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INFORM - N. 111 - 10 giugno 2003

Europa, Referendum e Italiani all’estero

LONDRA - Vi sono paesi nell'ambito dell'UE dove vigono legislazioni del lavoro contraddittorie o pesantemente limitative dei diritti dei lavoratori, come è, sotto alcuni aspetti, il caso dell'Inghilterra.

Un paio di settimane fa 19 dipendenti della ditta dove lavora mia moglie (una ditta americana nel settore dei servizi che conta oltre 100 dipendenti) sono stati licenziati.

Non si trattava di misure disciplinari adottate dall’azienda ma di una semplice ristrutturazione resasi necessaria per fronteggiare una difficile congiuntura economica.

E forse questo -- la facilità con cui si possono assumere e licenziare i dipendenti -- spiega il motivo per cui la GB è tra i paesi europei tuttora quello che attrae il più alto numero di investimenti stranieri.

La legge inglese prevede infatti che si possano licenziare fino a 19 dipendenti per motivi economici – a meno che non abbiano almeno due anni di anzianità - senza che essi possano ricorrere ad un tribunale del lavoro per ricusare la decisione.

Potete immaginare l'amarezza di quel lavoratore italiano (uno di quei malcapitati 19 di cui sopra) che pur avendo votato per il sì nel referendum italiano è stato comunque licenziato perché nel Regno Unito tale diritto non è contemplato.

Evidentemente, a differenza dell'Italia, il sistema degli ammortizzatori sociali vigente nel Regno Unito - per quanto soggetto a continui tagli e limitazioni - è comunque tale da garantire un minimo di protezione sociale e, sia pure parzialmente, di limitare i danni sociali derivanti dal licenziamento del lavoratore.

In Italia, almeno in questo ambito, i ritardi dell'azione riformatrice di questo e dei passati governi sono evidenti.

L'attuale governo, pur avendo introdotto significative modifiche all'ormai obsoleto istituto del collocamento - pensati dalla sinistra ma da essa mai realizzati - non ha con altrettanta solerzia fatto molto per cambiare la vigente legislazione in materia di ammortizzatori sociali, tuttora pesantemente penalizzante nei confronti dei lavoratori disoccupati di lungo periodo. Questi ultimi, è noto, sono una delle principali cause del mancato decollo economico del Mezzogiorno.

Da qui la necessità - sentita dal sindacato - di sopperire ad una "colpevole" mancanza dei governi: difendendo una delle poche forme di tutela sociale che rimane ai lavoratori, oggi sempre più vittime delle incertezze dell'economia mondiale, estendendo la sfera dei diritti previsti dalla legge ed eliminando la disparità di trattamento tuttora esistente tra lavoratori superprotetti e lavoratori esclusi da determinati diritti.

Dunque, se è legittimo considerare l'estensione dell'articolo 18 ai lavoratori delle piccole imprese come una misura sostanzialmente ragionevole – purché non incida in modo eccessivo sui conti delle piccole aziende e sia compensata da misure atte a favorire l’occupazione -- è altrettanto legittima la preoccupazione che il prezzo da pagare per ottenere un sacrosanto diritto sia troppo alto: l’ennesima divisione dell’unione sindacale sui temi del lavoro rischia davvero di acuirsi.

Inoltre, il vuoto legislativo che seguirà all'abolizione della norma "incriminata" potrebbe portare danno anziché vantaggi al lavoratore, almeno per il periodo che trascorrerà prima che la nuova legge venga riformulata da parte del Parlamento Italiano, i cui tempi - è noto - non sono affatto rapidi.

Ma nel nostro Paese quello delle buone leggi non è mai stato un parto facile.

Resta il rammarico che il centrosinistra non ha potuto (voluto?) modificare la legge quando era al governo e ora si astiene - per motivi legittimi e comprensibili - quando invece due anni fa scese in piazza per difendere senza esitazioni lo Statuto dei Lavoratori.

Una contraddizione che comunque evidenzia - se non incoerenza - la difficoltà da parte della politica italiana a realizzare intese chiare, stabili e durature sui temi scottanti del lavoro; e denuncia il perenne stato confusionale della nostra classe politica; che, ahinoi, è proprio quello di cui ci rimproverano da

sempre i nostri partners europei. Forse non hanno tutti i torti! (Ernesto Granese*-Inform)

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* Ernesto Granese è Presidente dell'Associazione Italiani nel Sussex & Friends of Italy Club)


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