* INFORM *

INFORM - N. 114 - 15 giugno 2003

Il commento sul voto all’estero per i referendum di Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne

Il sistema ha funzionato a metà

MELBOURNE - Ad essere sinceri, non si sa proprio se meravigliarsi, congratularsi o rammaricarsi per il risultato della prova - storicamente la prima del genere - data dagli elettori italiani d’Australia che, pur con un sistema che ha funzionato a metà, hanno complessivamente messo nelle "urne virtuali" dei sacchi diplomatici poco più di 23 mila schede (il 24 per cento dell’elettorato presuntivo) per l’inutile referendum del 15 giugno.

Meravigliarsi, a tanta distanza ambientale e psicologica dalle problematiche quotidiane della terra d’origine, per un grado di partecipazione così elevato e sproporzionato rispetto all’importanza oggettiva dei due quesiti, respinti, con la sollecitazione ad astenersi o a votare "no", dalla quasi totalità delle stesse forze politiche italiane.

Congratularsi con gli elettori sparsi nel quinto continente per aver dimostrato volontà e capacità di esprimere proprie scelte democratiche, che indubbiamente si tradurranno in una più sostanziosa, pensata e convinta partecipazione alle elezioni politiche. Rammaricarsi per il vergognoso disordine del Ministero dell’Interno in Italia e per tanto spreco di energie e risorse, considerando che:

1) in Australia, dei 96.071 plichi fatti inviare così irresponsabilmente dal Ministero dell’Interno in base alle inaffidabilissime liste dell’AIRE, 11.443 sono tornati al mittente perché spediti a indirizzi vecchi di venti e trenta anni o a defunti o a non più cittadini italiani, e ben 61.356 (contenenti 122.712 schede referendarie e l’equivalente di almeno un albero secolare in opuscoli d’istruzione, anche in spaventosamente sgrammaticato inglese) scomparsi nel nulla, in parte serbati "a ricordo" dagli astensionisti e il resto finito nella spazzatura;

2) ancora in Australia, saranno nell’ordine di migliaia coloro che, pure avendone diritto, non hanno ricevuto a domicilio, per il pasticcio ancora irrisolto tra le liste del Ministero dell’Interno e del Ministero degli Esteri, lo "storico" plico (se non proprio il desiderio e l’utilità di votare, ci sono di mezzo almeno questioni di principio e di soddisfazione personale);

3) resta ancora il mistero, per l’intera circoscrizione Estero, di quelle 800 mila anime vaganti o "fantasmi" che compaiono nelle anagrafi consolari e scompaiono nell’AIRE (e in moltissimi casi si presenta anche il fenomeno inverso).

Nonostante una situazione di fatto non proprio positiva, c’è per l’inceppamento e le storture del sistema l’attenuante della "prima volta". E bisogna dare anche atto, almeno per quanto ci consta in Australia, dell’impegno profuso dall’ambasciata e dai consolati sia per la conduzione generale delle operazioni elettorali con tutta la valanga di ostacoli e contraddizioni scatenata da Roma, sia per le iniziative d’informazione e sensibilizzazione della comunità, condotte tramite i media di lingua italiana, senza delle quali il modesto risultato ottenuto sarebbe stato infinitamente più scarso. La consultazione referendaria all’estero per corrispondenza, pertanto, non va considerata un capitolo chiuso, bensì un’esperienza per evitare gli stessi errori nelle più impegnative prove elettorali del futuro, se non si vorrà correre il rischio di contestazioni in sede di Corte costituzionale e di possibili sentenze d’invalidità.

Tre considerazioni a caldo scaturiscono da questa, se vogliamo, "prova generale" di voto all’estero. La prima è, come detto ripetutamente nel recente passato, che nessun significato politico va attribuito a questa prova per quanto concerne le tendenze dei cittadini italiani nel mondo, che restano ancora tutte da verificare, e vanno respinti eventuali tentativi di qualsiasi parte di strumentalizzare questo esiguo voto. In secondo luogo, l’unificazione delle anagrafi deve essere priorità assoluta, in assenza della quale verrebbe negato il carattere di democraticità all’esercizio di un diritto civile fondamentale. Infine, le autorità ministeriali competenti dovrebbero avere l’umiltà e il buon senso di ascoltare i consigli (finora sistematicamente inascoltati) di chi opera all’estero sugli aspetti pratici e le esigenze locali per una corretta gestione di questo e di tanti altri servizi, invece di restare ingessate nell’antica testardaggine burocratica che regna nei palazzi romani. Ma il pesce puzza dalla testa e la responsabilità prima di correggere il sistema è dei politici designati a coprire cariche istituzionali. (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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