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INFORM - N. 124 - 30 giugno 2003

L’editoriale di Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne

Diplomazia, affari e cultura d’Italia all’estero: non se ne faccia un pasticcio!

Pochi giorni fa ha avuto luogo a Roma un evento, ufficiale e solenne si suppone a giudicare dai resoconti, le cui finalità e sostanza interessano principalmente, se non addirittura esclusivamente, la presenza italiana nel mondo. Si è tenuto alla Farnesina un incontro tra i ministri degli Esteri, Franco Frattini, e degli Affari Regionali, Enrico La Loggia, e gli assessori alla Cultura delle Regioni e Province autonome sul tema "Le culture delle Regioni italiane nel mondo". E ancora una volta si è insistito sulla necessità di un coordinamento - sempre auspicato, preparato, presentato, addirittura ufficializzato, ma mai realizzato - delle attività culturali e promozionali in genere all’estero delle amministrazioni regionali, e sul ruolo - anche questo eternamente "nuovo e "cambiato" ma in verità sempre meno incisivo e più stantio - di quelle baracche burocratiche che, con le debite eccezioni, sono gli Istituti di Cultura operanti ai quattro angoli del mondo.

E’ stata, altresì, l’ennesima occasione per ripetere il suggestivo concetto-guida secondo cui - come ha ribadito il sottosegretario agli Esteri e presidente della "Commissione nazionale per la promozione della cultura italiana all’estero" Mario Baccini, la cultura è, o dovrebbe essere, "un insostituibile strumento con importanti ricadute economiche e commerciali". Nell’ambito di quest’ordine di idee, che in un certo senso rievoca la visione ormai quasi svanita di ambasciatori e consoli reincarnati in efficienti manager e rappresentanti di commercio, il ministro Frattini ha ipotizzato uno "sportello Italia per la cultura da inserire in un coordinamento avanzato, dove le collettività italiane, i nostri imprenditori e gli interlocutori stranieri potranno trovare l’immagine dell’Italia politica, culturale ed economica".

Per meglio inquadrare la posizione dell’evento, va chiarito che la progettualità avanzata dai partecipanti è quasi tutta finalizzata a iniziative per il semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea. C’è tutto un grandioso programma di attività, da mostre a convegni e festival, da esposizioni d’arte a concerti e rassegne cinematografiche, per l’Europa. Il resto del mondo è ovviamente periferia.

E ad osservare la situazione dalle periferie d’oltreoceano, sorgono spontanee due o tre piccole considerazioni. La prima è che si conoscono fin troppo bene Istituti di Cultura che di cultura italiana ne promuovono poco o punto. Aspettano sovente che istituzioni locali attuino qualche iniziativa di sapore italiano per comunicare che "la supportano", magari attribuendosene il merito nelle relazioni al Ministero. Con le risorse e i criteri esistenti forse non potrebbe essere diversamente. E ci si continua a chiedere perché mai, a dirigere gli Istituti di Cultura all’estero, non vengano cercati, scelti e mandati elementi più creativi, personalità della cultura, invece di semplici burocrati e carrieristi ministeriali che sudano sette camicie per giustificare con Roma la loro esistenza facendo sapere di compiere chissà quali miracoli sull’altra faccia della Terra. Si mandi pure un contabile in un istituto all’estero, ma gli si metta a capo un uomo o una donna di pensiero e d’azione, in grado di stabilire contatti spaziando a 64 gradi nell’ambiente locale, senza dover contare i giorni per un trasferimento ad altra sede e possibilmente una promozione. Sono troppi, la maggioranza, i dirigenti degli Istituti di Cultura che passano e si avvicendano per il mondo senza lasciare traccia.

Un’altra considerazione va fatta sulla reale volontà politica e capacità strutturale delle amministrazioni regionali italiane di operare in sinergia fra di esse e con i Ministeri competenti del governo centrale nell’organizzazione delle iniziative culturali e promozionali all’estero, che spesso si sovrappongono e quasi entrano in concorrenza a vicenda, con l’espressione di uno spirito d’incontrollabile autonomia. A questo propopsito ci pare significativo il ragionamento fatto all’incontro di Roma dall’assessore Ettore Albertoni della Regione Lombardia, il quale, "pur ammettendo l’opportunità di un coordinamento delle attività culturali", ha sottolineato "la necessità di salvaguardare l’autonomia creativa e la libera iniziativa delle Regioni".

Infine ci si consenta di auspicare che venga relegato al cassetto dei sogni più ambiziosi ma meno realizzabili, dove appartiene e dove è immancabilmente destinato a finire, il progetto di fondere (o sarebbe meglio dire confondere) in blocco unico, in una sintesi all’estero, commercio, cultura, rappresentanza ufficiale dell’Italia. Sarebbe follia negare la necessità di un raccordo, ma lo sarebbe ugualmente non riconoscere la distinzione dei comparti e dei ruoli. Si lasci la cultura agli uomini e donne di cultura, il commercio agli uomini e donne d’affari, la diplomazia ai diplomatici d’ambo i sessi (e con i tempi che corrono sarebbe forse opportuno aggiungere "d’ogni sesso"). (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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