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INFORM - N. 101 - 27 maggio 2003

Referendum del 15 giugno - Dino Nardi (UIL/CGIE): "non voto" per l’articolo 18

ZURIGO - Rispetto al prossimo referendum del 15 giugno, che riguarda l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori anche alle piccole imprese che occupano meno di 16 addetti, la Direzione della UIL ritiene prioritario e necessario ridefinire un quadro normativo che consenta il consolidamento e l’estensione delle tutele a tutti i lavoratori dipendenti alla luce dei cambiamenti fin qui realizzatesi nel mondo del lavoro. Proprio per rispondere a questo problema nel febbraio 2003, la UIL ha reso pubblico un documento di riflessione per le "Estensione delle tutele" che si prefiggeva l’obiettivo, poi raggiunto, di allargare il dibattito politico, sindacale e giuridico sulle nuove forme di tutela.

La UIL ha cercato, insomma, di coinvolgere tutti quei soggetti che partendo da un approccio riformista al cambiamento, volessero contribuire ad interpretarlo per governarlo. I tempi e la strumentalizzazione della politica non hanno consentito di praticare questa strada, che comunque la UIL rilancerà. Ci si trova ora nella situazione di esprimere un’indicazione rispetto al referendum, consapevoli che l’art. 18, già a partire dal Patto per l’Italia, è diventato terreno di pura e semplice contrapposizione, e che la dimensione politica del voto è ormai assolutamente evidente. 

La Direzione della UIL ritiene giusto rifiutare la logica che sottende al referendum stesso, perché il risultato, qualsiasi esso sia, non risolverà il problema centrale presente nel mondo del lavoro; che è quello dell’allargamento delle tutele per le fasce di lavoratori più deboli. Quindi è di tutele che bisognerebbe discutere, evitando di aumentare la fuorviante confusione tra il concetto di diritto e quello di tutela. Rafforzare il primo e allargare le tutele anche nelle imprese sotto dei 16 dipendenti è l’obiettivo che ha caratterizzato l’azione della UIL nell’ultimo anno. La Direzione della UIL non considera utile, né risolutivo dei problemi per i lavoratori delle piccole imprese, votare SI al referendum. Un’eventuale vittoria del SI, faciliterebbe di fatto una forte crisi nel tessuto della piccola impresa, di per sé già fragile, e renderebbe più forte il ricorso al lavoro nero. Così come la vittoria del NO equivarrebbe a negare la necessità di nuove tutele adeguate ai cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e della produzione negli ultimi anni, verso i quali è compito della UIL concentrare il meglio della sua analisi, elaborazione ed azione sindacale. E’ possibile individuare in questo referendum un ulteriore pericolo che è quello rappresentato dalla deriva ideologico massimalista che intenderebbe utilizzare lo strumento referendario per sottrarre le materie del lavoro ai legittimi rappresentanti. Questa deriva è tutta tesa a limitare lo spazio alle parti sociali, e, in particolare, la funzione di rappresentanza al sindacato. Abbiamo assistito in questi ultimi due anni a veri e propri scambi di ruolo che hanno finito per generare confusione e sospetto. C’è la necessità di ribadire ruoli e competenze delle parti sociali, perché è fuori discussione che in un Paese democratico spetti a queste definire la qualità giuridica ed economica del rapporto di lavoro. 

E’ per tutti questi motivi che la Direzione della UIL ritiene necessario e doveroso indicare la strada del NON VOTO. Scelta questa che sia capace però di trasformarsi da subito in una proposta di intervento, primo fra tutti quello legislativo, allo scopo di migliorare e allargare le forme di tutela per tutti quei lavoratori che oggi ne sono privi o ne fruiscono in modo parziale. Un sindacato autenticamente riformista come la UIL deve interagire in modo propositivo - anche nel campo delle nuove tutele - in una società sempre più dinamica, complessa ed articolata.

Ebbene, da parte di chi, come il sottoscritto, condivide in tutto e per tutto la posizione della UIL su questo quesito referendario, come è possibile conciliare il messaggio del "non voto" (peraltro condiviso da gran parte del centrosinistra, ma non solo, ed anche dalla CISL) sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? E contemporaneamente sollecitare una partecipazione massiccia alla votazione del 15 giugno per la quale gli emigrati dovranno esprimersi per corrispondenza per dimostrare l’interesse anche degli italiani all’estero per la politica italiana? Presto detto!

Poiché i quesiti referendari posti in votazione il 15 giugno sono due, si potrà votare, secondo coscienza, per quello concernente l’abolizione delle servitù per gli elettrodotti. Mentre non si restituirà la scheda elettorale che riguarda l’articolo 18. Così facendo si contribuirà, da un lato, a rendere più difficile il raggiungimento del quorum sull’articolo 18 e quindi ad annullare quel referendum e, dall’altro, partecipando comunque alla votazione sarà evidente l’interesse per il voto per corrispondenza e l’apprezzamento per la recente legge sul voto all’estero per la quale gli emigrati si sono battuti per decenni.

Certo che sarà, comunque, difficile dimostrare questo interesse se si considera che da tutto il mondo ci giungono notizie disastrose: disinformazione quasi totale; malfunzionamento delle anagrafi con centinaia di migliaia di cittadini italiani che non stanno ricevendo il materiale elettorale; elettori irreperibili e… mdefunti che, invece, vengono chiamati a votare. Un vero e proprio caos, meno male che si tratta di un referendum e non di una votazione per il Parlamento, altrimenti ne avremmo visto delle belle! (Dino Nardi, Presidente dell’ITAL-UIL Svizzera e membro del CGIE)

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