, poiché quasi sempre ne conseguono tagli pesanti del personale occupato.

Le banche centrali hanno già dato fuoco alle loro polveri, senza tuttavia ottenere risultati apprezzabili, mentre l’indebitamento degli Stati non accenna a diminuire e le conseguenze si fanno sentire: gli investimenti pubblici, che potrebbero dare una boccata d’ossigeno all’economia e stimolarne la ripresa, sono piuttosto improbabili.

A cosa dobbiamo attribuire il ristagno dell’economia?

Le cause di questa pesante situazione sono note. Non si tratta prioritariamente di fattori economici, bensì della folle pazzia collettiva diffusasi nell’ultimo decennio, fondata sul successo e l’arricchimento da ottenere il più rapidamente possibile, che in definitiva ha prodotto il disastro mondiale delle borse e le note colossali perdite. In pari tempo, con finalità più o meno simili, un flusso finanziario di centinaia di miliardi ha preso la strada degli Stati Uniti d’America per essere collocato in investimenti diretti e titoli azionari, causando di fatto lo scompaginamento dei rapporti valutari, con perdite enormi che ora sono in lenta fase di riassorbimento.

Questo poco felice stato dell’economia fa insorgere due domande fondamentali. Dapprima dobbiamo interrogarci sulla "natura" del ristagno dell’economia. Nonostante le colossali perdite subite, abbiamo forse a che fare con un raffreddamento tradizionale dell’economia, come spesso accade dopo un periodo di alta congiuntura, caratterizzato da un indebolimento vistoso dopo un’ascesa altrettanto appariscente? Se così fosse potremmo pazientemente attendere i segnali dell’inversione di tendenza che solitamente preannunciano il nuovo ciclo.

Oppure siamo confrontati con gli effetti di una crisi strutturale che si va sviluppando, ingigantita o addirittura provocata dall’accelerazione e diffusione dei processi di globalizzazione?

Probabilmente è ancora presto per una risposta definitiva ad un quesito di tale portata. Può darsi anche che il periodo di bassa congiuntura si protragga ancora per alcuni anni, con inasprimenti o segnali appariscenti di ripresa dovuti a deboli stimoli di crescita.

Bisogna considerare, ad ogni modo, che anche un ristagnamento perdurante costituirebbe un segnale preciso di una situazione dai tratti ben più pericolosi della solita bassa congiuntura e quindi vi sarebbero motivi sufficienti per chiederci in tempo utile se l’economia mondiale non presenti tutte le caratteristiche di una crisi della globalizzazione.

Cresce lo squilibrio tra produzione e consumi

Avremmo sicuramente a che fare con una crisi della globalizzazione se sul lungo periodo e in tutto il mondo, ma soprattutto nei Paesi industrializzati di antica tradizione, insorgesse uno squilibrio strutturale tra produzione e consumi. Per esempio, se i mercati risultassero intasati di merci e servizi d’ogni genere a causa dello scarso potere d’acquisto. Sarebbero inequivocabili segnali di crisi della globalizzazione, poiché negli ultimi decenni – per allargare i margini dei profitti – la produzione dei beni e delle merci ha subito una globalizzazione crescente, manifestatasi con un continuo processo di delocalizazzione verso i paesi e le aree a basso costo e un conseguente indebolimento dei paesi industrializzati, nei quali le pressioni salariali, i costi dell’apparato sociale e il carico fiscale hanno eroso notevolmente il potere d’acquisto.

Uno sviluppo come quello a cui stiamo assistendo, poggiante su un crescente disequilibrio tra profitti e redditi da lavoro, e quindi tra produzione e consumi, conduce alla fine necessariamente ad una crisi difficile da superare. E considerando la rapida diffusione della globalizzazione, non dovremmo sorprenderci di fronte al manifestarsi di una sua crisi.

Se le riflessioni esposte avessero a breve termine conferme più rigorose, dovremmo procedere per tempo ad una revisione profonda del processo di globalizzazione. Un passo che non sarebbe indolore e determinerebbe conseguenze imprevedibili sul piano economico, sociale e politico, e incontrerebbe, oltretutto, le fortissime resistenze delle lobby interessate . Infatti, non si tratterebbe di introdurre semplici correttivi nel processo di distribuzione, bensì di riconsiderare il modello di rapporti tra Stati e popolazioni e con ciò, probabilmente, i fondamenti economici, sociali e politici della governance di un nuovo ordine mondiale. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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