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INFORM - N. 66 - 4 aprile 2003

Pittella: crisi come "rischio" e come "opportunità". Conflitto in Iraq, che cosa può fare l’Europa

ROMA - Sono molto affezionato all'ideogramma cinese della parola "crisi" che contiene ambiguamente sia il senso del pericolo che dell'opportunità. La crisi internazionale e l'apertura della disastrosa guerra in Iraq ci stanno consegnando i frutti avvelenati, largamente e drammaticamente previsti: morti, feriti, un'escalation esponenziale dei conflitti religiosi, una progressiva destabilizzazione del Mediterraneo, una crescente divaricazione tra gli Stati Uniti e l'Europa, o parte consistente dell'Europa, sensa che vi sia il barlume dell'epilogo. Ma ci affidano anche una "lezione" che andrebbe colta senza indugi. Nel mondo globale che viviamo, tutto valica i confini nazionali, l'economia, il commercio, il terrorismo, salvo che la sovranità che resta saldamente ancorata al vecchio istituto statuale, i cui meriti storici non saranno mai adeguatamente ricordati, ma la cui inidoneità ad affrontare le sfide globali è sotto gli occhi di tutti.

Il re è nudo ma molti fingono di non accorgersene. È nuda l'Unione Europea, prigioniera di Governi che non sanno spingersi oltre la soglia di accordi che non intacchino le competenze di politica estera e di difesa, senza le quali un soggetto sovranazionale non esercita un'autentica funzione politica. Perfino il metodo intergovernativo che è il più comodo per gli Stati, il più utilizzato per fare intese senza compromettere i propri poteri, è evitato quando si tratta di applicarlo alla politica estera e di difesa. Verrebbe da dire, con una vecchia cattiva battuta "in Europa siamo d'accordo su tutto, salvo che sulle cose che contano".

Non so quanto sia diffusa la consapevolezza che di questo passo, la Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing e deputata a scrivere le nuove regole costituzionali rischia di partorire il... famoso "topolino". Mi è parso sconcertante che un'iniziativa assunta da alcuni Paesi fondatori dell'UE, per una politica comune de difesa, sia stata ignorata dal Governo italiano. Cosa ci riservi il Semestre italiano di Presidenza del Consiglio Europeo, è difficile, con queste premesse, immaginare al di fuori di qualche operazione di propaganda. Eppure il terreno per riprendere un cammino comune, ce lo offre proprio il conflitto in Iraq.

Credo che l'Europa possa fare tre cose:

1) concorrere agli aiuti umanitari: in tal senso, la Commissione Bilanci del Parlamento Europeo sta per deliberare lo stanziamento di 100 milioni di euro per viveri, acqua, medicinali ed altri beni di prima necessità;

2) rivendicare, per il dopo guerra, un'azione sotto l'egida dell'ONU: rifiutando sin d'ora, dunque, ogni eventuale ipotesi, o sua variante, di "protettorato americano";

3) chiedere che il ruolino di marcia, per la pace in Medio Oriente, si riattivi subito, non dopo la guerra.

Il passo decisivo per diventare un'Europa sempre più politica è l'attribuzione, in capo all'UE, delle competenze esclusive in materia di politica estera e di sicurezza. In politica estera dobbiamo sforzarci di parlare con una voce unica dell'Unione, come hanno recentemente e reiteratamente ammonito il Presidente Ciampi e il Presidente Prodi. In materia di sicurezza, condivido la riflessione fatta dal Commissario Europeo Erkii Liikanen.

Più in generale, credo sia necessario un atto di coraggio, da parte dei sei paesi fondatori dell'Europa. Su di loro soprattutto mi pare incomba l'assunzione di una scelta d'avanguardia, fermo restando - certo - il perimetro dell'UE a 25. Se altri tentennano, la Convenzione vada avanti portando a casa il massimo e il meglio possibile, ma un gruppo di testa, appunto i sei Paesi fondatori dell’Unione, diano vita ad una cooperazione rafforzata sulla politica estera e di sicurezza. Non sarebbe la prima volta che accade (sulla moneta è avvenuta la stessa cosa).

E sarebbe certo un passo decisivo verso l’ Europa politica. (Gianni Pittella, eurodeputato Ds/Pse, rersponsabile dei Ds per gli italiani all’estero)

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