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INFORM - N. 85 - 5 maggio 2003

L’editoriale di Nino Randazzo, direttore de "Il Globo" di Melbourne

Voto all’estero: il referendum è una prova che non conta

Nessuno dovrà considerare il referendum, già dato per fallito da tanta parte della classe dirigente nazionale, come una prova della maturità politica e della coscienza democratica dei connazionali elettori emigrati.

Gli elettori italiani all’estero (non gli sbandierati "4 milioni" che ancora non ci sono, ma quel milione e mezzo-due milioni che sono pur sempre una cifra rispettabile) non vanno presi in giro. Però non debbono neppure prendersi in giro loro stessi. La consultazione referendaria del 15 giugno sfortunatamente sarà anche la prima prova storica del voto all’estero per corrispondenza. Sfortunatamente perché in Italia una grossa fetta, se non proprio la maggioranza, dell’elettorato non sembra disposta ad informarsi o prendere sul serio i due quesiti - "Articolo 18" e "Servitù coattiva" - né ad andare a votare, mentre nei partiti politici e nei sindacati regna una confusione del diavolo tra "sì", "no", "astensione" e "scheda bianca". E molti italiani fuori d’Italia saranno costretti a scervellarsi su due questioni che non li toccano assolutamente e decidere se riempire la scheda a casaccio con due "sì" o due "no" o lasciarla in bianco e imbucarla, oppure buttarla nella spazzatura. In ogni caso avranno sciupato un diritto e un’occasione che, qualora si fosse trattato di elezione politica, avrebbero potuto essere di ben altra portata per la dignità e la valorizzazione della presenza italiana nel mondo. E questa è la presa in giro, involontaria per certi versi e voluta per altri, che la madrepatria ci ha giocato. Poi in aggiunta ci si prenderebbe in giro da noi stessi se dessimo un minimo credito alle voci di quegli autonominati "leader degli emigrati", come quel tale dell’Argentina, secondo cui gli italiani all’estero "hanno ben presente cosa chiede il referendum". Bisogna, invece, dare atto insieme di grande candore e disperato ottimismo al ministro per gli Italiani nel Mondo, Mirko Tremaglia, il quale in un’intervista di pochi giorni fa ha così inquadrato la situazione: "Un referendum che non avrà il quorum neppure in Italia cosa può interessare agli italiani all’estero? Nonostante questo, li invito lo stesso ad andare a votare". Condivisibile la diagnosi-lamento, un po’ meno il rimedio-appello.

Come accennato, non uno ma due sono gli stravaganti quesiti dell’azzardato referendum (un abusato strumento costituzionale per attivare il quale bastano cinquecentomila firme, la centesima parte dell’elettorato nazionale). Il primo riguarda l’articolo 18 dello "statuto dei lavoratori": si chiede di dire "sì" o "no" all’estensione della tutela dal licenziamento senza giusta causa anche alle aziende con meno di 15 dipendenti. Il secondo quesito chiede di abrogare la cosiddetta "servitù coattiva" che obbliga i proprietari a far passare sui loro terreni gli elettrodotti, cioè i fili ad alta tensione. Ecco le questioni di vita o di morte, i temi di bruciante attualità, ai quali sarà chiamato a rispondere anche l’italiano che vive, lavora e morrà a diecimila chilometri di distanza.

Tutto questo mentre le posizioni delle parti politiche e sindacali in Italia sono da Sibilla Cumana, tutte da indovinare e interpretare, meno quelle dei comunisti, dei verdi e di una parte della CGIL che per il referendum raccolsero le firme di quella centesima parte dei 50 milioni di elettori. Gli altri leader delle formazioni di governo e d’opposizione e delle organizzazioni di categoria hanno in comune una preoccupazione: che costringere la piccola azienda artigianale ad applicare le stesse norme di una Fiat o di una Pirelli significa colpire la piccola impresa che è l’ossatura economica del Paese e incoraggiare il lavoro nero. Ma sulle indicazioni di voto sono tutti divisi e in sibillino contrasto. Si tratta di "un referendum sbagliato che danneggia i lavoratori" per Piero Fassino, il segretario del maggiore partito del centrosinistra, i Democratici di Sinistra, che deve ancora decidere per la scheda bianca o per l’astensione. L’altro raggruppamento del centrosinistra, la Margherita di Rutelli, sembra orientata per il "no". Naturalmente tranquille le forze di centrodestra che si battono per il "no", pur presagendo il fallimento del referendum per mancato raggiungimento della soglia del 50 per cento dei votanti. Un larvato invito, di craxiana memoria, agli elettori ad "andare al mare" arriva ancora dal presidente della Confindustria, Antonio D’Amato: "La maggioranza degli italiani è largamente contraria ad estendere l’articolo 18, e lo è al punto da avere un grandissimo disinteresse ad andare a votare. E poi, avendo scelto la data del 15 giugno, la non partecipazione al voto è implicita".

E in tutto questo pasticciaccio, probabilmente inutile in conclusione, è capitato male l’elettorato italiano all’estero al suo esordio e vengono bruciati decine di milioni di euro (ovvero decine di miliardi delle vecchie lire). Milioni o miliardi negati agli uffici consolari con personale e fondi decurtati, costretti a limitare spietatamente i servizi al pubblico, costretti in numerosi casi a sospendere l’aggiornamento dell’anagrafe per il sovraccarico di lavoro della preparazione del referendum (indirizzari, plichi, stampa di schede e guide bilingue per l’elettore, controlli incrociati fra le liste dell’anagrafe consolare e quelle del Ministero dell’Interno, ecc., ecc.), costretti a rinunciare "per mancanza di soldi" all’invio di poche migliaia di avvisi a revocare l’opzione di voto in Italia a chi l’aveva erroneamente fatta (ah, Italia, quinta potenza economica del mondo!). Soldi, sì bruciati, sottratti, negati ai servizi di Patronato all’estero, alla scuola e alla promozione culturale italiana nel mondo, alle esigenze degli emigrati della terza età che per il governo italiano non esistono neppure. Molteplici sono le fregature, morali e materiali, di questo insulso referendum.

Ma una cosa deve essere ben chiara fin d’ora, quali che possano essere il risultato del 15 giugno e la partecipazione o non partecipazione nei comparti della circoscrizione Estero. Nessuno dovrà considerare il referendum, già dato per fallito da tanta parte della classe dirigente nazionale, come una prova della maturità politica e della coscienza democratica dei connazionali elettori emigrati. A tale fine, è una prova che non conta. Perché sui due contorti quesiti-rompicapo, fuori dalla realtà fisica dell’Italia non ci sono interessi da difendere, opinione o rappresentanza politica da esprimere, vantaggi pratici da ottenere, istanze anche lontanamente utili da far valere. (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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