* INFORM *

INFORM - N. 67 - 7 aprile 2003

Su "Il Globo" di Melbourne l’editoriale del direttore Nino Randazzo

I guasti morali di questa guerra

MELBOURNE - L’assedio di Baghdad, mentre i comandi angloamericani avvertono che "la fine della guerra è ancora lontana", rappresenta comunque la fine di una fase del conflitto iracheno, entrato nella sua terza settimana, e continua a prestarsi a tutta una serie di sempre nuove valutazioni e considerazioni. Il punto di partenza rimane fermo: un attacco unilaterale, al di fuori delle regole del diritto internazionale codificato dall’ONU e in grado di scatenare, sotto le pulsioni di un fanatismo religioso del mondo islamico, se non proprio una catena di nuove guerre, certamente un’ondata di attentati terroristici imprevedibili nei tempi, nei luoghi e nelle forme. La sicurezza e la pace per le democrazie occidentali, in parte rilevante garantite anche da oltre mezzo secolo dalla bistrattata Organizzazione delle Nazioni Unite, sono oggi a più grave rischio che non durante i decenni della guerra fredda.

Oltre alle evitabili sofferenze, crudeltà e disumanizzazione inflitte sia a popolazioni civili che alle truppe in azione, questa guerra è venuta ad esasperare pericolosi estremismi, confondere e corrompere criteri di giudizio morale, travisare realtà storiche e politiche, cancellare i confini tra verità e menzogna, tra idealismo e ipocrisia. Non mancano gli esempi, riempiranno libri, intere biblioteche, per tanti anni a venire e forse per secoli.

Tanto per cominciare, il concetto di "guerra preventiva", nuovissimo, senza precedenti storici nei termini in cui è stato testardamente impostato da Washington e Londra, e condiviso dalla trascinata Australia, si potrebbe rivelare la nascita di un’ideologia più pericolosa dell’invenzione della bomba atomica, perversa quanto il nazifascismo, il comunismo e il fondamentalismo islamico armato. Una dottrina contagiosa, un’epidemia incontrollabile. Non è solo la Corea del Nord a sbandierare il diritto all’armamento atomico come legittima difesa e per "prevenire attacchi di potenze ostili". Giovedì scorso il ministro degli Esteri indiano Yashwant Sinha ha dichiarato che l’India, in possesso dell’atomica, sarebbe giustificata a lanciare un "attacco preventivo" attraverso il confine col Pakistan, anch’esso in possesso dell’atomica, per risolvere il problema del conteso Kashmir. Potrebbe essere l’inizio di un ritorno alla giungla.

Nel frattempo l’intolleranza, la faziosità, il disprezzo della verità e la difesa della menzogna costituiscono un sottile veleno dei sentimenti della gente comune e di vari esponenti istituzionali nelle nostre stesse società "libere" e democratiche. Il più celebre veterano di guerra del giornalismo americano, Peter Arnett, viene licenziato dal network radiotelevisivo della NBC perché è introdotto con gli iracheni, presenta anche l’altra faccia della medaglia in una sarabanda di informazioni contrastanti, si macchia del crimine di lasciarsi intervistare da una televisione araba. In Italia il senatore di Alleanza Nazionale Ettore Bucciero arriva ad insinuare che le due bravissime e coraggiose inviate della RAI TV a Baghdad, Lilli Gruber e Giovanna Botteri, hanno dovuto fare qualche concessione agli uomini del regime di Saddam Hussein per potere restare e continuare a trasmettere dalla capitale irachena sotto le bombe. Bucciero giunge ad avanzare l’ipotesi che le due giornaliste abbiano "corrotto il ministro dell’informazione iracheno" e si chiede "con quali mezzi". Non c’è limite alla vigliaccheria alimentata da una delle tante reazioni estremistiche al conflitto in corso.

Ancora, la causa e l’ideale della pace vengono offesi e snaturati da una minoranza di pacifisti che, invece di protestare contro la guerra o contro i governi che l’hanno scatenata nella maniera che tutti sappiamo, inalbera la bandiera dell’odio totale contro la società intera e contro democrazia degli Stati Uniti, dove fra l’altro gli oppositori a questa guerra si contano anche a milioni. Gli esponenti più qualificati del centrosinistra italiano si sono visti costretti a porre un argine alle intemperanze di frange marginali dei loro stessi partiti. Così il segretario dei Democratici di Sinistra, Piero Fassino, ha sostenuto con forza: "Non possiamo condividere chi trasforma un giusto no alla guerra in un pregiudizio antiamericano e ideologico. Gli Stati Uniti sono un grande Paese democratico per il quale nutriamo simpatia e amicizia. Sentimenti che affondano le loro radici nella gratitudine per averci aiutato in modo determinante a riconquistare la libertà perduta col fascismo e il nazismo e a difenderla poi nello scontro dell’epoca bipolare". E il l leader dell’Ulivo, Francesco Rutelli, a nome della componente di centro dell’opposizione, la Margherita, definisce "demenziale" la speranza di chi invoca una vittoria di Saddam Hussein, dichiara di sperare "in una rapida vittoria degli USA, anche per ridurre i morti nei combattimenti", aggiungendo che "dopo la vittoria in Iraq deve essere sconfitta la teoria statunitense della conflittualità permanente".

In altre parole, la campagna mondiale per la pace è sacrosanta, va proseguita e intensificata. Ma senza stravolgimenti ideologici. Gli errori e gli orrori di questa guerra, le colpe e le responsabilità dell’una e dell’altra parte in conflitto bastano e avanzano per queste e per la prossima generazione. Come ha ricordato il Papa, chi ha voluto questa guerra "dovrà rispondere a Dio, alla storia e alla propria coscienza". Per esaltare e propagare il valore della pace non c’è di bisogno di difendere la sanguinaria dittatura di Saddam Hussein, né di invocare guerra e distruzione all’intero popolo americano che fra un paio d’anni potrà anche dare una pedata all’attuale leadership politica, non certo senza macchia e senza colpa. (Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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