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INFORM - N. 93 - 15 maggio 2003

Gianni Pittella (Ds):"Il Gigante Carioca e l’Europa"

SAN PAOLO - È proseguita in Brasile la visita della delegazione dei Democratici di Sinistra in America del Sud. Tutti gli incontri con la comunità italiana, dalla splendida manifestazione tenuta alla casa d'Italia di San Paolo, alle riunioni con l'Autorità consolare, i Comites, la Camera di Commercio, le Associazioni Regionali e Culturali, i Patronati e i Sindacati, e, naturalmente, gli incontri con i soggetti politici e sindacali brasiliani (il Partito dei Lavoratori e il Sindacato), hanno avuto un ospite centrale, che si è prepotentemente affiancato alle tematiche tradizionalmente di interesse della comunità italiana: l'esperienza di governo del Presidente Lula.

Grande spazio hanno avuto le questioni della previdenza e dell'assistenza, della lingua e della cultura, del voto per i Comites e per le elezioni politiche.

Ma è nella consapevolezza di tutti che gli italiani in Brasile non rappresentano una presenza residuale e ghettizzata. Sono protagonisti di tutti i comparti della vita economica e sociale. La metà, più o meno, dei Ministri del Governo Lula, sono italiani o discendenti di italiani. Decine e decine sono i deputati e i senatori di cognome italiano.

L'Italia e l'Europa non possono pensare alle loro comunità di migranti in Brasile solo attraverso le politiche tradizionali che, peraltro, vanno integrate e potenziate (la vicenda dell'aumento delle pensioni minime grida vendetta, così come l'estensione della pensione sociale e la sufficienza con cui si procede negli adempimenti per il voto per corrispondenza, malgrado la generosità dell'impegno consolare).

Gli italiani in Brasile chiedono più attenzione dell'Italia e dell'Europa alla nuova stagione socio-economica che si è aperta nel sub-continente carioca.

Grandi aziende (la Pirelli, Telecom, Ferrero, Parmalat ed altre ancora) che operano in Brasile ma anche piccole e medie imprese chiedono che il rapporto tra Brasile, Italia ed Europa trovi una cornice adeguata e programmi conseguenti. Ci sono oggi le migliori condizioni perchè il Brasile, che è un grande paese, ricco di risorse umane e naturali e con un apparato industriale tra i primi dieci nella graduatoria mondiale, possa affrontare e risolvere quello che, forse, è il suo problema più grave: l'iniqua redistribuzione del reddito e dei frutti di queste risorse.

Il tema della povertà e della fame è stato posto, in tutta la sua semplicità e drammaticità, in modo onesto e per nulla populistico dal Presidente Lula.

In questo modo il Presidente brasiliano si è accreditato, di fronte alla comunità internazionale, come un leader di portata mondiale. Come colui che è nelle condizioni di favorire un vero dialogo, difficile ma indispensabile, tra Davos e Porto Alegre, tra coloro che, nel Nord e nel Sud del pianeta, vogliono contribuire ad un futuro di pace con giustizia, di crescita equilibrata e rispettosa dell'ambiente, di sviluppo che contribuisca al benessere di tutti, senza penalizzare classi sociali, etnie, generazioni e generi.

È indispensabile che la comunità internazionale abbia la generosità e la lungimiranza di comprendere ed accogliere questo sforzo che, in ultima analisi, è a favore della convivenza civile e pacifica di tutti.

In questo quadro anche il nostro paese può e deve sostenere un tentativo che vede la simpatia e l'approvazione di vastissimi settori di piccoli e grandi imprenditori, intellettuali e professionisti brasiliani di origine italiana, e che potrebbe vedere tra i beneficiari di questo sforzo riformatore anche settori sociali poveri ed emarginati dove pure la presenza italiana è rilevante.

La massiccia presenza di discendenti di Italiani in Brasile rende ancora più urgente una scelta che andrebbe compiuta in ogni caso, di sostegno a questa grande causa di giustizia sociale.

Nello specifico la grande campagna di lotta alla fame, denominata "Fame zero", insieme alla riforma tributaria, a quella previdenziale e a quella agraria è l'asse portante dell'azione del riscatto sociale e morale del nuovo governo brasiliano.

E "Fame zero" è la speranza concreta - non più il miraggio - per decine di milioni di poveri, in gran parte bambini, brasiliani. Anche noi, in Europa ed in Italia, dobbiamo fare la nostra parte.

L'Europa deve avere il coraggio di accantonare il suo tradizionale protezionismo agricolo, non è più accettabile la politica dei sussidi alle esportazioni agricole. La posizione irriducibile su questo di alcuni paesi, su tutti la Francia, è stato il vero impedimento allo sviluppo delle relazioni tra Europa e America latina. Dobbiamo fare una battaglia liberale: sconfiggere il protezionismo. Nei paesi sviluppati è in vigore una strana idea, per cui la globalizzazione è una porta girevole in una sola direzione: entrano i vantaggi, ma non gli svantaggi. Questo è un punto cruciale nell'ordine del giorno della discussione che dovremo sviluppare. Dobbiamo favorire una integrazione commerciale che non sia unidirezionale. L'Europa, a volte, ha poca consapevolezza della propria missione, è necessario invece che sia più orgogliosa e sappia collocarsi al livello delle aspettative che genera.

La recente visita in Brasile del Commissario del Commercio Europeo, Pascal Lamy, ha puntualizzato il grande interesse dell'Europa ad un accordo con il Mercosul ed ha cercato di fugare i dubbi che erano sorti di un diminuito interesse dell'Europa per il Mercosul, causato dall'Allargamento dell'Europa ai Paesi dell'Est europeo.

Le proposte dell'Unione Europea per una zona di libero scambio sono anteriori a quelle dell'Alca e vi è una indubbia propensione e simpatia dell'attuale governo brasiliano ad allacciare rapporti più stretti con il vecchio continente.

Esistono già proposte formulate dall'Unione europea che prevedono la liberazione del 91% delle importazione dal Mercosul e precisamente 62% con liberazione immediata, 10% in quattro anni, l'11% in sette anni ed il restante in dieci anni.

È in corso anche una controproposta del Mercosul di liberazione dell'82% del commercio bilaterale con una liberazione graduale in 10 anni che includa i prodotti dell'agrobusiness e le comodities.

I negoziati sono in corso a Bruxelles. Se il Presidente del Consiglio italiano, che presiederà per i prossimi sei mesi il Consiglio Europeo, sottraesse un po' del suo tempo all'intossicazione della vita politica italiana e si dedicasse, come è suo preciso dovere, a questi temi, si potrebbe sottoscrivere il Trattato di Associazione sotto Presidenza italiana. Temo, però, che "maiora" premunt! (Gianni Pittella, europarlamentare, responsabile Ds per gli Italiani all'estero)

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