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INFORM - N. 89 - 9 maggio 2003

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

Referendum, italiani all’estero e pragmatismo di Cisl e Inas

ROMA - A metà del prossimo mese, in Italia, avrà luogo un referendum in materia di lavoro. Chi l’ha promosso chiede agli elettori di estendere anche alle aziende minori (con meno di 15 addetti) il divieto di licenziare un dipendente senza una giusta causa. Al referendum sono chiamati a partecipare anche gli italiani residenti all’estero. Ecco nella nuda semplicità dei dati oggettivi, la sintesi di un tema che agita moltissimo il dibattito politico, partitico, sindacale, giornalistico, televisivo, dottrinale e culturale in Italia; ma molto meno coloro che dovrebbero essere i più diretti interessati e cioè le lavoratrici e i lavoratori, i quali stando alle previsioni che vanno per la maggiore, non si recheranno, nella stragrande maggioranza a votare, cosicchè non si raggiungerà il quorum del 50 per cento del corpo elettorale, soglia al di sotto della quale il referendum non avrà validità.

Perché stiamo richiamando questa vicenda all’attenzione degli amici connazionali all’estero? Per potere, assieme a loro, fare qualche piccola riflessione di buonsenso. Innanzi tutto coloro che perderanno la partita cercheranno di addossare parte della colpa all’insensibilità degli elettori extra-confini. Si dirà che il loro astensionismo di massa porterà di fatto la soglia di validità del referendum al 54-55 per cento del corpo elettorale complessivamente considerato. Insomma, più o meno indirettamente ed ipocritamente, si cercherà di etichettare i connazionali in emigrazione come "anime morte" che più o meno coscientemente fanno il gioco delle "forze reazionarie". Discorso tanto falso quanto pericoloso per un diritto costituzionale appena conquistato nella concretezza della sua esercitabilità. Nessuno dei massimalisti ultra-progressisti di casa nostra avrà infatti il coraggio dell’autocritica, riconoscendo, sia pure e "a posteriori", che è sbagliato ingaggiare astratte battaglie di principio sui diritti dei lavoratori e sulla loro illicenziabilità, basandole in maniera strumentale e a fini di conflittualità politico-partitica di piccolo cabotaggio, e prescindendo totalmente dal contesto economico-sociale in cui è doveroso collocare ogni rivendicazione, se si vuole che venga compresa ed abbia solide possibilità di risultare vincente.

I connazionali che "vivono il mondo" hanno invece piena ragione, in base alla loro dura esperienza, a non prendere sul serio una questione che nei paesi di cui sono ospiti, anche quelli socialmente più avanzati e civili, viene risolta sul piano pratico con equi indennizzi a favore dei lavoratori licenziati con corrispondenti penalizzazioni a carico degli imprenditori troppo disinvolti nel troncare il rapporto con i loro dipendenti. Solo da noi in Italia sopravvive infatti una consistente minoranza di gente, politici, sindacalisti (anche: purtroppo), legulei e azzeccagarbugli, convinti che basta scrivere sulla carta un diritto perché esso viva nella realtà aspra ed effettiva dei rapporti sociali. Una concezione esattamente contraria a quella che ispira il sindacalismo pragmatico e riformista della Cisl e che - ancora di più ­ è l’abc fondamentale di ogni operatore del patronato Inas.

Non la legge, neppure se scolpita nel marmo, bensì la capacità di tutela effettiva adeguata alle circostanze di fatto che di volta in volta si verificano sia sul piano collettivo che sul piano personale, è ciò che davvero fa avanzare la condizione reale dei lavoratori e delle classi popolari. E questo obiettivo lo si consegue tramite la contrattazione sociale, la forzatura della lotta quando occorre; il negoziato e la stipula dell’accordo non appena se ne aprano le condizioni; la professionalità della risposta assistenziale e di patrocinio quando gli interessati, in Italia o all’estero, si presentano ai nostri sportelli di "segretariato". Fuori da questi binari non c’è sindacalismo. Magari c’è della politica: e non della migliore e comunque di una qualità che non può interessare né gli amici della Cisl né quelli dell’Inas. (G. Panero*-Corrispondenza Italia/Inform)

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* Presidente dell’INAS-CISL


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