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INFORM - N. 55 - 20 marzo 2003

Opinioni

Rodolfo Ricci (FIEI): ai bagliori delle prime bombe del 20 marzo

ROMA - "Chi sono i Talebani ?" Chiese un giornalista a Bush in piena campagna elettorale; risposta: "Un complesso rock?!" Ricordate da chi fosse partecipata la più grande azienda americana che produce l'antidoto anti-antrace ? Il Signor Bush padre e la famiglia Bin Laden. Altrettanto per una delle maggiori compagnie petrolifere USA, quella texana fondata dai Bush, nella quale Gorge W. ha fatto i primi passi di imprenditore. Dick Cheney, dalla sua, era uno che si occupava di armi; le società da lui controllate avevano (hanno) contratti miliardari con il Ministero della Difesa (della Guerra) USA.

Anche Condolezza Rice - in realtà doveva chiamarsi Con dolcezza, ma all'anagrafe commisero un errore, oppure lessero negli occhi della bambina che non poteva proprio chiamarsi in quel modo -, è tuttora componente del consiglio di amministrazione della Chevron, una delle famose sette sorelle.

La fabbrica per produrre gas nervino in Iraq, durante la guerra Iran-Iraq, si avvalse di tecnologie inglesi, e i milioni di mine che tenteranno di ritardare l'avanzata delle truppe angloamericane verso Bagdad sono di produzione italiana; esse costituiscono una punta del made in Italy nel mondo intero; e complessivamente il massimo aiuto al dittatore di Bagdad, in termini di armamenti e di utile consiglio a scatenare la guerra contro Komeini, e, - ne avremo conferma definitiva solo tra 60 anni - anche di invadere il Kuwait, lo ricevette dagli USA: le grandi potenze programmano strategie a lungo termine.

Qualche settimana dopo il sofferto insediamento al potere di Bush Jr., supportato dal fratello che governava la Florida, il neo Presidente in un incontro a Città del Messico con il neo-Presidente di quel paese, Fox, già amministratore della Coca-Cola, si vantò di aver dato a distanza il primo ordine di politica estera, bombardando l'Iraq.

Rapidamente le altre decisioni di questo Presidente - che con poco più di trenta milioni di voti su una popolazione USA di oltre 300 milioni di abitanti governa il suo Paese e il mondo - furono: no al protocollo di Kyoto sulle emissioni inquinanti; no alla produzione autonoma, senza pagare i brevetti, di farmaci anti Aids in Africa; sì indiscriminato alla produzione di OGM; no alla ratifica del Tribunale Penale Internazionale; sì alla distruzione delle foreste per evitare gli incendi; sì allo sfruttamento petrolifero indiscriminato in Alaska.

Non riuscì ad evitare il fallimento della Enron, né la proliferazione di amministrazioni fasulle e falsificate di grandi aziende multinazionali che gestivano essenzialmente il risparmio dei cittadini statunitensi e non. Non riuscì a imporre, né tantomeno a fornire un ipotesi di soluzione del conflitto israelo-palestinese; non riuscì a rilanciare un'economia USA in rapida discesa; non ridusse l'indebitamento pubblico del paese, che oggi percentualmente è più del doppio di quello italiano; né, ma è una assolutamente tautologico, produsse qualche minimo risultato nell'ipotetico miglioramento delle ragioni di scambio nord-sud del mondo.

Via via, comprendiamo meglio la natura di quel capitalismo compassionevole, sorta di codice di comunicazione con un elettorato mediamente ignorante e allo stesso tempo, modello di civilizzazione imperiale del mondo.

Venne l'11 di settembre: fu tragedia, ma anche manna dal cielo per un potere che si andava usurando.

Fu anche il prodotto più chiaro, limpidamente atroce della globalizzazione: terrorismo non di Stato, ma al contrario il risultato dell'erosione continua del potere degli stati: obiettivo comune dello strapotere dei grandi potentati economici e dei movimenti del terrore.

Comunque un'occasione d'oro per modificare radicalmente l'ordine mondiale alla luce della permanenza di un'unica superpotenza, con la sua compenetrazione consolidata di potere economico e potere militare che non possono che sostenersi vicendevolmente, contro tutto il resto; contro le istituzioni internazionali, contro l'ONU e persino contro la NATO, ritenuta - pur con statuto modificato, ma mai ratificato dai parlamenti -, troppo poco agile per gli obiettivi che a Washington si andavano strutturando: quelli del dominio strategico su tutte le risorse del pianeta, in vista di un nuovo secolo di predominio; cento anni di guerra necessari, guerra infinita, guerra permanente.

