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INFORM - N. 39 - 26 febbraio 2003

Franco Narducci (CGIE): Economia svizzera, parabola discendente

ZURIGO - Un vero e proprio terremoto, un martedì nero dell'economia svizzera: Swiss annuncia il licenziamento di 750 posti di lavoro, Credito Svizzero (settore bancario) 1250 e Clariant (chimica) 1750, che si aggiungono ai licenziamenti decisi nei mesi scorsi. Occupazione in pericolo per molti lavoratori italiani.

La Svizzera perde terreno", "Addio all'isola svizzera del benessere", "Un decennio gettato al vento": sono soltanto alcune delle espressioni preoccupate che negli ultimi mesi hanno occupato gli spazi nei media ed hanno animato il dibattito anche in talune Commissioni confederali. I toni allarmati e allarmanti, le tavole rotonde e le conferenze hanno risvegliato le attenzioni che sonnecchiavano nonostante i continui richiami lanciati - spesso con veemenza - dai sindacati, che oltre a denunciare l'erosione del potere d'acquisto dei salari negli anni '90 hanno sollecitato ripetutamente il Governo e le Istituzioni, invitandoli a battere nuove piste per combattere il rallentamento dell'economia. L'ondata di licenziamenti annunciata martedì scorso ha riproposto brutalmente il nodo delle prospettive economiche della Svizzera.

È innegabile che il rallentamento della crescita socio-economica non riguarda la sola Svizzera, bensì l'intera area OECD. È però altrettanto vero che la Svizzera si sia concessa negli anni '90 il lusso di convivere con il trend negativo che ha portato alla crescita zero, senza introdurre correttivi concreti per frenarne gli effetti dannosi.

Risalta in particolare il ruolo avuto dalla Banca Nazionale, schierata con forza a difesa della stabilità monetaria, e pertanto sempre pronta a stringere il rubinetto della crescita in coerenza con le proprie scelte. Abbiamo così avuto il costante apprezzamento del franco svizzero e le difficoltà crescenti delle industrie votate all'esportazione. Inoltre, il superfranco è stato come un invito a nozze per le imprese impegnate ad espandersi nel mercato globale. "Sovvenzionata" dall'inflessibilità della Banca Nazionale, l'economia svizzera è cresciuta con forza all'estero, soprattutto negli anni '90. Oltre 300 miliardi di franchi hanno preso così il volo verso altri lidi, creando un effetto occupazionale valutato oggi in oltre 1, 7 milioni di persone.

Le colpe, ad ogni modo, non possono essere addossate unicamente alla politica di stabilità monetaria protrattasi troppo a lungo. Un'altra miscela esplosiva ha influito negativamente sulla crisi del sistema economico svizzero: il combinato tra incapacità manageriali e arricchimenti indebiti. La gravità di quest'ultimo aspetto è provata anche dagli sforzi con cui i grandi gruppi stanno tentando - senza badare a spese - di rifarsi un'immagine.

"Creare fiducia", suonava grosso modo così il motto dell'ultimo Forum economico di Davos. Fiducia di cui le imprese hanno sicuramente bisogno, visto che per troppo tempo i loro manager hanno pensato soprattutto al proprio conto in banca e a quello degli azionisti. Tanto più il concetto del "Corporate Citizenship" sviluppato negli ultimi anni trova un terreno fruttuoso ad accoglierlo: le imprese - secondo tale concetto - sono simili a cittadini che esercitano diritti e doveri societari, ai quali si devono strettamente attenere nello sviluppo dei loro affari.

Questa consonanza o supposta identificazione con i cittadini ha portato i consulenti di alcune multinazionali a rinunciare a giacca e cravatta per indossare jeans e T-Shirt, oppure - come ha fatto la Siemens - alla costruzione di un campo per bambini affidati ad istituti. La Nestlè ha lanciato sul proprio sito Internet un codice di comportamento, che stabilisce le regole per l'arruolamento di un bambino come consumatore e nel contempo ne condanna lo sfruttamento commerciale.

Siamo di fronte a tentativi finanche lodevoli per uscire dalla serie dei grandi scandali degli ultimi anni. Il calcolo economico che tuttavia si nasconde dietro questa nuova filosofia non è nemmeno tanto nascosto e il Forum di Davos ha confermato quelle che erano supposizioni. Regalare computer alle università delle nazioni povere può rappresentare la mossa giusta per stabilire futuri rapporti commerciali, mentre il mecenatismo culturale è una buona piattaforma per i rapporti con una clientela importante. Società come la Nike o la McDonald's temono fortemente il boicottaggio dei consumatori e quindi si attrezzano per prevenirlo.

Insomma, l'appello ad una piena responsabilità etica dell'impresa è rimasto per ora tale. Siamo ancora in attesa che si scrivano le regole e si definiscano gli standards etici che dovrebbero far decollare lo sviluppo sostenibile. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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