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INFORM - N. 126 - 2 luglio 2003

Un intervento di Marco Fedi (CGIE Australia): Comites, si prepara una controriforma?

MELBOURNE - Se l’attuale limitata azione legislativa, fortemente segnata da una maggioranza che non sta aprendo spazi di dialogo all’opposizione e da un Governo che non sta aprendo spazi di ascolto nei confronti della rappresentanza eletta dalle comunità italiane nel mondo (Comites e CGIE), dovesse produrre dei risultati insoddisfacenti e negativi, quali sarebbero le responsabilità politiche della maggioranza, che le approverà in Parlamento, del Governo, che le ha proposte senza ascoltare, e del CGIE, che ha presentato delle proposte, dei percorsi e delle idee che non si ritrovano nei disegni di legge del Governo? E non parliamo solo della riforma dei Comites, a cui si aggiunge il pressoché irrisolto problema dei ritardi, inauditi, nell’erogazione dei contributi ma anche della bozza di articolato per la riforma della 153/71, a cui si aggiunge il taglio del 20% del capitolo ministeriale 3153, oltre all’avvenuto azzeramento dei fondi residui 2002, oltre all’altrettanto serio ritardo nell’erogazione dei contributi a saldo per il 2002 e per tutto l’anno 2003.

Siamo preoccupati per queste riforme e per questo metodo di lavoro. Ma sono le scelte di indirizzo, prima che il metodo di lavoro, a non convincerci. Sulla riforma dei Comites mi auguro che il CGIE voglia ribadire la propria ferma posizione rispetto al testo presentato dal Governo: è lontano da quello approvato dal CGIE dopo consultazione con i Comites. Non amplia gli spazi di democrazia e partecipazione, non affida nuovi compiti nella definizione delle priorità degli interventi, non affida nuovi compiti nella definizione degli interventi consolari: è una riforma monca della parte più qualificante ed innovativa.

Rispetto all’attuale proposta di riforma della 153/71, non solo non vengono superati i principali ostacoli che fino ad oggi avevano, di fatto, limitato la promozione e diffusione della lingua italiana - inserimento nei curriculum scolastici locali, superamento di un concetto largamente assistenziale, definizione dei destinatari degli interventi come soggetti integrati o alla cui integrazione occorre concorrere aprendosi a nuove interessanti ipotesi di diffusione della lingua italiana come lingua comunitaria oltre che straniera, coordinamento degli interventi sia in loco che tra i Ministeri competenti, piani paese realizzati con il concorso dei soggetti coinvolti tra cui Comites ed enti gestori, aumento delle risorse invece che blocchi e tagli – ma si torna indietro, ad una visione imperialista dell’intervento dello Stato che è addirittura peggiorativa di quella che aveva ispirato la legge del 1971. A Montecatini il documento conclusivo auspicava che la riforma della legge 153/71 si trasformasse in una grande iniziativa di politica estera italiana, tesa a dare alla diffusione di lingua e cultura il giusto peso: rischia di tradursi in un pezzo di vecchia "burocrazia".

A parte l’impostazione molto "ministeriale", che non sorprende viste e considerate le serie difficoltà d’articolazione della proposta da parte di due Direzioni del MAE, in concreto la proposta non tiene conto di almeno due momenti significativi: il Convegno di Montecatini e le riflessioni fino ad oggi portate avanti dalla Commissione tematica del CGIE. Una riforma dovrebbe consentire di superare una questione centrale: i destinatari delle iniziative di formazione linguistica e culturale.

Nella bozza d’articolato, infatti, per quanto riguarda i destinatari, si rimane ad una concezione superata nei fatti. In Australia, la 153 era già vecchia e sorpassata nel 1971, quando si indirizzava solo ai cittadini italiani e loro figli. A maggior ragione lo è oggi (32 anni dopo!) quando l’integrazione dei cittadini italiani e degli oriundi italiani in Australia non è più un problema, dato e non concesso che lo sia mai stato.

È evidente allora che i fruitori, in Australia come in altri Paesi multiculturali, vengano identificati in tutti gli studenti, indipendentemente dalla loro nazionalità (che comunque nella stragrande maggioranza dei casi è Australiana) a favore dei quali l’Italia svolge opera di formazione linguistico-culturale, in accordo e collaborazione con le iniziative locali, perché questa opera conviene all’Italia in termini di ricaduta nelle relazioni bilaterali di tutti i tipi. Se risponde ad alcune esigenze, allestire un’anagrafe di lavoratori stranieri "candidati ad emigrare in Italia" presso i consolati italiani, evidentemente queste esigenze vengono meno in realtà come l’Australia. Altrettanto evidente, quindi, la necessità di fare riferimenti ai Piani Paese rivendicando si diversificazione di interventi e di strumenti ma anche di norme. Piano paese triennale, obbligatorio, da rendere strumento reale di pianificazione e diversificazione degli strumenti di intervento. Questa proposta non tiene conto del mondo "dell’integrazione che deve essere mantenuta" nel tempo attraverso la valorizzazione degli strumenti bilaterali.

