* INFORM *

INFORM - N. 121 - 24 giugno 2003

Daniele Rossini (Patronato Acli): "Alt agli indebiti INPS"

Secondo la Corte di Giustizia europea l'INPS deve controllare regolarmente la situazione reddituale dei pensionati ex lavoratori migranti, prendere in considerazione la loro buona fede e limitare ad un anno il recupero delle somme pagate in eccedenza

BRUXELLES - I pensionati che hanno debiti con l'INPS potranno tirare un sospiro di sollievo. Dovranno sì rimborsare le somme riscosse indebitamente per l'incidenza della pensione estera sulla pensione italiana ma solo per l'ultimo anno. Lo stabilisce una recente sentenza della Corte di Giustizia europea (*) , chiamata a pronunciarsi sul caso di un pensionato italiano residente a Lussemburgo, il signor Sante Pasquini, il quale, a causa di ritardi inverosimili nella trattazione della sua pratica, si è visto reclamare dall'INPS di Ancona il rimborso di ben 56.160.950 lire, pari a 29.005 euro.

Il signor Pasquini ha lavorato in Italia, in Francia e nel Lussemburgo. Nel 1987 ottenne la pensione di vecchiaia italiana nella misura integrata al trattamento minimo. Questa pensione doveva essere ricalcolata in prorata, e quindi diminuita, dalla data di liquidazione della pensione a carico della Francia e del Lussemburgo. Pur essendo stato informato tempestivamente della concessione della pensione francese e lussemburghese, l'INPS di Ancona ha atteso più anni prima di ricalcolare la pensione italiana. Questo ritardo ha comportato la costituzione dellčindebito di lire 56.160.950 lire su un periodo di 13 anni, dall'1.03.1987 al 30.04.2000.

Il Patronato ACLI ha contestato il provvedimento di recupero dell'INPS facendo leva su due argomenti:

- la necessità del rispetto del principio della certezza del diritto garantito da ogni ordinamento giuridico; l'INPS non può fare i suoi comodi e lasciar passare più anni prima di procedere al ricalcolo della pensione, lasciando l'interessato per lungo tempo in una situazione di incertezza;

- se l'indebito nasce a causa di negligenze o di errori dell'ente previdenziale, che non si preoccupa di applicare tempestivamente e correttamente le disposizioni dei regolamenti comunitari, il pensionato non può subire le conseguenze di questo stato di cose; l'indebito deve quindi essere dichiarato irripetibile, cioè non rimborsabile, in assenza di un qualsiasi comportamento o atto illecito da parte del pensionato.

Per risolvere la vertenza, il Tribunale di Roma si è rivolto, su esplicita richiesta dei legali del Patronato ACLI, alla Corte di Giustizia europea in Lussemburgo.

La Corte europea ha dato ragione al signor Pasquini. Essa ha osservato nelle motivazioni della sua sentenza che i regolamenti europei di sicurezza sociale hanno come finalità il coordinamento e non l'armonizzazione delle normative nazionali. Ne consegue che in materia di ripetizione degli indebiti sono applicabili i termini di prescrizione previsti dalle norme nazionali degli Stati membri.

Ora cosa prevede la legge italiana in materia? L'articolo 13, comma 2, della legge n. 412/91 dispone che «l'INPS procede annualmente alla verifica delle situazioni reddituali dei pensionati incidenti sulla misura e sul diritto alle prestazioni pensionistiche e provvede, entro l'anno successivo, al recupero di quanto eventualmente pagato in eccedenza».

L'articolo 3, comma 14, della legge n. 335/95 stabilisce che, a decorrere dal 1° gennaio 1996, l'integrazione della pensione al trattamento minimo viene annualmente ricalcolata in funzione delle variazioni di importo dei trattamenti pensionistici esteri intervenute al 1° gennaio di ciascun anno.

Esiste dunque nell'ordinamento italiano una disposizione di legge che impone all'INPS di controllare, una volta all'anno, i redditi dei pensionati e la loro incidenza sull'importo della pensione da liquidare. E la Corte di Giustizia ne ha dedotto che il termine prescrizionale da applicare all'azione di ripetizione degli indebiti in una situazione come quella del signor Pasquini è di un anno. Se l'INPS - questo il ragionamento della Corte - controllasse regolarmente la posizione pensionistica dei lavoratori migranti secondo le modalità previste dalle norme nazionali, il pagamento di somme indebite sarebbe comunque circoscritto a un periodo di un anno.

Le motivazioni che sono alla base della sentenza si richiamano al rispetto dei «principî comunitari di equivalenza e di effettività». Ciò significa che il trattamento di situazioni che derivano dall'esercizio di una libertà sancita dal Trattato UE (libertà di circolazione) non può essere meno favorevole del trattamento di situazioni puramente interne e che le modalità procedurali non debbono rendere impossibile o eccessivamente difficile l'esercizio dei diritti conferiti dal Trattato. In altri termini, non ci può essere disparità di trattamento tra i pensionati che ricadono sotto la sola legislazione italiana e i migranti che sono stati pensionati in applicazione dei regolamenti comunitari.

C'è da augurarsi adesso che la sentenza della Corte di Giustizia ponga termine alla deprecabile prassi dell'INPS consistente nel ricalcolare con una retroattività di più anni l'importo della pensione dei residenti all'estero, creando così pesanti situazioni debitorie.

Si tratta comunque di una bella vittoria giuridica che va ascritta alla indiscussa competenza del Patronato ACLI nelle questioni di diritto europeo e al suo costante impegno nella tutela dei diritti degli italiani all'estero. (Daniele Rossini, Patronato ACLI/Inform)

_________

(*) Causa C-34/02, Sante Pasquini c/INPS, sentenza del 19 giugno 2003


Vai a: