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INFORM - N. 33 - 18 febbraio 2003

Franco Narducci (CGIE): le minacce di guerra opprimono l'occupazione e l'economia svizzera

ZURIGO - Nessuno ha la sfera di cristallo per presagire cosa succederà nelle prossime settimane, ma è certo che la guerra preventiva inscenata dagli Stati Uniti d'America contro l'Iraq, oltre a rafforzare drammaticamente le contrapposizioni con l'Islam e il pericolo di attentati terroristici, sta mettendo in ginocchio le economie di intere regioni. Le possibilità di guerra, vendute giorno per giorno come fossero hamburger ma propalate in modo estremamente mirato, hanno inferto un ulteriore colpo alle già deboli speranze di ripresa dell'economia mondiale e fanno presagire il peggio per i prossimi mesi.

Sul nostro pianeta spira un vento gelido e le voglie egemoniche degli americani - oltre a gettare, senza nessuna legittimazione morale, un intero popolo nel dolore, nella disperazione e nella miseria - stanno frantumando le residue possibilità di sviluppo di quei Paesi che fanno affidamento sulla stabilità dell'economia mondiale per tentare di uscire faticosamente dall'arretratezza e dalla povertà più buia.

Infatti, le conseguenze negative che le minacce di guerra scaricano sulle economie dei Paesi più industrializzati hanno un effetto moltiplicatore, in senso negativo, sulle nazioni povere agganciate al treno di quelle ricche.

I danni prodotti per la crisi con l'Iraq sono già enormi e le paure scatenate dalla guerra preannunciata da mesi dagli Stati Uniti d'America hanno provocato ovunque costi pesanti per le economie e per il mercato del lavoro. In Svizzera si calcola che esse abbiano generato finora almeno 10'000 disoccupati e perdite per mezzo miliardo di franchi. In Svizzera, a partire dal mese di ottobre 2002, il numero dei senza lavoro è aumentato di 30'000 unità, facendo salire il livello complessivo della disoccupazione a 140'000 inattivi. Le cause di questo rapido aumento della disoccupazione e del peggioramento della già travagliata situazione congiunturale sono imputabili alla guerra preventiva all'Iraq che gli Stati Uniti hanno annunciato da mesi.

Dalle statistiche elaborate dal segretariato di stato per l'economia (seco), si desume che i costi diretti di 10'000 disoccupati ammontano a mezzo miliardo di franchi in un anno, costi che includono le indennità giornaliere, i costi amministrativi e i costi dei programmi di rioccupazione e di formazione professionale.

Poi si devono aggiungere i costi indiretti, determinati invece dai minori consumi, dalle minori entrate che fluiscono nelle assicurazioni sociali, ecc. Inoltre, un tasso di disoccupazione elevato ha un effetto psicologico fortemente negativo che frena i consumi e condiziona pesantemente le decisioni delle imprese sul versante degli investimenti.

Non è certamente la prima volta - e la storia ce lo insegna - che la politica gioca senza esitazioni con la paura e con la (in)sicurezza per ridefinire assetti che determinano nuovi scenari economici. Ne dobbiamo essere consapevoli e sperare che un minimo di assennatezza possa illuminare il popolo americano e soprattutto l'amministrazione Bush. Ed anche le vecchie civiltà europee, che possono e debbono fare molto di più per evitare la tragedia umanitaria che si profila all'orizzonte. Dobbiamo credere - e sperare - che nemmeno gli Stati Uniti d'America stessi possano difendere a lungo i motivi (armi di distruzione di massa e quant'altro) addotti per scatenare una guerra che in Iraq equivarrebbe all'omicidio in massa di tanti poveri innocenti.

Anche da Berna - nella più imponente manifestazione che si ricordi - è stato lanciato un grane appello contro tutte le guerre e tutte le dittature. Non si può ignorare la voce dei milioni e milioni di uomini e donne che hanno invaso le strade di tutto il mondo per invocare la pace - senza se e senza ma - come bene supremo al di sopra di ogni scelta. (Franco Narducci, Segretario Generale del CGIE)

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