* INFORM *

INFORM - N. 124 - 30 giugno 2003

RASSEGNA STAMPA

Da "La Repubblica", Palermo 28.6.2003

Quando i clandestini siciliani sbarcavano in Tunisia

C’era un tempo, non molto remoto, in cui erano i "disperati" siciliani ad attraversare le acque del Canale di Sicilia per emigrare nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo: in Tunisia, Libia, Egitto, Marocco, Algeria. Un percorso inverso rispetto all’attuale intrapreso dalle migliaia d’immigrati arabi e africani i quali, come i nostri di allora, fuggono dalla miseria e dalle guerre.

Chi desidera documentarsi o semplicemente rinfrescarsi la memoria, può attingere una vasta e variegata bibliografia, inchieste sociologiche e giornalistiche, memorie e testimonianze di grande interesse. Sull’emigrazione siciliana in Tunisia, Stefano Savona, giovane regista palermitano, ha realizzato un cortometraggio "Un confine di specchi", premiato al 20° Torino Film festival edizione 2002. Esiste, inoltre, una letteratura (in gran parte in francese) dell’emigrazione europea e siciliana nel Maghreb.

E ricercando fra questi materiali si trovano tantissimi riferimenti all’emigrazione siciliana nel nord Africa, in particolare in Tunisia, iniziata a partire dal 1835, in piena epoca borbonica, col trasferimento di alcuni gruppi di tonnaroti e di corallari (soprattutto trapanesi) in diverse località costiere tunisine e algerine, a pesca di tonni e del pregiatissimo corallo. (vedi: Giuseppe Bonaffini-"Sicilia e Maghreb tra Sette e Ottocento", Salvatore Sciascia Editore)

Da emigrazione "specializzata" (che detto per inciso operava in condizioni di vita e di lavoro davvero disumane) i trasferimenti acquistarono le dimensioni di veri e propri flussi migratori; a partire dagli anni 70 dell’800, quando la presenza degli italiani, incoraggiata dal Trattato della Goletta (1868), veniva stimata fra gli 11 e i 25 mila. Anche allora era difficile censire gli immigrati, perché in maggioranza erano clandestini. Esattamente come accade oggi in Italia.

Nel 1870, il 94% dell’emigrazione siciliana era orientata verso la Tunisia- sostiene A. Grisafi.- I 4/5 della colonia italiana in Tunisia erano d' origine siciliana. Già nel 1860, nella sola città di Tunisi - rileva F. Arnoulet- su una popolazione stimata in centomila abitanti, vi erano fra 3 e 4 mila siciliani, 6-7 mila maltesi (anch’essi di origine siciliana) e solo 600 francesi.

Un richiamo specifico va dedicato a Lampedusa, divenuta uno dei simboli di questo dramma universale, sperando di far riflettere quanti nella piccola isola pelagica manifestano disagio o aperto rifiuto rispetto all’emergenza immigrati che, in quanto tale, non dovrebbe durare in eterno. E va citato quel ristorante, pardon a quella titolare di ristorante che si è schierata a fianco dei leghisti Bossi e Borghezio in questa poco esaltante battaglia d’inciviltà. Anche se temo che sarà un’impresa ardua far riflettere un "ristorante" alla ricerca di clienti facoltosi. "Ad Hammamet, la popolazione italiana era composta unicamente d’emigrati originari dalle isole di Pantelleria e Lampedusa. Essi vivevano di pesca ed erano anche proprietari di frutteti e vigneti dai quali traevano un reddito apprezzabile…"

Basterebbero queste poche righe, tratte dal libro dello storico tunisino Mustapha Kraiem ("Le fascisme et les italiens de Tunisie, 1918-1939") per aiutare a ricordare quanti non sanno, o fingono di non sapere, che negli anni venti e trenta del ‘900 erano lampedusani e, più in generale, siciliani, sardi, calabresi e perfino toscani e genovesi gli emigranti che sbarcavano sulle coste della Tunisia e d' altri Paesi del nord- Africa per sfuggire alla miseria, alle guerre e alle repressioni del fascismo imperante in Italia.

"Gli immigrati italiani- si legge nell’inchiesta condotta, fra il 1918-20, da Arthur Pellegrin- sono circa 100 mila e appartengono in gran parte alla classe lavoratrice e analfabeta. La maggioranza sono originari dalla Sicilia e dalla Sardegna. I loro costumi, in particolare quelli dei siciliani, sono un po’ rozzi e violenti. Nella loro evoluzione mentale sono più passionali che razionali…" (citato da Guy Dugas, Università Paris 12, www.limag-refer.org)

Come si vede anche i nostri erano classificati rozzi, analfabeti, violenti, sporchi ecc, ecc. Addirittura, la propaganda xenofoba francofona coniò un odioso slogan "le peril italien" per indicare la presenza degli immigrati italiani come un rischio per la convivenza pacifica di quelle popolazioni e perfino per la stabilità politica di quei regimi sotto tutela francese.

