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INFORM - N. 138 - 16 luglio 2003

Sul Messaggero di sant’Antonio un articolo di Gianni Tosini

Europa, non basta la nuova Costituzione a garantire dignità e diritti. Cittadini, un ruolo da inventare

La politica sociale continentale dovrà puntare sul lavoro per tutti, sulle esigenze dei giovani, delle famiglie e degli anziani.

Da alcune settimane l’Italia guida l’Europa: è il semestre di presidenza italiano della Ue che sta attraversando un periodo storico positivo. Nei mesi futuri si confermeranno nuove adesioni: altri Paesi e popoli che chiedono di entrare nell’Unione e partecipare così alla creazione di un’unica entità del nostro vecchio continente. Nel settembre del 2004, proprio a Roma – dove avvenne la prima firma del Trattato, si procederà alla sottoscrizione della Costituzione europea.

Ricordo, quando ancora ero bambino, la vacanza scolastica per quel primo trattato; immagino le imponenti iniziative del prossimo. Popoli e nazioni finalmente insieme, non più per la guerra, come avvenne negli anni Trenta, questa volta (almeno si spera), per la pace, per il progresso e per un migliore benessere della gente.

Stati diversi, tante leggi, differenti modi di gestire la cosa pubblica che necessitano di essere trasformati, coordinati per far sì che il «cittadino» dell’Unione sia più tutelato e partecipe al grande evento. Saranno molti i problemi da affrontare: viabilità, servizi, concorrenza esterna, ecc., ma occorre guardare avanti con ottimismo. Quando, a pochi chilometri da casa, visito l’Austria, è con viva soddisfazione che vedo scomparsa quella passata e fastidiosa zona di confine che obbligava a minuziosi controlli. Ora tutto è superato, non esistono più nemmeno gli uffici e gli alloggi dei finanzieri e degli agenti. Ancora più semplice ed emozionante è quando si va per negozi e si utilizza l’euro: una moneta unica che ha eliminato i fastidiosi cambi bancari. Fra qualche anno, avremo la stessa sensazione andando nella vicina Slovenia o in Croazia.

Se si pensasse che quanto è appena accaduto, sia un punto d’arrivo, sarebbe un enorme errore. L’Unione europea ha ancora una lunga strada da percorrere. Guardo sempre con interesse l’aspetto «sociale», ed è proprio in questo settore che le novità positive non appaiono. La libera circolazione della manodopera e dei cittadini (ora estesa anche alla Svizzera), deve trovare un assestamento nuovo, non può essere lasciata alla troppa discrezionalità di Stati che, pur attuando il principio, di fatto pongono barriere interne per il rilascio di permessi di soggiorno o di lavoro.

La fatica di essere pensionato

Che dire, poi, dei regolamenti sulla disoccupazione? I pensionati, ad esempio, hanno trovato difficoltà nello spostarsi all’interno della Comunità, quando per avere un permesso di soggiorno si richiede un minimo di sostegno finanziario. Tutto nasce da un attuale regolamento comunitario – a suo tempo denunciato anche dal Messaggero – voluto dalla burocrazia europea che sulla «carta» può avere una logica ma attualmente non funziona per tutti. A farne le spese sono coloro che godono di pensioni minime. La norma prevede la non trasferibilità da uno Stato europeo all’altro delle prestazioni «sociali» perché è fatto obbligo al nuovo Paese di residenza, di provvedervi. Così l’Italia non trasferisce più l’integrazione al minimo, e i Paesi di nuova accoglienza non rilasciano, per i motivi sopra descritti, un permesso di soggiorno che obbligherebbe loro di assumersi oneri per il nuovo arrivato (caso Germania). Ma è l’assistenza sanitaria il problema crescente: ovunque si interviene con tagli e riduzione dell’assistenza gratuita. Ero presente ad una riunione a Bruxelles, quando la Spagna denunciò l’impossibilità di continuare ad assistere, sul piano sanitario, le migliaia di pensionati che dal Nord Europa si sono trasferiti nel Paese iberico. Ma come fare a superare il problema? La semplice soluzione fu trovata con l’introduzione di un ticket sanitario, allora non previsto dalla legislazione spagnola o da quella del Paese di provenienza. Difficile quindi lo spostamento di colui che, per una vita intera, ha contribuito ad un sistema previdenziale, decidendo poi di vivere all’interno dell’Unione europea, ma non nel proprio Paese. Cosa dire poi del «sistema burocratico» che prevede l’utilizzo di un certificato (E 111) per ottenere (nei soli casi d’urgenza) l’assistenza sanitaria?

