* INFORM *

INFORM - N. 123 - 26 giugno 2003

RASSEGNA STAMPA

Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2003

Un articolo del Ministro degli Esteri Franco Frattini sul Semestre di Presidenza Italiana dell’Unione Europea

Un impegno storico

È il nostro turno. E per quanto l'Italia non si nasconda le difficoltà che attendono la sua Presidenza, siamo fiduciosi. Ci conforta e ci stimola il passato, le nostre precedenti esperienze: le Presidenze italiane hanno infatti spesso coinciso con momenti cruciali della storia europea.

Nel 1985 con l'avvio dell'Atto Unico e la conclusione dei negoziati di adesione di Spagna e Portogallo; nel 1990 quando lanciammo il processo che condusse al Trattato di Maastricht e all'Unione economica monetaria; nel 1996, infine, con l'apertura a Torino della Conferenza Intergovernativa per una nuova revisione dei Trattati, poi conclusa ad Amsterdam l'anno seguente.

Ma è indubbio che la Presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea coincida questa volta con una congiuntura internazionale particolarmente difficile e che - inutile nasconderlo - ha appena diviso gli europei: rimane ancora indebolita la relazione transatlantica, nonostante i progressi del dopo-Irak, e ancora accidentato è il percorso del processo di integrazione europea, giunta nonostante tutto alla sua fase cruciale. Siamo infatti all'indomani della firma dei Trattati di Adesione e viviamo la vigilia di quella riforma costituzionale che dovrà non soltanto definire l'architettura della nostra Europa di domani, ma - proprio in dipendenza di questa - indicarne il possibile ruolo.

Dobbiamo definire principi, obiettivi e missioni della futura Unione che sarà "di stati e di popoli"; lavorare a un rafforzamento dei diritti dei cittadini in base alla "Carta" adottata a Nizza; delimitare e distinguere le competenze dell'Unione e quelle degli Stati membri, nel rispetto della identità nazionale; migliorare infine il funzionamento di tutte le istituzioni entro una cornice che consenta decisioni politiche rapide ed efficaci. In tal modo potremo sciogliere il nodo che soffoca l'ambizione e la sfida europee a essere un nuovo importante giocatore della politica internazionale.

Alla definizione del Trattato costituzionale è affidato infatti il compito di disegnare le chances della nuova Europa di essere soggetto politico. Capace di essere, ora più che mai, fattore attivo di stabilità e di pace su di uno scenario internazionale molto mosso, ma anche garante di libertà, produttore - non più soltanto consumatore - di sicurezza e volano di qualità della vita per i suoi cittadini.

La Presidenza italiana convocherà pertanto - ricevuto il testimone dei risultati raggiunti dalla "Convenzione" e delle conclusioni del recente Consiglio europeo di Salonicco - la Conferenza Intergovernativa che dovrà approvare il nuovo "Trattato costituzionale". Entro dicembre dovremo saper raccogliere il più ampio e positivo consenso politico sul testo costituzionale per rendere viva e feconda la prospettiva di una sua firma a Roma. Contiamo di farcela tra la data di ingresso dei nuovi Stati membri (1 maggio 2004) e le elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo (metà giugno 2004).

Dobbiamo inoltre proseguire il cammino avviato verso la realizzazione di una "Grande Europa". La nostra Presidenza dovrà, in particolare, assicurare la piena partecipazione dei nuovi Stati membri ai lavori del Consiglio e facilitarne la piena integrazione nelle Istituzioni dell'Unione. Dobbiamo poi definire una tabella di marcia per Bulgaria e Romania, che consenta la loro adesione all'inizio del 2007; dare attuazione alla strategia di pre-adesione concordata al Consiglio europeo di Copenhagen nei confronti della Turchia. Dobbiamo infine dare concretezza alla prospettiva europea per i Paesi dei Balcani occidentali e promuovere la strategia politica di intensificazione dei rapporti con tutte le aree prossime all'Unione. Prima di tutto Russia e Paesi del Mediterraneo: in particolare, per questi ultimi, si dovrà pensare a una istituzione finanziaria autonoma, in prospettiva una banca, per promuovere sviluppo e investimenti.

