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INFORM - N. 111 - 10 giugno 2003

L'editoriale di "Corrispondenza Italia"

Il sindacalismo europeo e la delusione della Costituente U.E.

ROMA - Un avvenimento come il decimo congresso della Confederazione europea dei sindacati, svoltosi a fine maggio a Praga, sarebbe anche per noi del patronato Inas, un’occasione opportuna per ritornare su temi e riflessioni che ci hanno tradizionalmente impegnato: - le caratteristiche della nostra Cisl, circondata sempre da attenzione per le soluzioni non solo di politica sindacale ma anche di tutela sociale, pratica e personale, della condizione dei lavoratori e delle loro famiglie; - le connessioni e le sinergie tra il nostro essere parte organica, come Cisl, del movimento sindacale europeo e internazionale e la consuetudine di rapporti bilaterali, diretti, intensi e fattivi con le strutture sindacali degli altri paesi di tutto il mondo, in particolare quelli in cui più numerose e radicate sono le colonie di connazionali in emigrazione o gli oriundi italiani che spesso sono qualificati dirigenti sindacali nei paesi di accoglienza.

Ma il "momento europeo" che stiamo attraversando ha valenze ancora più larghe e impegnative di quelle strettamente sociali e sindacali, Ci riferiamo naturalmente alla prospettiva della "Grande Europa" a alla speranza che essa si doti di una "Carta costituzionale" che rappresenti un vero contributo innovativo ed esemplare, un punto di riferimento forte ed alto per l’umanità del XXI secolo, per la sue fragili ma vitali speranze di pace e di giustizia globale ordinata.

E in questo senso dobbiamo dire che, così come accade sul versante sindacale della Ces, che tante volte accusiamo di essere impari di fronte ai pressanti problemi a cui sarebbe chiamata a dare risposte nella società europea; di fronte alla mancanza di visione e di coraggio delle élite europee, anche imprenditoriali, così parimenti i "padri costituenti" della convenzione U.E. hanno consegnato ai nostri popoli europei una proposta di Trattato francamente deludente. Deludente non per imperizia, né per difetto di impegno diplomatico nella ricerca di soluzioni di compromesso. Ma deludente per un chiaro deficit di "anima".

Non è la questione del richiamo a Dio nel preambolo della Carta. Né si tratta della citazione del ruolo del Cristianesimo nella storia europea e nella formazione della sua identità. Queste sono questioni di forma: sia pure essenziali e fondamentali.

E’ che il disconoscimento del dato cristiano dell’identità europea mette a nudo la debolezza spirituale (ai limiti del tradimento) di fronte al compito che la storia (non diciamo la Provvidenza) ha assegnato all’Europa: il luogo in cui, pur fra tante tragiche contraddizioni, è stata elaborata una civiltà che ha cercato di intrecciare Dio e uomo, fede e ragione, spirito e scienza, corpo e anima, eternità e contemporaneità, rivelazione e incarnazione (gli amici noteranno che abbiamo riservato volutamente la maiuscola solo al nome di Dio; pur ricordando che tra le tragedie europee ci sono costituzioni in cui si faceva obbligo della minuscola anche in quel caso).

Cosa c’entra il sindacato in tutto questo? Qualunque amico della Cisl e dell’Inas sa bene che facciamo orgogliosamente parte di quella "scuola dell’intreccio" tra contraddizioni apparenti: categorie forti e poveri, Nord e Sud (anche del mondo) impiegati e operai, giovani e vecchi. In una parola: solidarismo. E noi sappiamo che quello è il crocevia di una Europa degna anche socialmente di una sua missione nel mondo. (Corrispondenza Italia/Inform)


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