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INFORM - N. 103 - 29 maggio 2003

RASSEGNA STAMPA

Il Correre della Sera, 29 maggio 2003

Per i residenti nei Paesi stranieri l’Inps adegua i 516 euro dell’assegno minimo al potere d’acquisto locale

Italiani all’estero? In Congo ricevono 5,99 euro di pensione

Poco più di 393 euro in Argentina, 846,01 euro nella Repubblica del Congo-Brazzaville ma solo 5,99 euro nella Repubblica Democratica del Congo. Sono queste alcune «equivalenze» calcolate dall’Inps per i pensionati italiani residenti all’estero che hanno diritto all’integrazione dell’assegno a 516 euro. I calcoli sono fatti in base al potere d’acquisto locale e il decreto attuativo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. I coefficienti di conversione prendono come riferimento l’anno 2000 e il dollaro Usa come moneta di paragone.

Il Correre della Sera, 29 maggio 2003

Minima a 516 euro? In Argentina ne mandano solo 393

Firmato il decreto che integra le rendite anche a chi risiede all’estero

ROMA - C’è lo stanziamento, 60 milioni di euro. C’è la legge e ora anche il decreto attuativo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, con l’indispensabile allegato tecnico. E ci sono anche 200 mila lettere dell’Inps già in viaggio per una trentina di Paesi del mondo, dall’Argentina allo Zimbabwe. La macchina dello Stato è ormai pronta per elargire anche ai pensionati italiani che risiedono all’estero la nuova integrazione «equa» dell’assegno previdenziale ai famosi 516 euro, il vecchio milione di lire. Operazione scaturita da una furiosa battaglia parlamentare del ministro per gli Italiani all’Estero, Mirko Tremaglia, che minacciando le dimissioni la impose nella Finanziaria 2003, ma che rischia di rivelarsi un flop. Innanzitutto la macchina è complessa e c’è voluto un po’ per metterla in moto. Il decreto attuativo della Finanziaria, tanto per cominciare, doveva essere varato entro febbraio ed è arrivato solo adesso. Forse per via dei difficilissimi calcoli necessari per compilare la tabella dell’allegato, quella che stabilisce il «coefficiente di conversione della parità del potere d’acquisto» in ciascun Paese estero rispetto all’Italia. Numeri indispensabili per garantire che l’aumento delle pensioni minime abbia lo stesso peso effettivo per tutti i pensionati italiani che ne hanno diritto, che abitino a Cantù oppure a Canberra, ma destinato a creare problemi di applicazione sia per i criteri che sono stati seguiti per determinare i coefficienti, sia per qualche evidente errore materiale.
Innanzitutto la tabella dei coefficienti di conversione del potere d’acquisto è stata costruita prendendo come riferimento l’anno 2000. E se in Italia e nel mondo industrializzato negli ultimi tre anni il potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente invariato, lo stesso non è accaduto in Argentina, dove c’è stata una svalutazione pesantissima, e dove risiedono almeno 10-15 mila potenziali aventi diritto all’integrazione. A loro basti sapere che il tetto dei 516 euro mensili «italiani» equivale a 393,28 euro. Che garantivano forse lo stesso potere d’acquisto nel 2000, ma non oggi.
C’è poi il fatto che il coefficiente di conversione del potere d’acquisto è stato definito, come si legge nel decreto, dal «numero di unità di moneta locale necessario per l’acquisto nel mercato locale della stessa quantità di beni e servizi acquistabili sul mercato statunitense con un dollaro». Dollaro Usa? Certo, perché il potere di acquisto si calcola «triangolando» con una valuta terza, ma nessuno sembra aver pensato alla fluttuazione dei cambi euro-dollaro. Nel 2000 l’euro faticava a tenere quota 0,80, mentre oggi ci vogliono 1,17 dollari per un euro.
E per finire ci sono le sviste nella tabella, perché solo di svista si può parlare quando ci si accorge che i soliti 516 euro «italiani» valgono 846,01 euro nella Repubblica del Congo (quasi quanto nel costosissimo Giappone), e appena 5,99 euro nella vicina Repubblica Democratica del Congo, centoquarantuno volte di meno. Va bene che lì c’è una guerra civile in corso da dieci anni, ma dai dati 2001 del Fondo monetario tutta questa differenza non sembra esserci, con un pil pro capite nei due Paesi, rispettivamente, di 1.540 e 590 dollari.
La cosa più bella, però, è che nessuno sa ancora quanti siano i pensionati all’estero che hanno diritto all’integrazione. All’Inps dicono 70-80 mila, ma il governo non è sicuro. Tanto che la Finanziaria prevede una doppia clausola di salvaguardia: se alla fine del gioco i beneficiari dovessero essere troppi, o troppo pochi, rispetto allo stanziamento di 60 milioni, il governo interverrà con un decreto per modificare i requisiti di accesso all’integrazione. Ampliandoli o restringendoli, a seconda del caso. Pretendere che gli italiani siano tutti uguali è forse troppo. (Mario Sensini-Corriere della Sera)

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