Analogamente, i servizi di formazione e perfezionamento devono essere diretti a tutto il corpo insegnante locale, con l’obiettivo di migliorarne la qualità e quindi, per definizione, a migliorare la qualità della lingua e cultura italiana, di cui sono portatori nei confronti dei loro studenti. In tutta la bozza di proposta si registra una preoccupante assenza di qualunque riferimento ad una collaborazione con le autorità scolastiche locali, collaborazione che costituisce invece la chiave di volta del successo dell’opera di diffusione e potenziamento della lingua e cultura italiana in Australia, e senza la quale ogni ipotesi di intervento è destinata a fallire. Analogamente, si registra l’assenza di un qualunque riconoscimento dell’opera svolta dagli enti gestori nella elaborazione degli accordi di collaborazione con le autorità scolastiche locali, attraverso i quali è finora passata la diffusione della lingua e cultura italiana.

È evidente che, nell’attuazione delle iniziative, vada riconosciuto e rafforzato il ruolo operativo degli enti gestori e quello di programmazione e controllo degli uffici consolari.

Sull’esercizio in loco del diritto di voto: confusione, incertezze e mancanza di indicazioni politiche chiare sulle correzioni tecniche da apportare all’impianto complessivo. Non è possibile fare affidamento sulla buona volontà della rete consolare. Occorre superare ottimismo propagandistico e pessimismo e chiedersi: se non si realizzerà l’anagrafe unica in che modo si può realizzare, in tempi brevi, un’interfaccia che consenta di aggiornare l’AIRE dei comuni con i dati aggiornati delle anagrafi consolari? È necessario rivisitare il regolamento, ed eventualmente la legge ordinaria, per stabilire la logica sequenza, che avremmo voluto vedere affermata all’inizio, di un elenco degli elettori composto solo da coloro i quali vogliono votare ed in tal senso esercitano una scelta vera e razionale attraverso l’opzione? E ancora: in che modo è possibile ulteriormente garantire democrazia e trasparenza nell’esercizio del voto per corrispondenza – facendo arrivare a casa il plico a mezzo raccomandata – quindi richiedendo la firma all’atto della consegna del plico – oppure inserendo la firma dell’elettore nella cedola, allegata al certificato elettorale, che viene restituita al Consolato di registrazione all’atto dell’espressione del voto? Oppure entrambe le soluzioni? In che modo possiamo garantire che anche nei Consolati vi sia un controllo "democratico" da parte dei comitati elettorali?

Il referendum non ha rappresentato un test politico ma ha evidenziato problemi tecnici ai quali è necessario dare risposte immediate. Va detto che i due quesiti referendari, nonostante la totale assenza d’informazione, hanno avuto un effetto positivo sulla comunità italiana.

Evidentemente da un lato sta prendendo piede la consapevolezza che il voto per corrispondenza è un fatto reale, conquistato, che si sta già praticando, dall’altro vi è stata, in molti ambienti, una ripresa della volontà di partecipare, di essere coinvolti, di schierarsi, di dire la propria. Ecco perché è importante che dalle prossime elezioni non si ripetano più gli stessi errori. La campagna d’informazione è fondamentale: sia sulle questioni tecnico-istituzionali che sui temi o sui candidati. Il dibattito e la discussione sono altrettanto importanti: la comunità vuole capire e mettere a confronto idee ed aspirazioni. L’anagrafe unica, o l’aggiornamento automatico sulla base delle anagrafi consolari, è importante: gli italiani all’estero non daranno altre possibilità! Bisogna aggiustare il tiro. Non è possibile che arrivino plichi a persone decedute o a persone che non sono più cittadini italiani e non arrivino invece a cittadini italiani iscrittisi all’anagrafe consolare solo alcuni mesi fa. Non è possibile dare l’impressione che, come al solito, le cose si fanno con poco interesse e poco senso dell’organizzazione.

È necessario, infine, avere maggiori dati rispetto ai flussi elettorali. Intanto possiamo essere grati della partecipazione e voglia di contare che le comunità italiane nel mondo hanno voluto e saputo esprimere. (Marco Fedi, Comites Australia, componente del Comitato di Presidenza del CGIE)

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