Se la partita nuova - la vera evoluzione - si giocherà sul versante del ruolo politico che la nuova Europa saprà darsi, non dovremo però dimenticare le origini della nostra dimensione "comune": il mercato. Dovremo allora saper contribuire al rilancio della competitività economica, a partire dalle opportunità offerte dall'euro e dal programma di lavoro definito nella "Strategia di Lisbona". E tra gli obiettivi che dobbiamo porci: il rilancio dell'economia europea, attraverso politiche attive per l'occupazione e per un mercato del lavoro flessibile, la ripresa degli investimenti pubblici nei settori delle infrastrutture, dei trasporti, del capitale umano, della ricerca e della tecnologia. Potremo farlo ricorrendo anche a formule innovative di finanziamento: con la proposta del ministro Tremonti intendiamo lavorare, insieme alle istituzioni dell'Unione, a un progetto di azione europea per la crescita.

Dovremo poi promuovere il funzionamento effettivo del mercato interno nell'Unione allargata, dando rinnovato impulso allo sviluppo dei progetti sulle "Grandi Reti Transeuropee".

L'Europa conosce dunque una nuova grande responsabilità sulla scena internazionale. È inutile nascondersi che la sua maggiore autorevolezza dipenderà da una ritrovata e accresciuta solidarietà. Noi siamo impegnati a promuoverla, a partire da un solido e paritario rapporto transatlantico fondato sull'adesione a una tradizione, che è anche futuro, di valori universali comuni e condivisi. Ma a partire anche da sogni e ragioni che abbiamo iscritto in una grande storia comune proprio all'indomani della grande tragedia della guerra mondiale e della caduta delle dittature nazifasciste. Anche per questo abbiamo fiducia di saper trovare nel passato dell'Europa le ragioni di amicizia e fratellanza che possono aprirne il nuovo futuro. Sapremo ritrovarla - tutti insieme - questa solidarietà, anche guardando a quello scenario incerto che si chiama Medio Oriente: sviluppando ogni utile iniziativa a sostegno del processo di pace e del dialogo israelo-palestinese.

Lo abbiamo fatto e lo facciamo, noi italiani, anche manifestando la piena disponibilità - che è anche giusta ambizione - a organizzare in Italia un'eventuale Conferenza di Pace, comunque a ospitare eventi negoziali dedicati a ricercare concrete soluzioni al conflitto e a definire un piano di ricostruzione socioeconomica per quella regione martoriata.

L'Europa può e deve ritrovare una sola voce nell'attività di contrasto al terrorismo internazionale e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. E proseguire nelle iniziative per dotarsi di una credibile dimensione di Difesa. Il mondo che abitiamo - dopo l'11 settembre - ha bisogno di una nuova e più difficile sicurezza e l'Europa deve contribuirvi anche attraverso un coinvolgimento di tutti i membri della comunità internazionale: in particolare attraverso un rilancio del rapporto politico economico e culturale con i Paesi del mondo arabo.

Sappiamo poi di dover raccogliere gli orientamenti indicati dai Consigli europei di Tampere, Siviglia e, da ultimo, Salonicco, per accompagnare gli obiettivi prioritari della lotta al terrorismo, alla criminalità transnazionale, all'immigrazione clandestina (e ai traffici a essa connessi). Anche qui senza mai abbandonare la politica del dialogo e della cooperazione con i Paesi di origine dei principali flussi migratori. Il dialogo prepara e conferma quella volontà di integrazione che dobbiamo promuovere verso i cittadini di Paesi terzi legalmente residenti nel territorio dell'Unione.

Dobbiamo pertanto porci sempre più come un modello di pace, democrazia e stabilità sulla scena internazionale. Lo potremo e lo sapremo fare se all'Europa delle buone cause sapremo mettere accanto l'Europa delle responsabilità e delle azioni promuovendo attivamente la diffusione di quei valori universali ancora negati e calpestati in molte aree del mondo. Allora saremo un grande spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia. (Franco Frattini)


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