* INFORM *

INFORM - N. 45 - 6 marzo 2003

Allarme per la nuova direttiva UE sul diritto di vivere in famiglia

"Diritto di vivere in famiglia o diritto degli Stati dell’Unione Europea di derogare ai diritti umani?"

BRUXELLES - A porsi la domanda sopra riportata è il pool di organizzazioni internazionali di ispirazione cristiana fra le quali Comece, Caritas Europa, ICMC, Commissione delle Chiese per i migranti in Europa, Jesuit Refugee Service. La nota di protesta si riferisce alla Direttiva adottata il 27 febbraio 2003 dal Consiglio UE "Giustizia e Affari Interni". La nota dice in apertura: "Le organizzazioni cristiane attive nel campo delle migrazioni e dell’asilo sono profondamente amareggiate per la decisione presa a dispetto del fatto che organizzazioni cristiane ed altre non governative abbiano fortemente dichiarato che il testo sottoposto ad approvazione era al di sotto del minimo richiesto dai diritti umani".

Anche il Coordinamento europeo sul Diritto di vivere in famiglia, di cui la Migrantes fa parte, il 3 marzo pubblica una sua dichiarazione; questa la parte essenziale: "Il Coordinamento Europeo per il diritto degli stranieri di vivere in famiglia, riunito in Assemblea Generale a Parigi il 28 febbraio e il 1° marzo, è venuto a conoscenza dell’accordo politico raggiunto dai 15 Stati Membri dell’UE sul progetto di direttiva riguardante il ricongiungimento familiare delle persone originarie da paesi terzi. Il Coordinamento si stupisce e si preoccupa del fatto che questo venga presentato come qualcosa di acquisito, quando il Parlamento Europeo, che è la sola istanza eletta democraticamente a suffragio universale, non si è ancora pronunciato; lo deve fare nei prossimi giorni. Si deplora il fatto che i Ministri del Consiglio "Giustizia e Affari Interni" abbiano potuto non solo ignorare il parere delle principali organizzazioni rappresentanti i diritti dei migranti, ma anche snobbare il ruolo del PE.

Il Coordinamento ricorda la sua opposizione alle misure di questa direttiva. Essa è stata ufficialmente presentata come uno strumento faro della politica di integrazione; di fatto, invece, essa volta le spalle ai principi fondamentali iscritti nella Convenzione europea di salvaguardia dei diritti umani e nella Convenzione internazionale relativa ai diritti del bambino. Esso ritiene che il diritto di vivere in famiglia sia un diritto inderogabile che non può essere tributario di una politica di controllo dei flussi migratori. Un esempio portato dal citato pool di organizzazioni: uno Stato membro può derogare al diritto di ricongiungimento ai bambini che abbiano compiuto i 12 anni. Ciò in ossequio alla legge adottata qualche mese fa dalla Germania (e ora ritornata in alto mare). (Migranti press/Inform)


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