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INFORM - N. 43 - 4 marzo 2003

Convegno Nazionale sulle Migrazioni: il Messaggio finale

CASTELGANDOLFO – Con la pubblicazione del Messaggio finale si è concluso il Convegno Nazionale sulle Migrazioni dal titolo "Tutte le genti verranno a Te. La missione Ad Gentes nelle nostre terre", che si è tenuto a Castelgandolfo per iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana, in particolare della Fondazione Migrantes, dall'Ufficio catechistico nazionale e dall'Ufficio nazionale per la cooperazione tra le Chiese.

Questo il testo del Messaggio, inviato a tutte le Chiese che sono in Italia per sensibilizzarle maggiormente al fenomeno delle migrazioni anche dal punto pastorale e ai problemi posti dall’annuncio del Vangelo in una società multietnica e multireligiosa.

Proprio nei giorni in cui si fa più pressante l’appello e l’azione del Santo Padre per evitare un’ulteriore ingiusta e drammatica guerra con prevedibili devastanti conseguenze anche sui rapporti tra mondo cristiano e mussulmano, è con più forte determinazione che abbiamo voluto credere alla forza della parole che annuncia "tutte le genti verranno a te". In Cristo, principe della Pace, gli avversari si stringono la mano, i popoli si incontrano nella concordia e la vendetta è disarmata dal perdono.

Convocati a Castelgandolfo (Roma( dal 25 al 28 febbraio 2003 ci siamo ritrovati in più di 600, provenienti da tutte le diocesi italiane ed espressione delle diverse componenti del popolo di Dio, per un Convegno ampiamente preparato e lungamente atteso.

Ripetuti inviti del Santo Padre e dei nostri vescovi e le molteplici iniziativi messe in atto a diversi livelli, hanno progressivamente reso coscienti le nostre comunità del fondamentale compito di non disattendere le istanze evangelizzatrici poste in Italia del fenomeno delle migrazioni.

Un compito che sostenuto in tanti anni da coraggiose e diffuse iniziative di accoglienza e carità, rischia di rimanere ancora circoscritto ad ambiti specialistici o relegato ai margini delle attività pastorali ordinarie. Non sono pochi infatti i pregiudizi e le immotivate paure che insieme ad una non adeguata conoscenza della realtà impediscono a comunità e singoli fedeli un più positivo esercizio d’incontro e missionarietà.

Preparato nei mesi scorsi nelle regioni e delle diocesi, il Convegno ha dato nuova risonanza alle tante problematiche connesse all’annuncio del Vangelo in una società multietnica e multireligiosa. L’ascolto della Parola di Dio, la grande celebrazione eucaristica con le comunità cattoliche di altra madrelingua presenti a Roma, i diversi contributi delle relazioni e di tante interventi, il clima di cordiale rapporto fraterno tra i partecipanti, hanno favorito una singolare esperienza di comunione e discernimento comunitario.

Al termine di quattro giorni sentiamo ora l’esigenza di rivolgerci alle Chiese che qui ci hanno inviato per comunicare ai pastori e ai fedeli delle nostre comunità quanto il confronto con un compito in parte inedito quale può configurarsi l’ad gentes nelle nostre terre sia opportunità favorevole di profonda conversazione, capace di rinnovare la comunità ecclesiale nell’annuncio di Gesù Cristo e del suo Vangelo, nel lavoro pastorale e nel mondo di rendersi visibile nella società.

1 Docile alla parola di Gesù "ero forestiero e mi avete ospitato" la comunità ecclesiale è stata generalmente pronta nell’accogliere gli immigrati. Ma proprio perché la testimonianza della carità è via privilegiata di evangelizzazione è importante rendersi finalmente conto che le migrazioni sono un problema teologico e pastorale e non solo sociale e politico. In maniera del tutto particolare viene ad interessare il modo di pensare ed annunciare Dio e di vivere la fraternità cristiana. L’aspetto caritativo non può essere disgiunto da quello missionario.

Le migrazioni aprono problemi e sollecitano scelte sulle quali neppure fra cristiani è sempre facile un sentire comune. Nell’annuncio della lieta notizia di Cristo Gesù è però racchiusa la proclamazione dell’amore di Dio per ogni uomo. Lo sguardo di Dio sullo straniero dove diventare anche lo sguardo della sua Chiesa. Difendendo attivamente la dignità degli stranieri e promovendo la giustizia nei loro confronti, la comunità ecclesiale e i singoli cristiani mostreranno visibilmente chi è il loro Dio.

2. Di fronte al fenomeno delle migrazioni il primo compito della comunità cristiana è quello di rievangelizzare se stessa, assumendo con decisione lo stile di testimonianza e annuncio vissuto da Cristo Gesù. In modo particolare gli stranieri e i loro problemi fanno riscoprire alle nostre comunità la spiritualità del sentirsi "stranieri nel mondo" che Gesù fino all’ultimo richiese ai propri discepoli. Constatiamo invece che i cristiani delle nostre comunità più che "viandanti" risultano spesso "sedentari", accomodati nella mentalità individualista e consumista, da cui assorbono interessi, metodi e scelte.