In particolare i siciliani erano dipinti come "criminali incalliti, irascibili, imprevedibili, violenti e molto pericolosi…nella loro maggioranza gli europei della Reggenza e la popolazione tunisina accettarono questa rappresentazione negativa dell’elemento siciliano…Il luogo comune del siciliano bellicoso, armato di coltello o di revolver, che uccide per futili motivi rimase fisso nel tempo…" (Alì Noureddine: "Le cas de la "criminalità sicilienne"- Sousse 1888-98). Per altro, va dato atto a Noureddine di avere, col suo pregevole saggio, tentato di demolire la falsa rappresentazione del siciliano "violento e arretrato".

Si trattava, infatti, di un’ingiusta generalizzazione, di uno stereotipo artatamente gonfiato e diffuso dalla propaganda razzista che fece presa sulla maggioranza della popolazione tunisina per un lungo periodo.

A pensarci bene, quanti stereotipi anti-immigrati si stanno diffondendo in Italia, in particolare nelle regioni ricche del nord che sono quelle che più sfruttano, a loro esclusivo vantaggio, la presenza degli immigrati. In buona sostanza, la xenofobia, espressione di un egoismo gretto e ignorante solitamente al servizio d’interessi economici forti e sovente poco leciti, ha usato sempre e dovunque lo stesso linguaggio, le stesse immagini distorte e le medesime tecniche di comunicazione e di persuasione.

Rileggere queste cose, dette e scritte più di un secolo addietro contro i siciliani, e come leggere oggi quanto scritto e detto dai giornali e dai massimi esponenti della Lega Nord contro gli arabi e gli africani immigrati in Sicilia e in Italia.

Tuttavia, fra le due esperienze si può rilevare una differenza nella qualità del trattamento e nelle opportunità d’inserimento nella società d’accoglimento, certamente più favorevole ai nostri, allora, emigrati in Tunisia. La numerosa colonia italiana, distribuita lungo tutta la costa tunisina, era adeguatamente tutelata da accordi di cooperazione bilaterali stipulati sia con le autorità ottomane sia, a partire dal 1870, con quelle francesi che esercitavano il "Protettorato".

Gli italiani in Tunisia disponevano di una efficiente organizzazione economica e finanziaria, di una camera di commercio( fondata nel 1884), di alcune banche fra le quali la "Banca siciliana" e di una rete culturale e assistenziale di tutto rispetto: un quotidiano (l’Unione), teatri, librerie, cinema, un ospedale italiano, scuole di vario ordine e grado e numerosi enti di beneficenza. Non mancava nulla: persino una loggia massonica "Concordia" fu creata a Tunisi durante il ministero di Francesco Crispi, con l’intento di far fronte alla preponderanza francese.

I nostri emigranti erano in gran parte braccianti e contadini poveri, pescatori, artigiani, minatori, manovali, piccoli commercianti, ecc; tutta gente di fatica che fuggiva dalla miseria e dalla disoccupazione del sud e delle isole. E qualcuno anche dalle patrie galere. Cercavano l’America in Tunisia e molti la trovarono fra i vigneti, nelle miniere di bauxite e nei fondali pescosi.

Nonostante il fatto che il governo di Parigi incoraggiasse la "naturalizzazione" di migliaia di nostri emigrati in Tunisia, gli italiani erano molto più numerosi dei francesi: nel censimento del 1926, su una popolazione europea di 173.281 abitanti, figuravano 89.216 italiani, 71.020 francesi, 8.396 maltesi, ecc. ( in Moustapha Kraiem, op.cit.). Una prevalenza anomala che fece scrivere a Laura Davi (nelle sue "Memoires italiennes en Tunisie") che "La Tunisia è una colonia italiana amministrata da funzionari francesi".

A parte queste eloquenti statistiche, c’è da aggiungere che i siciliani in Tunisia, oltre ad essersi bene integrati nel tessuto economico, vissero quella esperienza in un clima di reciproco rispetto, di tolleranza e di solidarietà con i locali. Vi sono, ancora oggi, a Tunisi, a Sousse, a Madia, a Sfax, quartieri dove si possono riscontrare i segni di questa feconda convivenza, anche sul terreno difficile delle religioni.

La Goulette, la cittadina balneare fra Tunisi e Cartagine, era chiamata "la piccola Sicilia" poiché era stata creata (un po’ abusivamente in verità) dai siciliani provenienti dalle province di Trapani, di Palermo e di Agrigento i quali crearono un idioma tutto loro: un arabo infarcito di siciliano, tuttora usato come lingua locale. In questa bella e solare cittadina nacque, da genitori trapanesi, Claudia Cardinale che nel 1956, a Tunisi, fu incoronata reginetta italiana e in questa veste partecipò al concorso di Miss Italia, da dove spiccò il volo verso una fantastica carriera cinematografica.

Memore di tutto questo e d’altro, la Sicilia, democratica e solidale, deve contribuire a risolvere il problema degli immigrati, anche per evitare che si affermi una pericolosa visione xenofoba, al limite razzista, che non rende onore al suo passato e al suo (purtroppo) presente di terra d’emigrazione. (Agostino Spataro-La Repubblica, ed. Palermo)


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