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INFORM - N. 34 - 19 febbraio 2003

Gandhi e le Missioni

Alcune riflessioni retrospettive a margine del Convegno migratorio e missionario di Castelgandolfo

ROMA - Sono di estremo interesse, e per il confronto con l’oggi diremmo di tutta attualità, le ostilità preconcette, irriflessive, del primo Gandhi - annunciava il movimento della nonviolenza poco avanti la Prima Guerra Mondiale - alle missioni cristiane, precipuamente le cattoliche, in India. Immediatamente le aveva classificate strumenti collaterali dei poteri coloniali.

Nel 1934 il Mahatma (La Grande Anima) chiude la prima fase della campagna nonviolenta per l’indipendenza dal dominio inglese e si ritira nei villaggi per l’azione agraria di educazione popolare. Le missioni cominciano a spargersi nei villaggi. Per Gandhi sono come il fumo negli occhi; ma si accorgerà presto che non sono calate dall’alto, imposte dall’estraneità occidentale. Specialmente dalla nascita dell’Unione Indiana, la più grande democrazia del mondo, hanno evoluto in tutt’altro senso che del colonialismo. Sono più numerose e fiorenti, quasi completamente nutrite ormai da vocazioni, impegno, energie indigene. L’apporto indiano ha del resto rifluito generoso, proprio e peculiare nella Chiesa universale durante e dopo il Concilio Vaticano II. Una testimonianza palmare ci viene dalle missioni salesiane nell’India del Sud, segnatamente nelle aree di Madras e di Vellore, quasi completamente nelle mani di sacerdoti indiani, figli fedelissimi di Don Bosco ma figli ugualmente autentici del grande Paese asiatico. Le missioni cattoliche come le opere caritative cattoliche (basti pensare a Madre Teresa) si distinguono per la varietà e duttilità di adattamento ed inserimento nella società locale.

Ma ritorniamo un momento al Gandhi degli anni ‘30. Egli ora critica l’industrializzazione e la modernizzazione tecnica nella campagna. Si mette a predicare il villaggio-unità autogestito, la comunità locale tanto sufficiente a se stessa quanto collocata e sostenentesi nella grande rete di villaggi di vita che copra tutta l’India, che condizioni, prevalga sulle città mastodontiche. Il villaggio è anche una idea cardine. Basta contenersi e saper godere dell’essenziale – egli dice – del mangiare, del bere, del vestire e del vivere quotidiano. Tutte queste cose sono alla portata di mano del produrre e dell’usufruirne nel villaggio. L’arte del goderne insegnata ai più, alle popolazioni, è l’arte della moderazione. Qui Gandhi attacca il pansessualismo delle società occidentali che è il segno più eloquente, la sublimazione, della sete irrefrenata dei profitti e dei consumi. La vita di relazione e la famiglia ne sono frantumati. Lancia il grido della continenza, del dominio coscienziale ed etico di ciascuno su se stesso. Si avvertono in Gandhi alcuni dei motivi di Porto Alegre, degli anti-global, non tutti, certo, non quelli della virtù della continenza. Siamo ora nell’India indipendente, ma si riaccendono le critiche di Gandhi alle missioni, le cattoliche in testa. Sanno troppo di romanità e di latinità. Non sopporta i "residuati etno-linguistici" ed il giuridicismo romano della Chiesa Cattolica, non ammette che si tratta di fattori storici, occasionali e pratici, secondari e transeunti, perderne dei vecchi ed acquisirne dei nuovi non è né essenziale né drammatico. Altrettanti propri ed originari l’Occidente europeo di matrice greco-romana ne ha perduti assumendone altri dall’ebraismo. Quanto di ebreo semita non è entrato nel mondo latino senza che questo si sia sentito impoverito e defraudato?

Ma Gandhi scambia lettere con Tolstoi del quale sposa l’evangelismo puro, anarchizzante nonviolento. Teme sempre che le religioni diventino istituzioni, perciò non risparmia neppure l’Induismo, da cui però non ha voluto separarsi, ma di cui ha combattuto le ali estreme intolleranti, l’inconciliabilità con i musulmani (è stato ucciso da un giovane indù fanatico) e la intoccabilità nei rapporti tra le caste. Ma il sistema delle caste rimane in India come mezzo ed istituzione di identità di ogni individuo accolto e protetto da una coscienza di far parte di un tutto umano ma determinato che lo coinvolge. Gandhi combatteva il non rispetto tra persone di caste diverse e non l’appartenenza di casta, e la intoccabilità come attentato permanente alla dignità personale.

Il tormentato itinerario della sua lunghissima lotta politica e morale, coerente con l’imperativo della nonviolenza, non ha mai smentito la natura profondamente religiosa del Mahatma. Fisso sulla Gita, uno dei testi sacri dell’Induismo, egli si esprime in preghiera: "Oggi la Gita è la mia Bibbia, il mio Corano, e più ancora è mia madre; quando sono in difficoltà o angosciato cerco rifugio nel suo seno; è essa che ci esorta a rifugiarci nel Signore; la sua porta è aperta a chiunque bussa". Vi si avverte anche una certa rilettura del Vangelo cristiano.

L’evoluzione morale e religiosa delle popolazioni, al di là della stessa problematica sociale e politica, in relazione con le dimensioni ormai planetarie delle migrazioni, riceve molte luci e chiavi di risposta dalla immensa vicenda gandhiana. Il Convegno di Castelgandolfo del 25-28 febbraio, promosso dalla Fondazione Migrantes, dall’Ufficio Catechistico Nazionale e dall’Ufficio Nazionale per la Cooperazione tra le Chiese, porta un titolo dagli echi molteplici che ci trasferiscono anche nell’India di oggi e di ieri: "Tutte le genti verranno a Te. La Missione ad Gentes nelle nostre terre". (Alberto Marinelli-Inform)


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