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INFORM - N. 100 - 26 maggio 2003

L’editoriale di Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne

Che gli italiani all’estero non diventino una barzelletta!

A pagina 24 di questo giornale l’ambasciata e i consolati d’Italia in Australia illustrano le modalità del primo esercizio di voto all’estero per corrispondenza in occasione del referendum del 15 giugno. E’ un’occasione "storica" solo nel senso che è frutto e prova concreta di una eccezionale quanto travagliata misura legislativa prevista, attesa o temuta da decenni, ma che in questo sfortunato debutto dell’elettorato italiano fuori d’Italia va nondimeno ridimensionata, inquadrata nei suoi reali limiti e portata, per non incorrere in mistificazioni e abbagli. Lo ripetiamo: come test politico e indicatore della coscienza democratica degli italiani all’estero il referendum del 15 giugno non conta. Non solo per la novità e la complessità tecnica dell’operazione basata su due straordinariamente discordanti anagrafi (quella del Ministero dell’Interno e quella del Ministero degli Esteri) e per la totale estraneità alla circoscrizione Estero delle due questioni referendarie (articolo 18 ed elettrosmog), ma anche per l’allucinante confusione delle lingue sullo stesso territorio nazionale. All’invito del ministro Tremaglia che incita a "votare come si vuole ma andare a votare" si sovrappongono l’invito personale del presidente del Consiglio Berlusconi e di una grossa fetta del centrodestra, del centrosinistra e del sindacato ad astenersi, l’invito dell’estrema sinistra, dei verdi e della CGIL a votare "sì", l’invito della Confindustria, Confcommercio, altre organizzazioni imprenditoriali e alcuni settori della stessa area governativa a votare "no", infine l’invito di spezzoni politici e sindacali e sparsi battitori liberi dell’opinione pubblica a votare scheda bianca. Lo stonatissimo coro di questa babele, dove sono capitati (male) anche i cittadini italiani all’estero alla prima sortita da elettori, non può che preludere al costoso fallimento della consultazione popolare per mancato raggiungimento del quorum di votanti (il 50 per cento degli elettori), come dire al trattamento dei classici pesci in faccia a chi questo cervellotico referendum ha voluto. Bando, quindi, alla retorica pirotecnica sul valore di questa "prima volta" del voto all’estero.

Ma le contrastanti voci, e contrapposte posizioni anche all’interno delle singole formazioni politiche, sul referendum sono soltanto una delle stonature che si registrano quotidianamente sul futuro del voto per corrispondenza e sulla presenza italiana nel mondo. E sono note talmente stonate che, se dovessero proseguire e ingigantirsi, verrebbero a sminuire e svilire la stessa seria e meritata conquista del diritto di voto all’estero. Vagano castelli in aria, fumisterie di fantapolitica. Accenniamone ad alcune.

S’è svolto a Roma, la settimana scorsa, il convegno della Consulta Nazionale Emigrazione sul ruolo dell’associazionismo in emigrazione, anche e soprattutto in relazione al diritto di voto all’estero. E ancora una volta gli stravolgimenti della realtà si sono sprecati nel calderone degli interventi. A questo vago e multiforme "associazionismo" si è attribuita un’impropria e omprobabile funzione trainante, sostitutiva e alternativa ai partiti politici, con al centro l’astruso disegno di una futura rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero apolitica, scollata e avulsa dalla realtà nazionale, e operante, nientedimenoché, in fantomatica collaborazione con i membri d’origine italiana nei Parlamenti di tutto il mondo.

Tre rapide semplici osservazioni. 1) bisogna capirsi sul termine "associazionismo". Di associazionismo ce n’è uno antico e ben noto in Italia, di tutte le colorazioni politiche e non, che si arroga il diritto di parlare a nome degli emigrati ma che all’estero non ha riscontri e seguito tali da costituire molto più di un assortimento multicolore di carta intestata. Ce n’è un altro all’estero, d’infinita frammentarietà e di varianti gradi di operatività ed efficienza, ma dove, salvo le eccezioni dell’Europa, prevale l’assimilazione alla società d’accoglimento e difetta la peculiare coscienza politica italiana, e se anche si dovesse mettere mano ora ad un serio programma di formazione e informazione, di educazione civica rispetto al funzionamento istituzionale dell’Italia, la maggioranza finirebbe per ritrovarsi col certificato elettorale nella circoscrizione Oltretomba.

