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INFORM - N. 60 - 27 marzo 2003

Marco Fedi (CGIE Australia): "adoperarsi per fermare la guerra è responsabilità di tutti"

MELBOURNE - Il primo pensiero, in questi giorni di guerra, è per il popolo iracheno. Non siamo riusciti a prevenire una guerra che andava assolutamente evitata: questa responsabilità è, credo, condivisa e sentita da tutti. Adoperarsi, da subito, per la cessazione delle ostilità, per la fine della guerra e per la pace, è parte di questa stessa responsabilità, ed è di tutti. Ritengo gravissimo non aver dato più tempo agli ispettori e non aver perseguito la discussione all’interno delle Nazioni Unite. Non dobbiamo nasconderci la gravità del momento: non si tratta unicamente di una questione che riguarda la legalità internazionale, problema che esiste e che dobbiamo insieme affrontare, ma soprattutto di una questione che riguarda la sicurezza di tutti noi, cittadini del mondo. Il concetto di guerra preventiva, le nostre azioni nei confronti delle dittature, degli abusi dei diritti umani, delle violazioni dei trattati internazionali: è in atto un tentativo di rimettere tutto in discussione.

Gli stessi organismi internazionali sono oggetto di aspre critiche. Non essere riusciti ad evitare questa guerra è più responsabilità della politica e della diplomazia di singoli Paesi che del confronto interno all’ONU. Sono convinto che l’unica speranza che abbiamo di risolvere le controversie internazionali è ancora oggi, più che mai nel passato, profondamente legata all’esistenza di un organismo sovranazionale come l’ONU, che va quindi difeso e rafforzato. Chi è uscito da questo processo internazionale, con una guerra definita preventiva, mette in discussione il futuro dell’umanità. Non potrò mai sentirmi garantito e sicuro da chi vuole che il mondo viva nella paura delle armi. Mi sentirò sempre vicino a chi, invece, costruisce la pace. Esistevano, ed ancora esistono, scelte alternative: lavorare per dare risposte vere e credibili alla questione medio orientale, sviluppare una politica estera comune che si fondi sulla costruzione del dialogo. Lavorare in sostanza per la pace e non per la guerra. La potenza militare – che una volta era definita deterrente – oggi è usata per attaccare l’Iraq. Un Paese già allo stremo che ha convissuto con dittatura e miseria.

Si riapre, in questo momento così delicato, una discussione importantissima sulla legalità internazionale: quante e quali sono le carte Costituzionali che affermano il principio della pace e, come per l’Italia, non consentono il ricorso alle armi se non nella piena legalità internazionale? Quanti sono i Parlamenti che hanno potuto, su un tema così delicato ed importante come la pace, intervenire prima che le truppe arrivassero nel Golfo ed iniziasse il ricorso alle armi? - discussione parlamentare preventiva! Quanti sono i Parlamenti dove una posizione contraria – come in Australia al Senato – ha avuto effetti politici, prima che si mettesse in moto la macchina propagandistica, e nazionalista, della difesa ad oltranza delle proprie truppe? L’Europa dei cittadini e della democrazia, in vista della costituente europea, dovrebbe interrogarsi anche su questi temi. Il coordinamento dell’Ulivo in Australia, attraverso l’associazionismo democratico e gli organismi rappresentativi, comunicherà un programma di iniziative per fermare la guerra ed aprire una discussione su questi temi. (Marco Fedi, CGIE Australia)

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