In questo contesto, scegliere la sfida delle istanze evangelizzatrici poste dalla presenza degli stranieri, contribuirà moltissimo in Italia a quella "conversione pastorale" auspicata dagli Orientamenti pastorali di questo decennio e aiuterà a riesprimere ogni forma e lavoro pastorale perché serva a raccontare quello che Dio fa, più che come l’uomo gli risponde.

3. L’immigrazione pone alle nostre comunità una sfida provvidenziale e permette di sperimentare una grazia promettente. Invita a sperimentare in se stessi la gioia e l’efficacia di una più adeguata sequela del Signore che suscita il desiderio e l’urgenza di annunciare a tutti che il Regno di Dio è in mezzo a noi. Un dono che interpella a capire aspetti nuovi della missione, escludendo facili scorciatoie e risposte immediate.

Una fede cristiana forte, convinta, capace di dare forma a tutta la vita, saprà esprimere correttamente la dimensione del dialogo e dell’annuncio, convivendo positivamente con altre fedi religiose. Senza questa chiara identità non potrà esserci autentico dialogo. E’ per questo che la qualità "debole" con cui a volte, dentro una società stanca e sazia, sembra esprimersi anche la nostra fiducia nell’amore di Dio, esige che non venga meno il nostro impegno di preghiera: l’annuncio infatti è forza dello Spirito e solo Lui sa come aprire il cuore tanto di chi deve compierlo che di quanti possono riceverlo.

4. Le conseguenze positive di una "sfida" che provvidenzialmente potrebbe trasformarsi in "risorsa" non saranno di lieve entità in ordine alla formazione di una mentalità e di una sensibilità più cattolica, ecumenica e missionaria. Se è vero che le nostre comunità mai sono state missionarie per delega è altrettanto vero che la situazione migratoria, per tanti aspetti così inattesa e sorprendente, interpella in maniera nuova e più diretta singoli credenti e l’intera comunità, provocandoli ad essere sempre pronti a rispondere "a chiunque domandi ragione della speranza che li abita" (1 Pt 3,15) e a crescere nel rapporto di cooperazione missionaria tra le chiese.

Assumere la responsabilità di evangelizzatori è ancora avvertito da molti credenti come impegno facoltativo e non necessario. E siccome la coscienza di essere Chiesa missionaria non nasce per generazione spontanea questo stimolo deve essere alimentato in tutte le sedi di formazione: dalla liturgia alla catechesi, dagli incontri di gruppo alla programmazione dell’ordinaria vita parrocchiale, ad appositi itinerari di catecumenato ed iniziazione. Lasciando prevalere la semplicità e l’immediatezza del Vangelo sarà più facile riscoprire gli elementi fondamentali del credere. Tante occasioni alla portata di tutti confermano la validità di strade già aperte e ne esigono di nuove, che lo spirito di iniziativa, fantasia creatrice e il calore della carità fraterna sapranno indicare.

5. Non sono mancate e non mancano nelle nostre comunità persone e istituzioni che in questi anni si sono aperte al contatto con l’immigrato con coraggio e umiltà, annunziando loro in forme e modi diversi la "bella notizia" di Cristo Gesù. Le testimonianze offerte e le esperienze raccontate durante il Convegno hanno ampiamente dimostrato quanto lo Spirito operi instancabilmente nella storia, suscitando nel popolo di Dio discepoli ed apostoli capaci di interpretare la sua volontà e vivere nell’obbedienza della sua parola.

Senza schematizzare i processi con cui il Vangelo opera nei cuori e viene accolto, la pastorale verso gli immigrati potrà entrare in quella ordinaria nella misura in cui si individueranno sedi opportune e disponibili per una pastorale d’insieme che educhi a questa specifica missionarietà. Saranno le circostanze concrete ad indicare responsabilità più proprie. Ma nei lavori del Convegno è anche emersa la proposta che, insieme a tanti altri soggetti, non manchino per gli immigrati una pastorale propria e vocazioni missionarie specifiche e pure inedite, che sappiano accompagnare questi fratelli e sorelle sul non facile cammino di un’occasione unica e spesso molto sofferta della loro esistenza, vivendo e scoprendo insieme a loro, fra le tante novità, anche quella di essere amati e salvati nel Signore.

Tornando alle nostre comunità, al termine di questi intensi giorni di lavoro portiamo con noi la gioia dell’incontro vissuto e l’entusiasmo della feconda condivisione di tante esperienza di fede che lo Spirito ha realizzato.

Per questo desideriamo incoraggiare le nostre comunità a non ritardare a realizzare quanto previsto dal n. 58 degli Orientamenti pastorali "Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia", in ordine alla missione ad gentes nelle nostre terre.

Andare con simpatia ed amore incontro agli uomini di ogni razza, lingua, nazione e religione che le migrazioni hanno portato in mezzo a noi, condividendone attese e speranze e spezzando con loro il pane della Verità e della Carità,, aiuterà le nostre Chiese ad essere testimoni più coerenti del proprio Maestro che le precede e le chiama sulle vie della missione, facendosi lievito nella società italiana di nuovi e più rispettosi rapporti di accoglienza, solidarietà e dignità che impegnano sulle vie della giustizia e della pace.

(Inform)


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