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INFORM - N. 77 - 22 aprile 2003

L’emigrazione e la seconda Guerra del Golfo. Interrogativi che rimangono

ROMA - Già la prima Guerra del Golfo aveva interrotto i flussi migratori di lavoratori arabi e musulmani in Irak, negli Emirati, nell’Arabia Saudita. Il trasferimento di forze-lavoro, fatto di etnia e di cultura al di là del primo momento economico, in Paesi affini è sempre il più connaturale ed il meno problematico. Lo abbiamo rilevato a suo tempo tra i Paesi latini. Si possono creare forme di simbiosi educazionali. In Arabia Saudita ad esempio i posti di insegnante sono tradizionalmente occupati da immigrati egiziani. Si tratta diremmo di una equidistribuzione degli idem-sentire che facilita la convivenza e lo sviluppo. E’ il lato irenico, ottimistico del fenomeno migratorio messo in forse, sconvolto dalle guerre. Ed il fenomeno non è più europeo, verso le Americhe e l’Australia, ma mondiale, ed è il protagonista prepotente, invadente della globalizzazione. Arabi e musulmani escono dai loro habitat tradizionali, inopinatamente, sorprendentemente, quando fino a ieri eravamo abituati a vederli radicati ed immobili nei loro contesti indigeni.

I movimenti migratori chiedono una "gouvernance" planetaria. Se ne invoca vieppiù l’urgenza, in sede europea, asiatica, americana, africana e all’ONU, con la maturazione delle istanze internazionali corrispondenti che si avvertono dappertutto. Tutto questo è evidente, è positivo, si consegna agli imperativi del prossimo avvenire, nonostante, anzi proprio a causa della tragedia che stiamo vivendo.

La seconda Guerra del Golfo ha ricacciato la domanda di diritto, le istanze e le Istituzioni internazionali, che pure sono state sollecitate, nel medioevo politico.

L’Utopia dello Stato Mondiale, operante e cogente, si è fatta più lontana? Eppure, per dire ottimisticamente che l’Utopia può cavalcare ed anzi cavalca la realtà, ricordiamo che essa si è messa in moto un secolo fa con le Conferenze dell’Aia elaboranti una regolazione della vita internazionale che mai si era verificata fino ad allora (quanti diritti riconosciuti ai lavoratori migranti!), quindi con la Società delle Nazioni voluta soprattutto da un Presidente degli Stati Uniti, W. Wilson, poi il fallimento della S.d.N. ma alla fine della seconda Guerra Mondiale con la creazione dell’ONU voluta soprattutto da un altro Presidente degli Stati Uniti, F. D. Roosevelt.

Il repentino ritiro del Presidente Bush sull’unilateralismo rimette in auge la sovranità assoluta cioè l’arbitrio del singolo Stato, per cui è revocata in dubbio e praticamente anestetizzata l’azione penale internazionale, rimessa in onore la guerra propria. E’ talmente coerente Bush con il suo unilateralismo da proclamare il 30 marzo: "La strategia di Tommy Franks ci porterà al trionfo". Franks è il comandante in capo. Non era il linguaggio dell’azione penale, ma dell’epos guerriero più antico. Aprendo le ostilità contro l’Irak il Presidente aveva attinto ad una invocazione nel Vecchio Testamento: "Possa Iddio benedire le nostre truppe!". Sono accenti manichei. Mani, nativo di Babilonia, fondatore del manicheismo di cui fu seguace prima della conversione Sant’Agostino, sosteneva che il Dio dell’Antico Testamento rappresentava il Principio del Male cui si opponeva nel Nuovo Testamento il Principio del Bene, il Cristo. L’enorme pubblicistica intorno alla guerra in Irak ha invaso anche questi temi.

Si sente il bisogno di recuperare l’equilibrio della ragione. La guerra non è più l’extrema ratio ma l’estrema irrazionalità. Le armi di cui gli Stati dispongono sono diventate sproporzionate. Sullo sfondo l’incubo della coscienza moderna, l’uso bellico dell’atomo. Il Segretario nordamericano alla Difesa, Rumsfeld, ha detto di non escluderlo. Ma lo sappiamo cosa significa, a che cosa ci ridurrebbe il lancio di sole cinque o dieci bombe atomiche delle migliaia e migliaia ammassate nei depositi del discorde club delle nazioni che le posseggono? Affermazioni come quelle di Rumsfeld sono da irresponsabili. Non capiterà, nondimeno, che qualcuno le impieghi, perché di irresponsabili ha sovrabbondato la convivenza umana? All’indomani del lancio su Hiroshima e Nagasaki Benedetto Croce sentenziò che la storia umana aveva cambiato radicalmente di natura e che la guerra portata alle sue logiche estreme e finali, come la scalata della violenza esige, era diventata impossibile o suicidarla. Ha prevalso allora, dal ’45, tutto sommato, l’istinto di sopravvivenza? Ma l’altro istinto, quello della violenza, incoercibile, è ricorso al compromesso tra i conflitti locali, parziali, con armi cosiddette convenzionali, ed il conflitto generale e finale dell’ecatombe nucleare; però anche condotta con le armi convenzionali di oggi, che non sono più quelle di generazioni passate, la guerra ha perduto totalmente il senso dell’epopea e della gloria dei più forti. Le immagini che ci sono giunte dai cosiddetti fronti raggelano. La curiosità marziale è povera cosa. Prevalgono gli interrogativi assillanti, e sono interrogativi planetari. Il lato assolutamente nuovo, vorremmo dire ottimistico nel cuore della tragedia, è l’aver potuto e dovuto coglierli e registrarli dalle reazioni e dalle opinioni pubbliche di tutti i Paesi del mondo, con un consenso maggioritario unanime contro la guerra. I tempi planetari che viviamo, soprattutto le migrazioni ed il mescolamento delle psicologie e delle culture, stanno accelerando l’avvento di una opinione mondiale.

Per abbattere un dittatore vecchio e forse malato occorreva affrettarsi a fare una guerra? Si era sicuri della identificazione di Saddam Hussein e del suo partito, il Baath, ispirato ai partiti ideologici totalitari europei, col terrorismo islamico fanatico e religioso di Bin Laden? Saddam perfino fisicamente rassomiglia a Stalin. La guerra preventiva non è la guerra del primo colpo e quindi di aggressione, secondo la formulazione acquisita in tutti gli atti fondativi del diritto internazionale? Il Presidente degli Stati Uniti, della più grande democrazia del mondo dopo l’India, non si è rivelato un monarca assoluto, sia pure per quattro anni, se ha potuto snobbare la sua opinione pubblica, chiaramente contraria ad un intervento in Irak senza gli alleati tradizionali dell’America, l’Europa tutta e il Giappone, anche se a guerra iniziata la maggioranza degli americani si è riallineata per patriottismo con il suo Presidente? Gli interessi e la visione strategica del petrolio mediorientale non hanno pesato nelle decisioni americane? Il 25 per cento delle riserve mondiali sono nelle viscere dell’Irak. L’Arabia Saudita non è più l’alleato sicuro. La Casa Reale ostenta la sua amicizia USA, ma la maggioranza dei diciassette attentatori dell’11 settembre erano dei giovani sauditi. Tenere in pugno l’Irak e il suo petrolio non significa poter continuare a "vigilare" efficacemente sull’Arabia Saudita? Ecco uno degli interrogativi inquietanti, tra i tanti che ci coinvolgono sul piano etico che figura sempre ultimo nei rapporti brutali tra i Paesi e gli Stati ma decisivo per l’avvenire dell’uomo. (Alberto Marinelli-Inform)


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