* INFORM *

INFORM - N. 107 - 4 giugno 2003

Per le ACLI il Referendum sull’articolo 18 è uno strumento "sbagliato e inutile"

ROMA . Pubblichiamo qui di seguito il documento della direzione nazionale delle Acli sul referendum del 15 giugno relativo all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Un’arma impropria

Il referendum per decidere se abolire o no la soglia dei 15 dipendenti nell’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori è uno strumento sbagliato per risolvere dei problemi veri. Per di più rischia di crearne dei nuovi.

E’ come voler fare la punta ad una matita con l’accetta: per quanta attenzione si presti c’è il rischio di spaccare tutto. Il quesito referendario, per sua natura semplificatorio, non si presta a risolvere problemi complessi ed inediti che nascono dalla necessità di introdurre nuove tutele e dalla affermazione di nuovi diritti di un lavoro che si è profondamente trasformato.

Rispondere "SI’": un danno per i lavoratori e per le piccole imprese

Se infatti la risposta al quesito referendario fosse "SI’", si determinerebbe un quadro normativo sostanzialmente inapplicabile. Ne verrebbe un danno per il lavoratore che non avrebbe una tutela reale del posto di lavoro e ancor di più sarebbero penalizzate le piccole e piccolissime imprese - che sono il 90% del tessuto produttivo del Paese – costrette ad applicare una norma del tutto estranea ai contesti organizzativi e ai rapporti interpersonali che si creano in questa tipologia di aziende.

D’altra parte è necessario ricordare che anche nelle imprese sotto i 15 dipendenti non è possibile licenziare senza giusta causa perché vietato dalla legge 108/90 una disciplina e una procedura diversa dalle aziende maggiori. Certo tutto si può migliorare e anche queste regole possono mutare: ma la strada da seguire non è il referendum bensì la contrattazione e la modifica della legislazione per via parlamentare.

Rispondere "NO": un modo per ignorare i lavoratori atipici

Se si rispondesse "NO", la legislazione rimarrebbe invariata. Ma sarebbe come voler negare – e non sono pochi quelli che lo fanno – che esiste una marea montante di nuove domande di tutela. Il lavoro dipendente infatti si accompagna sempre più a forme di lavoro atipico, discontinuo e frammentato che comportano per la persona che lavora evidenti svantaggi non solo per la precarietà del posto di lavoro, ma anche per le condizioni di remunerazione, tutela previdenziale e possibilità di adeguato sviluppo professionale. Rispondendo NO, si metterebbe nei fatti una pietra sopra a questo universo di lavoratori senza voce, con scarse tutele e con precarie prospettive di futuro. Occorre invece giungere al più presto ad un nuovo "Statuto dei lavori" in cui tutte le persone che lavorano – donne e uomini – godano di alcune tutele essenziali ed irrinunciabili.

Respingere al mittente il quesito referendario: "Sì" ad un astensionismo attivo

E’ impossibile dare risposte giuste a domande sbagliate. Respingiamo al mittente queste domande sbagliate, facendo fallire il referendum.

C’è una terza via, oltre al SIì e al NO: impedire il raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto previsto specificatamente per i referendum di tipo abrogativo. Se il legislatore ha introdotto tale vincolo, per il cittadino elettore esiste la possibilità di astenersi come modo attivo per rifiutare un referendum che muove da un assunto sbagliato e fuorviante.

Dunque è nostra convinzione che la posizione più responsabile di fronte ad un quesito referendario che non può avere alcun esito positivo, sia quella di non partecipare al voto. Astensione dalla partecipazione che non è rinuncia ad esercitare un ruolo attivo, non è voglia di "andare al mare". Anzi è impegno ancor più incessante perché il lavoro in tutte le sue forme sia riconosciuto, protetto e valorizzato.

Affermare i nuovi diritti della persona che lavora, a cominciare dal riconoscimento dei diritti individuali di formazione

Anziché la via referendaria, le ACLI scelgono la via legislativa. Proprio in queste settimane quattro deputati della maggioranza e dell’opposizione (Bianchi, Campa, Lucà e Tabacci) hanno sottoscritto e depositato una proposta di legge intitolata "Riconoscimento del diritto di formazione" che è l’esito concreto della campagna sulla "flessibilità sostenibile" realizzata nel 2002. Un modo per dire che i nuovi diritti del lavoro, le nuove tutele, le nuove forme di inclusione sociale passano attraverso il riconoscimento ad ogni cittadino che lavora, che cerca un lavoro, che vuole cambiarlo e che vuole rientrare al lavoro, di una "dote" di formazione, ovvero la possibilità di accedere lungo tutto l’arco della vita a buone opportunità di formazione e di apprendimento dei saperi e delle tecnologie.

Le ACLI sono impegnate perché questo disegno di legge sia rapidamente approvato dal Parlamento in modo che i lavoratori e le lavoratrici, specialmente quelli più giovani, godano di moderne ed efficaci tutele non solo sul posto di lavoro, ma anche nel mercato del lavoro. (Inform)


Vai a: