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INFORM - N. 102 - 28 maggio 2003

RASSEGNA STAMPA

La Stampa, 28 maggio 2003

Frattini sul semestre italiano di presidenza europea: "Sarà la pace in Medio Oriente la nostra vera sfida"

ROMA - Sarà il Medio Oriente la vera sfida del semestre italiano: «La nostra presidenza si troverà davanti una finestra di opportunità: oggi sulla soluzione della crisi c'è un ottimismo che definirei vigile, ma i nemici della pace sono tanti, hanno provocato terrore e potrebbero farlo anche in futuro», dichiara il ministro degli Esteri Franco Frattini alla Stampa. «Se non daremo presto risultati concreti e visibili, l'effetto boomerang potrebbe convertire l'ottimismo in un tragico pessimismo. Tutti i potenti del mondo si sono impegnati in prima persona: sarebbe una tragedia se non ci riuscissimo. Dobbiamo assolutamente arrivare in autunno alla prima conferenza di pace: per l'Italia è una grande opportunità e una grande sfida».

Lei è reduce dal vertice euromediterraneo di Creta: ha prodotto segnali incoraggianti ma confermato grossi ostacoli: ritorno dei profughi, insediamenti israeliani, terrorismo.

«Ma il ministro israeliano Shalom, in un intervento toccante, ha fatto una dichiarazione sorprendente: 'Non possiamo immaginare che il terrorismo finisca del tutto prima che ci sediamo a parlare, ma dobbiamo pretendere segni di un concreto impegno palestinese'. C'è un approccio pragmatico anche da parte di chi ha sofferto vittime per il terrorismo. C'è una volontà seria di entrambe le parti. Questioni serie di contenuto si porranno, certo, ma il fatto che le due parti dicano: non decidiamo ora sul problema di merito ma discutiamo, mi fa ben sperare».

Il ministro Shalom è scettico sull'Europa. Una debolezza aggravata dalle divisioni interne manifestate anche negli ultimi giorni con la visita del francese de Villepine ad Arafat?

«La debolezza è una sfida da cogliere. Shalom si aspetta dalla presidenza italiana un ruolo più consistente rispetto a quello giocato finora dall'Europa. Il nostro impegno è rafforzarlo. Quanto al problema Arafat, richiede una riflessione a 25».

A Creta c'era anche il ministro siriano, per la prima volta dopo 3 anni. Un gesto simbolico, un segnale all'Europa perchè sia mediatrice con gli Usa?

«Fra pochi giorni andrò in Siria. Si deve coinvolgerla e tenerla vicina all'Europa con due obiettivi: far cessare anche il supporto indiretto alla fazioni più estremiste, e allargare la soluzione del conflitto israelo-palestinese a una stabilità regionale. La presidenza italiana agirà perchè il ruolo della Siria sia incoraggiato e Damasco coinvolto nel negoziato. La Siria deve essere messa alla prova».

Medio Oriente è anche Iran, che Israele considera il centro del terrorismo e gli Usa «stato canaglia». La presidenza italiana medierà?

«All''Iran chiediamo in modo esplicito due passi avanti, sulla non proliferazione nucleare attraverso la firma del protocollo aggiuntivo sulle armi nucleari, e sul terrorismo: la cattura di alcuni membri di al Qaeda va nella direzione giusta. L'Iran deve svolgere un ruolo propulsivo-positivo: non deve restare ai margini».

L'Arabia Saudita è in bilico. Quale sarà la linea italiana?

«Sarà nella prospettiva di una soluzione regionale. Sto studiando gli strumenti usati dalla diplomazia negli ultimi vent'anni per affrontare le crisi regionali. Quando si ruppe la Jugoslavia si inventò il patto di stabilità: un assetto in cui tutto si tiene, Serbia, Montenegro e Bosnia. Nacque l'accordo di stabilizzazione che dopo 10 anni si rivela vincente. Per il Medio Oriente l'idea è un piano globale che unisca sviluppo economico, relazioni culturali e ripresa di istituzioni funzionanti. Questa è la visione su cui la presidenza italiana dovrà fare un salto di qualità politica: il tassello che vogliamo aggiungere è il 'piano Marshall'».

Come dire che per battere il terrorismo non basta la forza?

«Il terrorismo richiede tre livelli di azione. Prevenzione e intelligence, azione-reazione di tipo militare o di polizia, e poi quello più innovativo: sradicarne le radici culturali, sociali ed economiche. Sarebbe miope non capire che il terrorismo ha radici profonde nella disperazione, nella povertà, nel senso di divisione fra culture, nella mancanza di prospettive per i giovani. Solo creando un'area di sviluppo capace di attirare investimenti potremo dare un contributo alla sicurezza».

L'Italia avrà ruoli direttivi in Iraq?

«Avremo un ruolo amministrativo nei governi provvisori delle città, e sarà forse italiano il vice governatore di Bassora. Avremo la leadership del settore culturale, parteciperemo a quelli delle infrastrutture, strade, acquedotti, sanità».

Ma i nostri soldati sono su un crinale, dove è facile muoversi cambiando le regole di ingaggio.

«Possiamo muoverci anche su un crinale, ma l'opposizione dovrebbe farsi un grande esame di coscienza e rispondere con sincerità, essendone capace: era forse meglio aspettare invece di assicurare gli interventi d'urgenza?».

Il nostro sostegno alla guerra sarà premiato dagli americani in campo economico?

«Ho chiesto a Berlusconi se fosse opportuno definire settori concreti di ricostruzione con la partecipazione di imprese italiane. La risposta è stata: ci preoccupiamo dell'aiuto umanitario, l'idea di andare per offrire un business italiano non c'è».

L'Italia avrebbe voluto fare di più militarmente, se non fosse stata limitata da quelli che sono stati definiti fastidiosi lacci costituzionali?

«L'Italia non è una potenza militare perchè storia, tradizioni, la stessa presenza del Papa l'hanno portata a essere lontana da impegni diretti. Non ci ha frenato solo il divieto costituzionale: gli americani l'hanno capito, e sono stati sensibili a non chiedercelo».

Intellettuali molto vicini a Bush come Robert Kagan accusano l'Europa di vivere in un paradiso strategico e di potersi permettere di stare a guardare. Concorda?

«Per decenni l''Europa è stata solamente un consumatore, mai un produttore di sicurezza. Ne ha profittato per lo sviluppo economico e il rilancio politico, E' nostro dovere cominciare ad essere produttori di sicurezza. Ma distinguo fra unipolarismo e unilateralismo: gli Usa dovranno comprendere che il loro unipolarismo non deve portare a un metodo unilaterale, ma a confrontarsi con le altre potenze perchè un'Europa più forte sarà uno strumento per coordinarsi meglio tra le due sponde dell’Atlantico, e corrisponderà anche all’interesse degli Usa».

Lo scontro fra Berlusconi e Prodi comprometterà il nostro semestre?

«Berlusconi ha ripetuto che l'aspetto personale non deve creare ostacoli al semestre. Prodi ha confermando che coopererà con la presidenza. Certo non aiuta l'atteggiamento del Correntone, che addita Berlusconi come un pericolo per la democrazia, o di una parte della Margherita, secondo cui Berlusconi dovrebbe pensare ai suoi processi. Sarebbe molto grave se parte dell'opposizione preferisse votare contro il semestre italiano: dobbiamo difenderci da un fronte interno tanto aggressivo che addirittura si augura il fallimento del semestre?».

Alla Convenzione l'Italia ha scelto il metodo intergovernativo, una deviazione dalla tradizionale posizione federalista. Perchè?

«La scelta non vuol dire che non si debba trovare equilibrio fra i tre attori della Costituzione europea: siamo partiti da una posizione che rafforza il Consiglio e il suo presidente, ma siamo disponibili a creare intorno al presidente del Consiglio un ufficio di presidenza semestrale, e a garantire che le competenze dei presidenti di Consiglio e Commissione siano predeterminate, per evitare che a capo del Consiglio ci sia un gestore e non un chairman. Siamo pronti a una terza modifica, perchè il presidente della Commissione sia scelto dal Parlamento europeo».

La crisi irachena ha creato nuovi equilibri in Europa, non ancora stabilizzati. Quale sarà il ruolo dell'Italia?

«Un ruolo particolare è nella sua proiezione mediterranea. Basterà riuscire a promuovere una Banca per il Mediterraneo e una Fondazione euromediterranea per la cultura, per delineare il nostro ruolo di Paese protagonista negli scambi fra l'Europa che si allarga a Nord e Est, e un'Europa che guarda a Sud. Un Paese cerniera tra culture. Il secondo ruolo è quello di Paese fondatore dell'Europa: se riusciremo, con la Convenzione, a far riesplodere l'entusiasmo europeista, anche se nella Costituzione la parola federale non ci sarà, avremo ridato agli italiani lo slancio europeista che da molti anni mancava. L'euro è stato un risultato straordinario, ma l'euro è una cooperazione rafforzata. Vogliamo fare tanti euro, un'area euro della difesa, una per i trasporti? Oppure pensiamo che ci vuole un impulso politico per ricreare lo spirito di coesione comunitario, molto più difficile e ambizioso?».

Due anni di politica estera del centro destra: dove avete voluto differenziarvi?

«In un approccio regionale più complessivo al Mediterraneo: non a caso gli israeliani dicono che mai come in questi due anni l'Italia è stata amica, anche se non abbiamo perso l'amicizia dei palestinesi. Abbiamo dato un segnale alla sponda Sud del Mediterraneo, ottenendo risultati concreti: stiamo per chiudere con la Libia la storica questione dei crediti delle imprese italiane, abbiamo guardato alla Russia come a un amico vero, abbiamo esercitato il dovere politico di scegliere durante la crisi irachena. Le nostre correzioni di rotta sono state a difesa dell'interesse nazionale e della sua identità, come fanno gli inglesi, i francesi o gli austriaci: siamo stati derisi per aver portato al Consiglio europeo il pacchetto fiscale, gli ecopunti e le quote latte: ma il Procuratore generale della Corte di Giustizia europea ha dato ragione alla nostra impostazione, dicendo che esiste un 'problema di riequilibrio', aggravato dalla sinistra nel suoi anni di governo».

A proposito di sinistra: considera le elezioni di domenica il primo colpo alla Cdl?

«L'attacco personale al presidente del Consiglio è stato fronteggiato nel migliore dei modi. Cdl non ha perso, quel clima ha avuto una risposta adeguata. La perdita della provincia di Roma è dolorosa, ma se l'opposizione canta vittoria, sappia che è una vittoria di Pirro». (Emanuele Novazio)


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