* INFORM *

INFORM - N. 37 - 24 febbraio 2003

Da "Il Globo", Melbourne 24.2.2003

L’editoriale del direttore Nino Randazzo: "Si avverte un odore di magliari e pataccari"

MELBOURNE - Tappiamoci le orecchie per pochi minuti ai tuoni di guerra, per dedicare una breve riflessione a qualcosa d’altro che ci tocca più da vicino come italiani d’Australia. Si tratta del fenomeno, ormai stancante e in fase crescente, di certe "missioni" che arrivano dalla madrepatria per "evangelizzare i negretti" con conferenze, incontri, congressi, seminari a ruota libera sul tema di fondo standard: "La difesa degli italiani all’estero" (con la variante: "Alla scoperta degli italiani all’estero"). Siamo diventati, al limite dell’assurdo e del ridicolo, gli italiani più "scoperti" e più "difesi" del mondo (inclusi i compatrioti in Italia), forse, e senza forse, perché considerati, da una schiera di luminari itineranti, particolarmente deboli, indifesi, sprovveduti.

Sia chiaro che l’appunto non è diretto a enti pubblici e privati, istituzioni, legittimi organismi associativi e rappresentativi genuinamente radicati in Italia e operanti da lungo tempo in Australia, che, con servizi in forma continuativa e iniziative pratiche valide e sentite, tengono vivi legami di collegamento individuale e collettivo, tengono aperti canali d’informazione e scambi culturali ed economici, oltre a stimolare ricerche e dibattiti rilevanti alle realtà politiche e sociali del Paese d’origine e di quello d’adozione, all’essere insieme italiani e australiani.

Il problema (chiamiamolo meglio, "il guaio") nasce dalla proliferazione e lancio sul "mercato dei negretti" di associazioni, federazioni, confederazioni, sigle, personaggi, "congressi", programmi, fantasiosi quanto dispersivi e inutili o peggio, mai visti o sentiti prima. C’è un arrembaggio, selvaggio di chi lo fa e avvilente per chi lo subisce, alle sponde degli italiani nel mondo, che mal si concilia con quell’ordinato corso politico di ravvicinamento e integrazione nel contesto nazionale di alcuni milioni di cittadini aperto dalla concessione del diritto di voto all’estero. E, dal momento che alcuni dei nuovi "missionari" vantano in partenza coperture e appoggi ufficiali, veri o presunti, e avalli, espressi o sottintesi, di entità istituzionali, mal si concilia anche, l’arrembaggio in atto, con quell’economia delle risorse pubbliche italiane alle quali tutte le parti politiche e gli organi di vigilanza statutari fanno continuamente appello. Come? Si piange miseria e si lesinano i fondi ai consolati costretti ad offrire servizi sempre più inadeguati, si riducono i contributi per l’insegnamento e la diffusione di lingua e cultura italiane, si ignorano totalmente sul piano economico le necessità brucianti di masse in aumento di anziani emigrati di prima generazione, si contano i centesimi ai pensionati italiani all’estero, e poi si trovano risorse per foraggiare partecipanti ad affollate gite turistiche transoceaniche in nome di organizzazioni che, anche quando millantano più aderenti di tutti gli iscritti all’AIRE, sono dei fantasmi nel mondo dell’emigrazione?

Viene, pertanto, da chiedersi: cosa ci sta a fare un Ministero degli Esteri, e soprattutto cosa ci stanno a fare un Ministero per gli Italiani nel Mondo, un CGIE, un coordinamento Stato-Regioni, se non riescono ad accorgersi e frenare un fenomeno del genere, che poi spesso nelle sue manifestazioni danneggia l’immagine dell’Italia agli occhi delle autorità e degli osservatori nel Paese d’accoglimento ed agli occhi degli stessi emigrati e dei loro figli? Finora abbiamo denunciato, stigmatizzato (e lo ha fatto espressamente anche l’ambasciatore Volpicelli, come abbiamo più volte riferito su questo giornale) certe "missioni economiche" regionali, provinciali, comunali, che si sono presentate in Australia con quattro bottiglie di vino, tipici dolcetti artigianali, ampolle d’olio, vasetti di conserve e sottaceti, e al più un paio di fisarmoniche e chitarre e coro di qualche gruppetto folk al seguito. Adesso potrebbe essere peggio, con "missioni" dai programmi faraonici, privi d’ogni sostanziale legame con la realtà di questa comunità. Senza contare che ogni vuota e fallita iniziativa del genere lamentato incrementa il rigetto, l’indifferenza, lo scetticismo in quelle categorie, di espatriati di prima generazione e di oriundi, che si vorrebbe recuperare all’apprezzamento dei richiami e dei valori italiani.

Tutti ricordano la razza, ormai scomparsa, dei patetici magliari che rifilavano ai nostri emigrati "stoffe d’occasione", capi d’abbigliamento d’infima qualità, patacche ed ogni genere di mercanzia di dubbia provenienza e più dubbia durata, razza affine ai "vù cumprà" dell’Italia odierna. I nuovi magliari sono molto più smaliziati e sofisticati: riescono a vendere, e in più farsi "pagare" per misteriose vie, non paccottiglia che è pur sempre qualcosa di tangibile, ma, letteralmente, fumo. E se un giorno si dovesse appurare che anche dalle pieghe di bilanci istituzionali escono fondi pubblici per alimentare all’estero iniziative di millantatori, imbonitori, magliari e pataccari, di cui si avverte distintamente l’odore, sarebbe un triste passo indietro nel cammino verso una maggiore consapevolezza e valorizzazione dell’italianità nel mondo.(Nino Randazzo-Il Globo/Inform)


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