Ancora peggio – almeno per coloro che vivono in Italia – avviene quando un cittadino si sposta fuori dal territorio europeo e va in Paesi non convenzionati o in Paesi in cui non esiste un sistema sanitario nazionale. È il caso degli Stati Uniti o di Paesi del Sud America. Troppi cittadini hanno dovuto vendersi la casa per ripagare le spese sanitarie non rimborsate per casi urgenti. Il rimborso che il nostro Stato effettua è irrisorio, ed è legato ai nostri parametri nazionali. Perché allora non imporre, all’acquisto del biglietto di viaggio, una polizza pubblica o privata che copra ogni evento sanitario? E ancora. Che dire dei vari sistemi previdenziali? I nuovi Paesi entreranno in Europa con normative moderne? Il cittadino che si sposta, quando potrà vedere riconosciuto ogni diritto acquisito?

Il sistema previdenziale britannico, ad esempio, non può reggersi su pensioni bassissime, e intervenire poi esclusivamente sul proprio territorio con prestazioni sociali che sono in contrasto con il principio della possibilità di libera circolazione.

Armonizzare i sistemi previdenziali

A questo punto è logico chiedersi: quando avremo, nell’Unione europea, un sistema previdenziale armonizzato? Stessa età pensionabile, stesse regole generali e un sistema di controllo sovranazionale. Ma che fine ha fatto l’interessante proposta del Commissario spagnolo Marin che, a suo tempo, affrontò il problema e propose alcune soluzioni? L’Europa dovrà pensare anche ai suoi cittadini, e quindi dovrà ad esempio pensare alla stipula di Convenzioni di Sicurezza Sociale che superino quelle nazionali. Bisogna muoversi con urgenza, viste anche le esigenze di sempre più numerosi lavoratori ospiti provenienti dal bacino del Mediterraneo.

L’armonizzazione non sarà cosa facile ma è necessaria da superare. Oggi in Francia, ad esempio, vi è una forte protesta per l’unificazione del sistema previdenziale interno con la parificazione del dipendente pubblico a quello privato. L’Italia lo ha già effettuato ma non interamente compiuto. Esso non è ancora entrato nella logica delle convenzioni internazionali. Ad eccezione dell’Europa, nessun altro Paese convenzionato con l’Italia, «totalizza» alla fine del diritto i periodi pubblici con quelli privati. Cosa dire poi del fiscale? Gli emigrati che posseggono ancora la casa al paese, se vivono all’estero quali spese e burocrazia devono ancora affrontare? Il «sistema servizi» per gli italiani e quindi per gli europei che vivono all’estero, è ancora all’altezza della nuova situazione generale?

I consolati, è notorio, denunciano scarsità di personale, e i patronati sono adeguatamente finanziati per il nuovo che è già in attuazione? Chi segue gli anziani sempre più numerosi? Ritengo che anche in questo specifico campo vi sia molto da trasformare. Il finanziamento ai patronati solo sulla base di «nuove pensioni acquisite» difficilmente permetterà la sopravvivenza, e oggi certamente non consente la trasformazione in un vero sistema di segretariato sociale, richiesto e necessario. La trasformazione è possibile, senza oneri aggiuntivi per il nostro Paese. Basta capire e intervenire.

Guardiamo avanti con fiducia, partendo anche dal giugno 2003, data storica per gli italiani che vivono all’estero, che analogamente all’Italia (anche in percentuale) hanno espresso il voto direttamente dal Paese di residenza. Fra qualche anno avremo le elezioni italiane (il prossimo anno quelle europee). Chissà se i parlamentari e i senatori residenti all’estero che saranno eletti, avranno la forza politica di intervenire e proporre soluzioni politiche che il mondo degli italiani che risiedono all’estero da anni attende. (Gianni Tosini, Presidente CCMI, Commissione Cattolica per le Migrazioni in Italia)

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