2) Se quei 12 deputati e 6 senatori che la circoscrizione Estero alle prossime elezioni manderà ad un Parlamento con circa un migliaio di componenti non dovessero fare capo a costituite formazioni politiche di propria libera preventiva e dichiarata scelta, non si capisce a quale santo dovrebbe votarsi poi quello sparuto gruppuscolo ramingo e pellegrino di "uccelli migratori" (l’1,8 per cento del Parlamento) per farsi sentire con le disparate istanze dei propri collegi elettorali ai quattro angoli del mondo, senza finire impallinato dai cacciatori di professione organizzati. Senza contare che chi ventilasse azioni e reazioni discriminatorie o auspicasse qualche forma ufficiale o ufficiosa di interdizione di cittadini italiani all’associazionismo politico sfiorerebbe anche l’incostituzionalità. (Articolo 49 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale").

3) Deve vivere in un mondo tutto suo chi crede che i membri d’origine italiana nei Parlamenti di tutto il mondo siano disposti, propensi o capaci di collaborare sistematicamente con parlamentari italiani. Invitateli a convegno a Roma e sciogliete il tappeto rosso ad accoglierli a carico del contribuente, e canteranno le lodi multilingue dell’italico universo, dal fasto delle sedi istituzionali e degli alberghi di prima categoria alle raffinatezze della cucina e della "cultura per sentito dire" ed alle bellezze dell’arte, della natura e delle donne. Ma provate a scucirgli due parole d’italiano e al massimo qualcuno potrà uscirsene con qualche smozzicata espressione dialettale, residuo di lontane infanzie, e vi accorgerete che alla maggioranza di loro, d’italiano è rimasto solo il cognome. Provate a concretizzare con loro qualche sostanzioso programma di collaborazione impostato a livelli istituzionali, e vi accorgerete che alla fine spuntano in teoria e in pratica resistenze, problemi, difficoltà, diffidenze, disinteresse, conflittualità di ruoli e di priorità nella fedeltà ai differenziati mandati elettorali ed al servizio delle rispettive lontane patrie.

Informazione di ritorno: in primo luogo televisione e subordinatamente anche stampa e radio. Se ne continua a parlare con insistenza e con scarso senso pratico. Si propone addirittura di dedicare un notiziario televisivo quotidiano su rete nazionale per raccontare all’Italia gli italiani all’estero. Se ci fosse mai stato un minimo d’interesse per questo genere d’informazione, l’avrebbero in primo luogo dimostrato i quotidiani nazionali, i quali restano dell’avviso che né a loro né ai loro lettori possono dire granché i picnic e le "pizza nights" di migliaia di circoli di emigrati o discendenti di emigrati. Quando si registrano singolari eventi o rilevanti esempi di affermazioni italiane di singoli o di gruppi in qualsiasi campo d’umana attività e creatività dovunque nel mondo, normalmente i media italiani non mancano di segnalarli col dovuto risalto. Per il resto le stesse limitazioni tecniche dei mezzi di comunicazione, specie della televisione, non lascerebbero spazio a ripetitività e fatti di minuta cronaca che non fanno notizia. Altri campi d’intervento all’estero (lingua, cultura, informazione, assistenza alla terza età, tentativi di recupero linguistico e culturale di seconda e terza generazione, incentivi alla creatività degli emigrati e dei loro figli, e quant’altro) meriterebbero un’aggiunta alle scarse risorse disponibili che non il perseguimento di una colossale illusione mediatica.

Circoscrizione Estero, ventunesima Regione d’Italia. Rispunta anche questa follia, serpeggiante in convegni, comunicati, articoli, proposte in varie sedi di entità associative con qualche aggancio istituzionale, di vario calibro e a vario titolo. L’Italia ci dia l’1 per cento del valore delle esportazioni - si legge in una proposta, fatta, verbalizzata e diffusa in tutta serietà - e le daremo la florida amministrazione di una nuova Regione autonoma nel mondo. Si suppone che si siano fatti i conti anche con la "devolution" di Bossi per scuola, sanità, polizia, autonomia fiscale e tutto quanto dovrebbe passare alle Regioni nella vagheggiata Italia federale. E le elezioni per l’assemblea regionale? E cosa sarebbe una Regione senza Comuni? E il capoluogo con sede del governo e degli uffici amministrativi dove lo mettiamo? A Caracas o a Buenos Aires, a Washington o a Canberra, o a turno nelle capitali dei cento Paesi che ospitano emigrati italiani?

La si smetta di proporre pagliacciate, di sbilanciarsi in assurdi scenari italplanetari, di costruire castelli da fantapolitica, e concentriamoci invece sulle opportunità ragionevoli e concrete che il diritto di voto politico all’estero può offrire. Prima che su questo piano l’Italia e gli italiani nel mondo diventino una barzelletta. (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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