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INFORM - N. 58 - 25 marzo 2003

Pittella sulla politica USA: "la missione del nuovo secolo"

ROMA - Siamo incollati alle immagini televisive raccapriccianti delle furiose incursioni missilistiche, dei bombardamenti assordanti e senza tregua, delle case che crollano come fossero le costruzioni di sabbia della nostra infanzia trascorsa sui bagnasciuga a montare castelli impossibili, infranti dal mare. Gli occhi imploranti e spaventati del bimbo che diverrà il simbolo di una guerra ingiusta, provocano un senso di tristezza e di impotenza.

Abbiamo fatto molto: gli appelli accorati del Papa, le marce in tutto il mondo, l'azione delle istituzioni sovranazionali, la fermezza di alcuni Governi, non sono però bastati a fermare la guerra, malgrado fosse chiaro che l'eliminazione dei pericoli iracheni fosse possibile senza l'uso della forza.

Se c'è una cosa che ha capito tardi la cosiddetta "vecchia Europa" è che il conflitto in Iraq non è una vicenda isolata, un conto in sospeso da saldare. È un pezzo tragico di un disegno che viene da lontano. C'è un documento, incautamente sottovalutato, del 1997, chiamato "Progetto per il nuovo secolo americano", che tracciava le linee per una nuova leadership globale dell'America e chiedeva all'amministrazione Clinton un radicale cambiamento dei rapporti con le Nazioni Unite e l'eliminazione di Saddam. Documento, inevaso da Clinton, e i cui firmatari sono oggi i principali detentori del potere nell'amministrazione Bush, il vicepresidente Dick Cheney, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld ed altri. L'obiettivo fondamentale era la supremazia americana nell'eurasia, quale tassello cardine dell'egemonia americana nel mondo. La strategia è stata ripresa dal Presidente Bush junior con determinazione, anche a seguito degli attentati alle Torri Gemelle. Ecco perché a nulla sono valse le ispezioni dell'ONU che dimostravano una volontà ed un inizio di disarmo, a nulla hanno potuto le ferme contrarietà internazionali, e a nulla è valso ricordare che Saddam è sempre lo stesso, quello che ha conquistato il potere in Iraq con l'aiuto degli USA e quello che rappresenta la principale minaccia per l'umanità.

Difficile dimenticare il rapporto della CIA all'epoca della conquista del potere in Iraq da parte del dittatore: "Lo so che Saddam è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana". La verità è che la posta in gioco è ben più alta: il controllo delle vaste aree del Paese, ma anche quelle del Caspio e degli Stati del Golfo; la possibilità di condizionare l'economia di Europa e Russia, manipolando il prezzo del petrolio. L'amministrazione Bush non si è mai fatta scrupolo del desiderio di domare l'Europa, il suo progetto, il suo impegno politico per un mondo multilaterale.

Anche noi europei, siamo franchi, abbiamo le nostre colpe. Come ricorda lucidamente Massimo D'Alema, l'Europa non ha nemmeno tentato una strategia: costruire un governo in esilio, rompere le relazioni diplomatiche, isolare Saddam dal mondo arabo, affrontare prioritariamente la crisi palestinese.

Togliere cioè ogni alibi al disegno americano. Ma saremmo ingenerosi se non ponessimo a discolpa dell'Unione Europea il suo essere potenza politica in fieri. Più Confederazione di Stati, soprattutto in politica estera, che vera Unione Politica. Se questa analisi non è il riflesso umorale di un sentimento antiamericano che non mi appartiene, cosa fare? Credo che la prima cosa sia cogliere la dimensione strategica delle cose drammatiche che stanno accadendo.

Ha scritto bene Alfredo Reichlin sull'Unità: il passaggio è epocale. Tutto il sistema delle relazioni internazionali, compresa la sorte dell'ONU e della costruzione europea è rimesso in discussione. E per ciò che riguarda l'Italia, il disegno di Bush colpisce al cuore le fondamentali ipotesi progettuali del nostro Paese: l'Europa ed il Mediterraneo. Chi non si interroga su queste domande cruciali, "dove saremo dopo la guerra", "quale sarà il nostro orizzonte di sviluppo", mostra un pressappochismo, peraltro non nuovo, ma inquietante. Ha fatto bene il presidente dei DS a ricordare la politica estera di Bettino Craxi e la statura di Ministri degli Esteri come Colombo e Andreotti, paragonandola ai tentativi ridicoli di cerchiobottismo berlusconiano. In verità trovo addirittura improponibile il paragone.

È in gioco il destino del mondo, il ruolo dell'Europa, il futuro dell'Italia. L'ideogramma cinese ci invita a considerare ogni "crisi" una fonte ambigua di rischi ed opportunità. Fa sempre un certo senso parlare di Impero. Ma non ho molti dubbi: il confronto politico mondiale ed anche quello in casa nostra sarà sempre di più sulla qualità democratica dei nuovi equilibri mondiali. Chi guida il nuovo secolo, con quali regole, con quale considerazione dell'opinione pubblica mondiale, con quale rapporto tra sicurezza e diritti, con quali politiche per costruire e difendere la pace, con quali direttrici di sviluppo geoeconomico.

Appaiono miserrimi alla luce di queste sfide, non solo le piroette del governo italiano ma anche i sottili distinguo del variegato mondo del centrosinistra. La fatica di Sisifo a cui è costretto anche in queste ore Piero Fassino è una prova di abnegazione e di lealtà straordinaria verso l'obiettivo di tenere unito uno schieramento che è già maggioritario nella testa della maggioranza degli italiani. Io sono convinto che occorra alzare ulteriormente il livello della nostra riflessione, ponendo al centro di essa il rilancio della costruzione dell'Europa politica, il rafforzamento delle Nazioni Unite, la ripresa di una politica euromediterranea che metta in conto anche l'ipotesi, recentemente lanciata da Renzo Imbeni, di un'assemblea parlamentare euromediterranea. Certo, senza disdettare i nostri rapporti con l'America, ma riscrivendoli in funzione di una comune volontà (temo di essere ottimista), di governare insieme il dopo guerra, di imporre la fine dell'aggressione ai territori palestinesi, di rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite.

L'America non ha solo il volto di Bush, di Rumsfeld e di Cheney o solo la cultura della guerra preventiva. Un grande Paese impaurito dal terrorismo va capito e aiutato a scegliere la strada della tolleranza, a rifiutare la teoria di un nuovo ordine imposto con la forza brutale delle armi, a rifuggire la tentazione dell'isolamento e dell'unilateralismo. Non penso che milioni di cittadine e cittadini americani dimentichino le parole di Martin Luther King "le nostre vite cominceranno a finire quando resteremo silenziosi di fronte alle cose che contano". Mi auguro che una nuova stagione della politica possa raccogliere, di fronte a nodi così impegnativi, la voglia di partecipare, di esserci, di dire la propria, di tutti coloro che vogliono costruire sui diritti e sulla democrazia, il senso del nuovo secolo. (Gianni Pittella, eurodeputato dei DS, responsabile DS per gli Italiani all’estero)

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