* INFORM *

INFORM - N. 51 - 14 marzo 2003

Sud Africa - L’omaggio del CGIE ai Caduti italiani nel Cimitero Militare di Hillary

DURBAN - A conclusione dei lavori della Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni Extraeuropei, svoltisi a Durban, Sud Africa, dal 10 al 12 marzo, i Consiglieri del CGIE e gli esperti si sono recati insieme al Ministro Tedeschi della Direzione Generale per gli Italiani all’estero e Politiche migratorie, al Segretario esecutivo del CGIE consigliere Fridegotto ed al Console d'Italia a Durban Alessandro Prunas, a rendere omaggio ai caduti italiani della seconda guerra mondiale sepolti nel Cimitero Militare di Hillary, nei pressi di Durban.

Dopo la lettura da parte del Consigliere Della Martina di una sintesi del resoconto del naufragio della nave che trasportava i prigionieri italiani ed un minuto di silenzio in memoria delle vittime, il Console Prunas e il Consigliere Centofanti, in qualità di consigliere più anziano, hanno deposto due corone di fiori donate dal Console e dal Comites di Durban. La stessa delegazione si è recata il giorno successivo a visitare la Chiesetta votiva costruita dai prigionieri italiani a Pietermaritzburg. (Inform)

LA CHIESETTA VOTIVA DI PIETERMARITZBURG

Lungo il tronco stradale Durban-Pietermaritzburg esisteva, durante la seconda guerra mondiale, un campo di concentramento di prigionieri di guerra che ospitava 5000 italiani e 3000 tedeschi.

Dentro il recinto del campo i soldati italiani iniziarono il 2 febbraio 1943 la costruzione di una chiesetta che fu inaugurata solennemente il 19 marzo 1944 e dedicata alla Madonna delle Grazie per "rammentare ai posteri la storia del tormento di passione e di dolore" dei prigionieri italiani. Le parole tra virgolette sono tratte dal libro "In attesa", pubblicato dai prigionieri italiani per celebrare nella costruzione della chiesetta l’avvenimento più importante nella vita del campo.

La chiesetta fu restaurata nel 1962, ma riproduce fedelmente l’originale. Oggi si rimane meravigliati nel constatare come con così pochi e miseri mezzi i prigionieri italiani hanno potuto erigere un monumento dalle proporzioni così armoniche e dalla finitura così accurata.

La cava di pietra da cui fu tratto il materiale distava 2 km dal campo e tale materiale veniva trasportato a spalla dai prigionieri. Giustamente, quindi, è stato detto che le mura furono cementate tra loro più dal sudore dei lavoratori che per virtù di malta.

Esternamente la chiesa misura 6,15m di altezza, 7,50m di larghezza e 17,30m di lunghezza. La traveazione è sorretta da 18 pilastri parallelepipedi con base a capitello. L’interno riproduce la forma esterna ed abbraccia l’unica navata, il coro e l’abside, con l’altare in pietra finemente lavorata. Dal cornicione facciale si eleva a triangolo il frontone. Nel timpano vi è l’iscrizione: Matri Divinae Gratiae Captivi Italici A.D. MCMXLIX. Il campanile, a torre quadrata, si eleva a sinistra della chiesa raggiungendo un’altezza di circa 10m.

Al termine delle ostilità, sciolto il campo, la piccola chiesa fu chiusa e fu usata successivamente solo in rarissime occasioni per funzioni religiose. Essa cadde, così, gradualmente in rovina ad opera del tempo, degli agenti atmosferici e degli immancabili vandali. Nel 1961 la chiesa era in pessime condizioni, anche se la sua stabilità non era ancora stata compromessa: il tetto era crollato, il portone distrutto, l’intonaco staccato. Perfino la campana era scomparsa.

La chiesa fu restaurata di nuovo e riconsacrata il 23 aprile 1962. Alla cerimonia erano presenti molti ex prigionieri di guerra che avevano partecipato all’opera originale di costruzione. Il 21 luglio 1963 veniva consacrata anche la nuova campana. Negli anni successivi fu regolarmente frequentata dagli italiani in occasione di ricorrenze religiose, ma col tempo le cerimonie che vi erano tenute andarono gradualmente diradandosi.

Attualmente viene celebrata una Messa in italiano ogni ultima domenica del mese. Oggi il monumento ha bisogno di finanziamenti per la sua gestione e manutenzione, senza i quali corre il rischio che il South African Monument Council lo metta all’asta. (Lorenzo Della Martina*-Inform)

LA TRAGEDIA DELLA NOVA SCOTIA

Nel Cimitero Militare di Hillary, ogni anno i caduti italiani morti in Sudafrica durante la II guerra mondiale vengono commemorati. In questo luogo è stato più volte ricordato anche un episodio bellico nel quale oltre 650 italiani trovarono una morte orribile. Da più di mezzo secolo, questo Cimitero conserva i resti di 120 persone (si ignora se tutti italiani), non meglio identificabili perché mutilati dagli squali e corrosi dalla lunga permanenza in mare, rinvenuti nel lontano 1942 sulle spiagge di Zinkwazi, a 70km a nord di Durban. La spiaggia è tutt’oggi chiamata dai locali Itys Bay (la baia italiana).

