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INFORM - N. 95 - 19 maggio 2003

L’editoriale di Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne

Una «cortina» sta scendendo fra l’Italia e l’Australia

Torna a mente in Australia, di questi giorni, la storica frase di Churchill: "A dividere il mondo è calata una cortina di ferro", che significò l’inizio della guerra fredda e la separazione anche fisica fra il mondo libero e il blocco-fortezza dell’Unione Sovietica con i suoi satelliti. Torna a mente per i due fenomeni fatalmente coincidentali della nuova esplosione di terrorismo internazionale e del contagio SARS, la terribile polmonite atipica sprigionatasi dall’Asia, che in effetti ogni giorno di più elevano una "cortina isolante" tra l’Australia e l’Europa sulle rotte aeree, le uniche vie di comunicazione intercontinentale per le persone. Una barriera che, come per altri europei e gli asiatici, ha un preciso inquietante significato anche per gli italiani che hanno ridotto di oltre il 50 per cento i loro viaggi da e per questa parte del mondo.

Questa situazione rappresenta un disastro per le compagnie aeree, un pianto per agenti di viaggi ed operatori turistici in genere, un colpo per i livelli occupazionali, ma soprattutto un forte disagio psicologico per quelle decine di migliaia di italiani che in tempi normali alimentano un costante movimento da e per l’Australia per ragioni precipuamente affettive e di riunioni familiari e che ora, di fronte a quella "cortina" sulle tappe obbligate dell’Asia, rinviano in un indefinito futuro le sognate trasferte, spesso preparate con anni di nostalgie, sacrifici e risparmi.

L’unica nota positiva forse è il diradarsi delle faraoniche e caotiche visite di delegazioni ufficiali e non, preannunciate o fulminanti, d’ogni risma e origine - regionali, provinciali, comunali, pseudoculturali, pseudopolitiche, pseudocommerciali, ecc. ecc. - che dal Bel Paese s’erano andate abbattendo in tempi recenti anche su queste sponde in tali volume e intensità da non poterle più seguire e neppure capire (eccetto talvolta per un loro smaccato carattere vacanziero). In queste settimane non se ne vedono, non se ne sentono e non se ne preannunciano. Persino un neocostituito "comitato di senatori per gli italiani nel mondo", evidentemente bloccato dallo spettro della SARS o quantomeno da un fantasma barbuto alla Bin Laden, vagante si presume di preferenza nei cieli del Medio Oriente e dell’Asia, ha escluso l’Australia da un fitto programma di "incontri conoscitivi" in tutta Europa e nelle Americhe.

Tornando alla realtà delle cose, bisogna ammettere che non c’è da scherzare sugli sviluppi della situazione, che penalizza attese e nega gioie a tante persone, ma neppure da sbilanciarsi nel panico e nell’allarmismo. Col rischio del terrorismo nei viaggi internazionali si era un po’ già abituati a convivere fin dai postumi dell’11 settembre d’America, grazie alle nuove eccezionali misure di sicurezza sugli aerei e negli aeroporti. Per l’insidioso contagio SARS debbono certamente prevalere regole di cautela e buonsenso per affrontare con relativa tranquillità anche le tappe asiatiche considerate "a rischio". Non si ha notizia di passeggeri colpiti dall’infezione solo per essere stati in transito in aeroporti asiatici, solitamente per brevissime soste in ambienti più protetti che non le loro zone urbane esterne. Come ha sostenuto l’altro giorno a Roma il ministro della Sanità Girolamo Sirchia, medico e ricercatore scientifico di statura internazionale, "i rischi che comporta la SARS sono di gran lunga inferiori a quelli derivanti dalla comune influenza, che ogni anno fa nella sola Italia dalle 5 alle 10 mila vittime". Né l’Italia prende sotto gamba il problema, avendo istituito controlli alle frontiere aeree, marittime e terrestri non secondi in rigore ad alcun altro Paese (appena rafforzato il contingente sanitario con l’assegnazione di un altro centinaio di specialisti in malattie infettive a 18 aeroporti). Per cui il ministro aggiunge che non c’è motivo "di generare panico, né di affossare l’economia italiana per un non-pericolo". Un ragionamento oggi applicabile e valido anche per l’Australia.

C’è un altro rischio, invece, che si profila e va sollecitamente scongiurato in Australia: un ulteriore taglio dei servizi aerei con l’Italia contestualmente a programmi di ristrutturazione aziendale e riduzione di costi. Questo sì che aggraverebbe il senso d’isolamento che già si comincia ad avvertire ed avrebbe negative ripercussioni economiche a catena. La Qantas ha già ridotto da quattro a due per settimana i collegamenti diretti con l’Italia, e circola voce di un’analisi critica in corso anche per questi.

Trattandosi di un circolo vizioso - meno viaggiatori per paura del terrorismo e della SARS, più ritiro di vettori aerei dalle rotte intercontinentali, maggior propensione dei potenziali viaggiatori a rinviare viaggi non essenziali - sarebbe ora di assumere atteggiamenti più positivi e realistici. La gente dovrebbe capire che, nonostante i vecchi e nuovi pericoli, esiste un rischio ancora infinitamente maggiore per l’incolumità personale a mettersi al voltante di un’auto che non a salire su un aereo. Le compagnie aeree ed i governi dovrebbero, a loro volta, capire che la disponibilità dei mezzi di trasporto e comunicazione non può essere solo regolata da considerazioni esclusivamente economiche, ma anche secondo una loro natura di servizio essenziale al bene comune e al grado di civiltà raggiunto. Terrorismo e SARS sono tremendi problemi da affrontare (e che vengono affrontati e verranno certamente superati) e non spauracchi da farci tornare alle caverne. E non debbono neppure diventare pretesti per ridurre servizi senza dei quali i cuori umani - inclusi quelli dei milioni di emigrati europei in Australia - sarebbero più tristi, le loro vite più povere. (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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