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INFORM - N. 47 - 10 marzo 2003

L’editoriale del direttore de "Il Globo" di Melbourne

Gli australiani stavolta sono meno fortunati degli italiani

MELBOURNE - Fortunatamente l’Italia e l’Australia non fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Qualche tempo addietro le diplomazie dei due Paesi si scontrarono bruscamente per entrarvi, col risultato che ne rimasero fuori ambedue. Altrimenti oggi in quel vitale organo delle Nazioni Unite, formato da 15 membri (5 permanenti e dieci eletti a rotazione per due anni), gli USA avrebbero già nel sacco due voti sicuri in più con cui partire per la guerra all’Iraq, senza essere costretti a mendicare e comprare l’assenso di un paio di disastrate repubbliche latino-americane o africane. D’altro canto, sfortunatamente l’Italia e l’Australia un appoggio all’azione di guerra lo stanno dando lo stesso: appoggio morale (almeno finora) la prima, più concreto, diretto e militare la seconda. Ma a conti fatti, alla vigilia di una catastrofe annunciata, i due Paesi sono accomunati da un elemento umano molto importante: la stragrande maggioranza delle loro popolazioni, in aperto contrasto con gli indirizzi governativi, è nettamente contraria alla truce avventura. Con una differenza, però: gli australiani sono da considerarsi, stavolta, più sfortunati degli italiani.

A Canberra il governo Howard è partito per la tangente, decidendo una spedizione di duemila uomini in Medio Oriente senza neppure avvertire il Parlamento (che era ancora in ferie). Ne aveva il potere, consacrato dalla consuetudine e incoraggiato da un’opposizione parlamentare laburista che più moscia di così non si può. (Se non ci fossero stati i verdi e i democratici forse non ci sarebbe stata neppure la mozione di sfiducia del Senato nel primo ministro, approvata a solo titolo dimostrativo). Ora l’apertura ufficiale delle ostilità a fianco di USA e Gran Bretagna, che potrebbe essere questione di giorni se non di ore, verrà sicuramente gestita con la stessa leggerezza dell’invio del corpo di spedizione, mettendo di fronte a un fatto compiuto il Parlamento e la nazione, che l’ottocentesca Costituzione federale neppure prende in considerazione per un’eventuale dichiarazione di guerra, eccetto per accennare di sfuggita all’articolo 68, che "il comando supremo delle forze navali e militari della Federazione (l’aviazione non è menzionata, all’epoca era ancora da venire, nd.r.) è nelle mani del governatore generale in qualità di rappresentante della regina". Poco ci manca che la dichiarazione di guerra dell’Australia non la faccia da Londra Elisabetta II. Hanno voglia gli australiani di ogni ceto sociale e di ogni tendenza politica a protestare nelle strade e nelle piazze, il governo può continuare ad infischiarsene, almeno per altri due anni, quanti ce ne vogliono ancora per le prossime elezioni, e la guerra anche nella peggiore delle ipotesi non potrebbe continuare tanto, ci sarà il tempo di seppellire i morti e distribuire le medaglie alla memoria. Ecco perché gli australiani sono sfortunati.

Le cose in Italia sono sensibilmente diverse, e se n’è in fretta accorto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che negli ultimi giorni si è defilato, non facendo più capire ufficialmente se l’Italia è pro o contro la guerra senza l’assenso dell’ONU e lasciando sulla piazza internazionale a battersi per la linea di Washington e Londra solo il Don Chisciotte di Madrid. E l’Italia la figura di Sancio Panza non intende proprio farla. Perché c’è un popolo che non perdona e a questa guerra non ci vuole proprio andare. E perché, grazie al cielo e finché i leghisti non conquisteranno la maggioranza, c’è una Costituzione che parla chiaro, e la guerra il governo da solo, senza il Parlamento e senza il capo dello Stato, non la potrà mai fare, senza contare che non la potrebbe neppure fare senza il più ampio consenso popolare. Non è senza significato che sabato scorso, nei pressi di Pisa, fra i cinquantamila dimostranti che hanno pacificamente cinto d’assedio la base militare statunitense di Camp Darby, ci siano state anche rappresentanze dei sindacati della polizia e dei carabinieri, e su uno dei loro cartelli si leggeva: "Rispetto della legalità. Articolo 11 della Costituzione: L’Italia ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali". Come lontani i tempi dell’insensato "Ubbidir tacendo e tacendo morir"! E poi, anche quando l’intero governo fosse convinto entrare in guerra, si troverebbe di fronte all’articolo 83 della Costituzione: "Il Presidente della Repubblica ha in comando delle Forze Armate. presiede il consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere". "Deliberato dalle Camere": altro che in nome di sua maestà.

Ecco appunto in questo frangente lo svantaggio dell’Australia in quanto a democrazia: non ci sono garanzie né di Parlamento né di Costituzione. Il governo australiano di sua maestà britannica, per il tramite dell’attuale arcivescovo anglicano-governatore generale, non eletto ma designato d’autorità, potrà continuare ad imporre a uomini e donne in armi "l’ubbidir tacendo e tacendo morir". Fin quando, nel mezzo di una non lontana notte, il fantasma del primo caduto "aussie" non tirerà una manica del pigiama di Howard per svegliarlo e chiedergli: "Mi vuoi ora spiegare perché sono morto?" E se fosse il fantasma di un "morto istruito", gli porrebbe un’altra domanda: "I personaggi grandi e coraggiosi della storia - imperatori, principi e condottieri - quando andavano in guerra si mettevano alla testa delle loro truppe. perché tu, Bush e Blair non siete in prima linea nel deserto iracheno?" (Nino Randazzo)

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