In loro memoria è stata innalzata, sulla grossa tomba circolare all’estremità del Cimitero, una stele marmorea donata dai superstiti, allora rifugiati in Mozambico, e raffigurante una colonna spezzata che sorge dai flutti.

"Il 28 novembre 1942 il piroscafo britannico Nova Scotia trasportava prigionieri italiani provenienti dall’Africa Orientale. A bordo erano 769 prigionieri italiani ed alcune centinaia di soldati sudafricani ed inglesi. Compresi i militari di guardia e l’equipaggio, erano presenti in tutto circa 1200 persone.

Dei prigionieri italiani, tutti imbarcati a Massaua il 15 novembre 1942, la maggior parte proveniva dagli equipaggi di navi che la guerra aveva bloccato in Eritrea, come la Tevere, la Colombo, la Mazzini, poi autoaffondate prima dell’occupazione britannica della colonia. Altri erano civili che per un motivo o per l’altro venivano deportati dagli inglesi e diretti nei campi di concentramento in Sudafrica.

Alle ore 7.07 la nave era al largo della costa del Natal e l’arrivo a Durban era previsto al tramonto. La navigazione procedeva prudenzialmente a zig-zag perché in quelle acque erano stati segnalati sommergibili tedeschi.

Ecco l’U-Boat tedesco 177 in agguato…tre siluri, un solo schianto, come se un gigantesco maglio fosse calato sulla nave; una voragine a sinistra, all’altezza delle macchine; torrenti di nafta che dilagavano sull’oceano, le fiamme che esplodevano dal basso, serpeggiavano per le stive, nei corridoi, nei boccaporti, avvolgevano i ponti a prua. Distruzione e morte, urla di feriti, gente che correva non sapendo dove, invocazioni, grida, pianti… L’esplosione squarciò la fiancata e la nave incominciò la sua agonia. Fu dato l’ordine di abbandonare la nave. Scivolarono in mare grosse zattere lungo le fiancate della nave agonizzante, sollevando alti spruzzi, uccidendo quanti si trovavano sulla loro traiettoria. La morte continuava a mietere, i naufraghi pensavano a sopravvivere.

Alle 7.14, appena sette minuti dalla prima esplosione, la Nova Scotia incominciava ad inabissarsi con la poppa alta e le eliche scintillanti al sole. La nave affondava di prua e la murata di poppa era un groviglio di uomini. Come un rullare sordo di tamburi, giungevano le urla, le invocazioni. Poi un gorgoglio forte, un sibilo rauco e anche quell’ultimo ‘grido’ ridotto sparì. Sul primo atto del dramma era sceso il sipario liquido dell’oceano.

Di lì a poco l’U-Boat tedesco venne in superficie e il comandante Robert Gysae immediatamente inviò un dispaccio radio a Berlino perché invitasse forze navali neutrali più prossime (quelle portoghesi) al luogo dell’inabissamento, per disporre urgenti soccorsi. Tutt’intorno c’erano i segni della morte: travi, casse, arance e pane, corpi dai volti violacei. Quattro grandi zatteroni erano gremiti di uomini, altri a decine erano attorno alle piccole zattere con le teste a pelo d’acqua. La nafta aveva patinato i corpi, bruciava le congiuntive, provocando vomiti continui ed estenuanti. Poi le correnti dispersero i naufraghi. Le ore, fino al tardo pomeriggio, trascorsero tranquille, il mare era calmo. Sembrava che lo spettro della morte fosse svanito. La notte tropicale scese fulminea, trapuntata di stelle e da una esile fetta di luna che laminava d’argento l’acqua. Durante la notte il mare si era fatto sempre più grosso: i naufraghi salivano e scendevano tra pareti d’acqua che sembravano le mura di un carcere spaventoso. I più deboli e feriti, man mano che le ore passavano, stremati dalle forze sparivano ad uno ad uno tra i flutti. I superstiti aggrappati agli zatteroni o altro cercavano disperatamente di non farsi vincere dalla stanchezza e occupavano i posti lasciati vuoti dai meno fortunati.

Per tutta la notte del 28 e il giorno del 29 nessun soccorso giunse sul luogo del naufragio e soltanto quando il sole stava per la seconda volta tramontando, dopo le terribili 48 ore trascorse dagli scampati in mare, avvenne il miracolo. La sagoma del cacciatorpediniere portoghese Alfonso de Albuquerque al comando del capitano Josè Augusto Guerreiro de Brito puntò verso i naufraghi e iniziò la frenetica ricerca dei superstiti che si prolungò per tutta la notte.

Il cacciatorpediniere portoghese riuscì a salvare 117 italiani e 64 tra sudafricani ed inglesi. In tutto 181 dei 1200 della Nova Scotia: 652 prigionieri italiani sparirono per sempre tra le verdi acque dell’Oceano Indiano."

L’affondamento della Nova Scotia rappresenta uno dei più crudeli episodi occorsi ai prigionieri italiani nella II guerra mondiale. (Lorenzo Della Martina*-Inform)

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* Consigliere CGIE, Comites Durban


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