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INFORM - N. 93 - 15 maggio 2003

All'Istituto Svizzero di Roma la mostra fotografica "Il lungo addio" sull'emigrazione italiana in territorio elvetico

Dieter Bachmann: "abbiamo raccolto tante immagini su due Paesi così vicini, così lontani"

ROMA - Per raccontare la lunga e contrastata storia dell'emigrazione italiana in Svizzera del secondo dopoguerra, una presenza costante sul territorio elvetico con picchi numerici vicini alle 600.000 persone, è stata inaugurata, presso l'Istituto Svizzero di Roma, la mostra fotografica "Il lungo addio". Una retrospettiva di qualità - nelle sale dell'Istituto i visitatori possono ammirare circa 140 pose d'autore di 30 fotografi italiani e stranieri - che descrive, anche con l'ausilio di interessanti foto provenienti da album di famiglia, un cammino fatto di volti, sorrisi, sudore e sacrificio. Uno sguardo, quello della mostra, che a testimonianza della grande speranza e dell'insostenibile malinconia presente in tutti i percorsi migratori si posa, di volta in volta, su immagini di estrema crudezza e di sincera festosità. L'inaugurazione della retrospettiva, che rimarrà aperta fino all'11 luglio, è stata inoltre caratterizzata dalla presentazione di un catalogo bilingue, in italiano e tedesco, che, oltre a contenere tutte le immagini della mostra, propone una variegata documentazione d'epoca, tratta da giornali, pubblicazioni e libri, che testimonia in maniera significativa il clima di quegli anni.

"Io sono un grande amatore della fotografia della seconda metà del novecento - ci ha spiegato il direttore dell'Istituto Svizzero di Roma Dieter Bachmann che ha ideato e realizzato la mostra - e ho ritenuto che un fenomeno molto importante come l'emigrazione italiana in Svizzera, un evento fondamentale per i due Paesi che non è mai stato documentato in forma di fotografica, dovesse essere descritto anche con le immagini. Noi abbiamo pensato - ha proseguito Bachmann illustrando la metodologia ed i criteri espositivi della retrospettiva - di suddividere la mostra in capitoli. Sono quindi state raccolte immagini sulle ragioni della partenza, sui treni sovraffollati che caratterizzavano questi viaggi della speranza e del dolore e sulle difficoltà incontrate dagli immigrati al loro arrivo. L'inizio di una nuova vita, in un Paese d'accoglienza dal clima rigido, con una lingua del tutto diversa ed una popolazione che non comprendeva la mentalità italiana, sicuramente non facile. In questo percorso migratorio, scandito dalla fotografia, abbiamo poi descritto la realtà del lavoro, i momenti di festa, la vita di tutti giorni, l'appartenenza al mondo dell'associazionismo italiano e, in alcuni casi, il ritorno in patria. Una ricca carrellata di immagini che evidenzia con precisione la grande diversità di due Paesi così vicini ma, al contempo, così lontani".

"Per descrivere la poco calorosa accoglienza che più volte è stata riservata dagli svizzeri agli italiani - ha poi sottolineato il direttore dell'Istituto rispondendo alla nostra domanda sulle difficili condizioni di vita imposte ai nostri connazionali in terra elvetica - non esito ad usare anche la parola 'vergogna'. Nel corso degli ultimi decenni vi sono stati in Svizzera due o tre partiti che hanno coltivato la sola ideologia dell'odio verso il diverso ed hanno più volte chiesto un ridimensionamento del fenomeno migratorio e quindi della presenza italiana in Svizzera. Ma oltre a questo, noi dobbiamo chiedere scusa anche per le difficili condizioni di vita degli immigrati italiani che erano spesso molto dure. Un fenomeno, quello migratorio, che ha caratterizzato tutto il Novecento - ha concluso Bachmann ricordando che anche nei prossimi anni sia l'Italia che la Svizzera continueranno ad essere mete privilegiate di flussi migratori -. Ma io credo, visti i crescenti movimenti delle grandi masse dall'Africa, dall'Asia e dall'Est europeo verso i Paesi occidentali, che questa diaspora non si fermerà e sia solo all'inizio". (Goffredo Morgia-Inform)


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