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INFORM - N. 32 - 17 febbraio 2003

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

Argentina: capirne la crisi non è solo un esercizio di solidarismo

ROMA - Figuratevi se possiamo essere noi come sindacati, patronati e organizzazioni sociali in generale a sottovalutare problemi come quelli del costo della vita, dei livelli salariali e delle pensioni, dell'assistenza socio-sanitaria e, insomma, di tutta la gamma tematica che coincide con la nostra stessa ragione d'essere e con la necessità di difendere gli interessi primari della gente che rappresentiamo, sia sul territorio nazionale che nei paesi di emigrazione!

Ma il perdurare della crisi economica affacciatasi nel 2001, emblematicamente segnata dall'11 settembre e tuttora in atto, è ormai alle soglie di quella che si chiama recessione nel senso tecnico della parola. E' solo con operazioni di cosmesi contabile infatti che i bilanci economici dei paesi del cosiddetto Primo mondo, recano ancora il segno "più" dinanzi alle cifre del prodotto interno lordo. Dietro lo schermo pietoso della crescita zero c'è ormai il dato negativo dell'economia reale.

Sarebbe demagogico evocare l'immagine dell'Argentina (e la Provvidenza ci risparmi le prove che sta infliggendo a quel popolo amico e fratello). Ma basta pensare all'ansimante Giappone di oggi e confrontarlo al suo mito negli anni 80 quando dettava ricette di sviluppo invidiate dai manager di tutto il mondo o pensare alla locomotiva europea rappresentata dalla Germania fino all'epoca del cancelliere Kohl e raffrontarla con quella di adesso, per misurare la crisi dei tradizionali modelli di sviluppo e per comprendere la gravità della congiuntura che viviamo.

Non è questione di Iraq o di petrolio né di venti di guerra, tragici per ragioni ben più gravi di quelle economiche. La crisi riguarda il tramonto delle vecchie strategie di crescita. E si tratta di constatazioni impietose che si possono sentire ormai non solo a Porto Alegre, sulla bocca dei movimenti di protesta del Terzo e Quarto mondo, ma anche a Davos, nel cuore più esclusivo di un paese borghese e capitalista com'è la Svizzera. I nemici più pericolosi per tutti ormai, nel Nord e nel Sud del mondo, si chiamano deflazione e disoccupazione: due facce della stessa medaglia a seconda se vista dal lato del capitale o da quello del lavoro. Nemici che con la loro negatività che oscurano e relativizzano la stessa importanza del conflitto sociale distributivo classico, cioè quello che riguarda i livelli salariali e i livelli dello Stato sociale.

Ed ecco, in chiaro, il senso della riflessione con cui abbiano aperto questa nota. Bisogna che gli imperativi primari della crescita e dello sviluppo abbiano la priorità assoluta in questa fase. Il mondo non può più giocare in difesa, con i tagli di rami secchi (tipo Fiat?!), di occupazione, di risorse per il welfare e altre operazioni chirurgiche di tale genere a danno dei più deboli (famiglia Agnelli compresa, a questo punto, e sempre parlando in senso relativo). E non saranno i tagli neppure i più socialmente dolorosi a ridare competizione ai paesi del Primo mondo e tanto meno a quelli del Terzo e Quarto mondo, a fronte di un Secondo mondo, rappresentato oggi innanzitutto dalla Cina, e poi dall'India, che sono ormai i nuovi giganti dell'economia industriale di massa. E' questo lo scenario che "mutatis mutandis" accosta la crisi argentina a quella delle altre aree di un Occidente che comprende la "vecchia Europa" e la "vecchia Italia" e la nostra civiltà industriale e socio-economica. Il rischio è dunque quello di una crisi che trovi il suo moltiplicatore nella crisi degli stessi modelli culturali ed etici tradizionali dell'Occidente. Di qui l'urgenza di un colpo di reni delle nostre società.

Non consentiremo certo al pessimismo e al negativismo di insidiare la volontà e l'impegno attivo delle nostre organizzazioni sociali e del lavoro. Vogliamo invece dire che l'Argentina e i drammatici problemi del subcontinente americano sono più vicini di quanto sembri alle nostre situazioni, quelle europee e quella italiana. E trovare una via di uscita in avanti, per una nuova stagione di sviluppo e di crescita non è soltanto un'operazione di solidarismo più o meno generoso ma riguarda un dato di estrema concretezza per l’avvenire di tutti. (Corrispondenza Italia/Inform)


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