L'Iraq non è che un tassello del mosaico; la tela da tessere è molto più ampia: prevederà, a seguire, tutto il medio oriente, a partire dall'Arabia Saudita, poi il consolidamento del controllo dell'Asia Centrale ex-sovietica, l'America Latina, che necessita di un'occhiata attenta poiché manifesta sintomi pericolosi di autonomia, e l'Europa. L'Europa, che con la mossa irachena, illegittima ed unilaterale, subisce la prima storica spaccatura da cinquanta anni a questa parte e che improvvisamente manifesta una carta geografica impensabile fino a qualche mese fa, con l'est (i nuovi ingressi nella UE) e il sud-europa alleati degli USA e l'Europa Centrale in veste di abbozzo di potenza alternativa, assieme alla nuova Russia e alla enigmatica Cina.

Tuttavia la "secessione" franco-tedesca comincia a prefigurare un’area di interesse diversa; per la prima volta, accanto alla globalizzazione imperiale USA, compaiono più ipotesi di globalizzazione, il pensiero unico si sfalda; ciò è legato ad interessi configgenti, ma anche a modelli e prospettive che si separano, una volta data per scontata la impossibilità di ricomposizione delle controversie politiche - e commerciali - dentro le sedi istituzionali internazionali.

L'alternativa, se ci si può arrischiare su un piano teorico in un quadro concreto ancora indefinito e che subirà modificazioni successive, è tra una globalizzazione diretta dalla "civilizzazione" americana supportata dal keinesismo economico-militare che ha come obiettivo necessario la distruzione delle identità culturali, e un'altra globalizzazione in cui il mercato sia concepito come cooperativo, multilaterale e rispettoso di autonomi percorsi evolutivi delle identità culturali nel mondo.

Il primo modello significa necessariamente guerra perpetua, il secondo significa necessariamente cooperazione internazionale multilaterale, ridistribuzione delle risorse, rispetto ed apertura alle ricchezze e alle risorse umane e naturali.

Il primo modello ha dalla sua la forza delle armi e della capacità di manipolazione delle coscienze attraverso l'uso militare dei media, il secondo ha dalla sua parte il consenso crescente delle centinaia di milioni di manifestanti per la pace in tutti i paesi a partire proprio dagli USA e dalle sue duecento città (tra cui San Francisco, Los Angeles e Chicago) che hanno condannato le decisioni unilaterale di guerra aggressiva all'Iraq dell'amministrazione Bush, passando per le chiese e i movimenti.

Questa superpotenza delle coscienze e della responsabilità sarà difficile da sconfiggere, perché è presente dovunque, e per quanto ci riguarda, siamo certi che sia più che maggioritaria tra i quattro milioni di italiani nel mondo e tra i 60 e i 70 milioni di oriundi prodotti da un secolo e mezzo di emigrazione.

Ora, e per i futuri cinquanta anni, davvero, essi diventano una risorsa globale e formidabile da far valere nei paesi in cui vivono, nel rapporto tra gli stessi paesi e con l’Italia, secondo quelle indicazioni di umanesimo, di operosità, di interculturalità che ne caratterizzano la presenza.

Dalle rappresentanze di questi nostri connazionali cresce un messaggio forte e inequivocabile contro la guerra. Di solidarietà con il popolo iracheno oggi sotto le bombe dopo 10 anni di embargo che ha causato oltre un milione di morti soprattutto tra i bambini, come fu di solidarietà con il popolo americano dopo l’attentato dell11 settembre. Serve anche a dare un contributo di riflessione al governo di questo nostro paese in preda al peggiore servilismo, opportunismo e ambiguità che si possa immaginare, un atteggiamento e una posizione tra i cui interpreti migliori figura il nuovo inquilino del Ministero degli Affari Esteri che si sta distinguendo, contrariamente alla sua evidente potenziale intelligenza, per fondamentalismo e raro settarismo di riporto. (Rodolfo Ricci, Segretario FIEI - Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)

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