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INFORM - N. 89 - 9 maggio 2003

Dino Nardi (CGIE): il Referendum un test per i Consolati

ZURIGO –Il prossimo 15 giugno, per la prima volta in assoluto, gli italiani all’estero avranno l’opportunità di potersi esprimere per corrispondenza per una votazione in Italia. L’occasione sarà per i due referendum che si terranno, rispettivamente sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (estensione del divieto di licenziamento senza giusta causa anche alle piccole aziende che impiegano sino a quindici dipendenti) e sull’abrogazione dell’obbligo di concedere il passaggio degli elettrodotti.

Il prossimo 15 giugno sarà, pertanto, una data indubbiamente storica per tutti i cittadini italiani residenti all’estero e, certamente, per gli emigrati che hanno lottato per una vita per ottenere l’esercizio del diritto di voto in loco e che finalmente l’hanno conquistato con la legge 459 del 2001.

Fatta questa doverosa premessa, non vorrei però che il referendum del 15 giugno, essendo la prima volta che gli italiani all’estero voteranno per corrispondenza, venisse ritenuto un test per misurare l’interesse degli emigrati per il voto all’estero come, invece, qualcuno già tenta di fare. Ciò sarebbe profondamente sbagliato e fuorviante per diverse ragioni. Eccone alcune. Primo, perché agli emigrati è sempre interessato, innanzitutto, di ottenere il diritto all’esercizio in loco del voto politico per il Parlamento italiano e non certamente per i referendum, anche se questo ulteriore diritto elettorale è stato, ovviamente, ben accolto (a proposito, a quando quello per le amministrative e per le Regioni?). Secondo, perché è la prima volta che gli italiani all’estero, grazie alla legge 459/2001, potranno partecipare ad una elezione italiana votando per corrispondenza e, come a tutte le novità, anche a questa ci si dovrà abituare. Senza dimenticare, oltretutto, che molti italiani emigrati saranno confrontati con il voto per la prima volta nella loro vita, se si esclude l’esperienza del voto per i Comites. Terzo, non è detto che tutti gli italiani all’estero siano informati delle elezioni. Anzi! D’altra parte se una grande percentuale degli stessi italiani residenti in Italia, secondo alcuni sondaggi, sono ancora oggi all’oscuro del referendum del prossimo 15 giugno, a maggior ragione, lo possono essere gli emigrati. Quarto, le Rappresentanze diplomatiche italiane stanno ancora cercando di concludere delle intese con diversi Governi dove risiedono le nostre comunità per garantire che l’esercizio del voto si possa svolgere in condizioni di eguaglianza, libertà e segretezza e senza che alcun pregiudizio possa derivare agli emigrati italiani per il posto di lavoro e per i diritti individuali degli elettori e degli altri cittadini in conseguenza della loro partecipazione a tutte le attività previste dalla legge elettorale. Tuttavia sembra che in alcune nazioni ciò sia difficile, se non impossibile, da ottenere con probabili ripercussioni negative sulla partecipazione al voto di tanti elettori. Quinto, i temi proposti dai due referendum non possono certamente appassionare gli italiani che vivono all’estero (ne sono testimoni chi, come il sottoscritto, quale operatore dell’ITAL-UIL, è a contatto quotidianamente con le comunità italiane). Sesto, non dimentichiamoci che per i referendum il rifiuto ad andare a votare è anche un’espressione di voto poiché, come noto, se un referendum non raggiunge il quorum (50% più uno dei votanti) è ritenuto nullo e quindi, nella pratica, è come se fosse stato respinto. Settimo, un elettore, infine, potrebbe non essere d’accordo, per esempio, sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e neppure sul quesito referendario.

Quindi va detto forte ed a chiare lettere, fin da ora, che una eventuale scarsa partecipazione al voto referendario da parte degli italiani all’estero non dovrà essere ritenuta assolutamente come una dimostrazione del disinteresse degli emigrati nei confronti della politica italiana.

Il referendum del 15 giugno sarà, invece, questo si, un vero e proprio banco di prova per l’Amministrazione dello Stato, e più precisamente per il Ministero degli Affari Esteri, che dovrà gestire tutti gli adempimenti amministrativi indispensabili per il voto per corrispondenza e che da tempo è impegnato, ma incontrando notevoli difficoltà, sia nel completamento delle anagrafi consolari che, insieme al Ministero degli Interni, nella formazione dell’elenco degli elettori. Un problema che, temo (stando alle non tranquillizzanti informazioni fornite dal Governo al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), difficilmente potrà ormai essere risolto positivamente in tempo utile per consentire una corretta gestione del prossimo voto referendario e che, quindi, potrà essere motivo di forti polemiche nel mondo politico ed associativo delle comunità italiane all’estero ed ancor di più nei "Palazzi romani". Spero di essere smentito dai fatti! (Dino Nardi*-Inform)

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* Presidente della Commissione Sicurezza e Tutela Sociale del CGIE)


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