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INFORM - N. 73 - 16 aprile 2003

Narducci (CGIE): Si parla sempre meno italiano in Svizzera

Convegno organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Berna, dedicato all'insegnamento della lingua italiana.

BERNA - La Svizzera è l'unico paese fuori dei confini italiani che annovera la lingua italiana tra quelle nazionali. Ma proprio nella Confederazione la lingua di Dante ha perso terreno e a lanciare l'allarme non sono i "soliti acculturati" poiché il fenomeno è documentato dall'ultimo censimento della popolazione. L'Ambasciata d'Italia a Berna ha dedicato a questo tema, sabato 12 aprile scorso, un convegno ben preparato e frequentato da un folto pubblico. Come accade solitamente, ci s'interroga ora sugli errori, i ritardi e l'assenza di una politica mirata che doveva contrastare l'insorgenza della caduta d'interesse verso la lingua italiana.

Non sfuggono certamente le ragioni che soprattutto negli ultimi anni hanno scompaginato il plurilinguismo in Svizzera, tanto da indurre le istituzioni a proporre una legge sulle lingue. Ma nello sforzo affannoso di dare risposte chiarificatrici il principale "imputato" è ancora una volta il dominio incontrastato dell'inglese, che dopo avere invaso i luoghi del lavoro, è avanzato a seconda lingua d'insegnamento in alcuni cantoni della Svizzera tedesca, aprendo un conflitto strisciante con quella francese.

Del resto il dominio dell'inglese tocca ogni ambito e gli esempi non mancano: dai titoli dei film, che nessuno pensa più di tradurre, fino al linguaggio informatico totalmente assoggettato alla finanza. Le nostre società sono sempre più attraversate da una forma strisciante di diglossia, ossia l’utilizzo di due lingue correnti dentro la stessa comunità, delle quali l’una è in declino sotto i colpi di quella più povera nel vocabolario, ma che si afferma come la lingua della globalizzazione e tende a schiacciare tutte le culture, anche le più ricche, ridimensionandole sul terreno del modello vincente.

Evidentemente per rilanciare la diffusione della lingua italiana non basta una politica di trincea. Non si capisce, per esempio, per quali ragioni non si è costruita una linea d'intervento comune tra Cantone Ticino e responsabili della politica culturale italiana in Svizzera, proseguendo sull'asse tracciato ai tempi del Consigliere federale Flavio Cotti. E sono proprio insuperabili le norme che non consentono di dare al Centro di Studi Italiani dignità di Istituto di Cultura?

L'iniziativa dell'Ambasciata d'Italia merita senz'altro il plauso: è parso importante concentrare le attenzioni dell'Italia e della Svizzera su questo fondamentale problema, confrontando le esperienze e richiamando anche il ruolo che compete alla Radiotelevisione svizzera di lingua italiana nella difesa dell'italianità.

Ma non si possono ignorare le responsabilità dell'Italia per le pesanti difficoltà che hanno investito i corsi di lingua e cultura indirizzati ai figli degli italiani che vivono in Svizzera. L'indecente ritardo con cui lo Stato eroga le risorse finanziarie per i corsi ha messo in ginocchio gli Enti gestori ed ha aperto vere e proprie falle sul piano del diritto del lavoro sancito dalla legislazione locale. La confusione conseguente sta provocando un crescente disinteresse dei genitori ad inviare i loro figli ai corsi d'italiano.

Il Ministro Franco Frattini ha affermato che si vuole dare "un senso nuovo alla promozione della nostra cultura nel mondo ….per dovere nei confronti delle nuove generazioni, dei cittadini di altri Paesi ….. e dei milioni di persone che hanno origini italiane e vivono all'estero". Sullo sfondo s'intravede però una divaricazione tra cultura per una comunità-diaspora, sempre più esigente in campo linguistico e culturale, e le offerte culturali prestigiose rivolte ad una utenza diversa.

Se il progetto è di ridurre l'investimento a favore degli italiani all'estero per far posto ad interventi promozionali del made in Italy a scopi puramente commerciali l'Italia corre un grosso rischio: quello di emarginare una comunità che si batte per continuare a trasmettere la lingua e la cultura italiana, ma che si vede privata dei mezzi e degli strumenti necessari per farlo. Un rischio che oltretutto provocherebbe un danno economico incalcolabile per il sistema Italia. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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