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INFORM - N. 19 - 29 gennaio 2003

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

Italiani nel mondo e "nuovi italiani" immigrati

ROMA - "L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne". Si chiama così un volume recentemente edito da "Il Mulino", che contiene uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche.

Per quanti, come noi del patronato Inas-Cisl, si occupano continuativamente di tali problematiche, non c’è in quello studio nulla che non si conosca, se non altro per "praticaccia quotidiana", quella "scienza" tipica di cui i vecchi sindacalisti ancora oggi si vantano e che deriva dallo stare dentro i processi, tastandone automaticamente il polso evolutivo. Ma non ci sfugge tuttavia la grande importanza di questa nuova attenzione che la cultura scientifica dedica a tali fenomeni, re-interpretandoli nella chiave attuale del mondo senza frontiere e della globalizzazione.

Ed è così che emergono subito non solo le storie e le memorie, ma anche le caratteristiche delle nuove migrazioni. Anzitutto la constatazione che dall’Italia si continua ad emigrare. Non solo le 100 mila partenze all’anno dal meridione (che ha investito l’11 per cento della popolazione), ma anche dalle Marche (6 per cento) e dal Friuli Venezia Giulia (13,8 per cento). Non solo emigrazione operaia come quella che si dirige ancora in Germania e che contribuisce a costruire, assieme ai polacchi, la nuova Berlino-capitale ma anche emigrazione intellettuale, ragazzi e ragazze laureate che, smentendo lo stereotipo di una borghesia iperprotettiva, attendista e comodona, non esitano a lasciare i luoghi di nascita, sentendosi a pieno titolo cittadini d’Europa e del mondo.

Si fa spesso e con fondamento razionale innegabile il ragionamento sulle risorse umane che si depauperano proprio in quelle zone del Paese che più avrebbero bisogno dell’energia motrice di nuove e giovani classi dirigenti.

Ma questa è solo una faccia della medaglia: quella positiva sta nei processi di integrazione-internazionalizzazione che investono le società in movimento. Le comprensibili paure che accompagnano i processi della mobilità umana nel mondo andrebbero difatti sempre letti nella loro complessità. E basti solo un dato in questa direzione: il successo scolastico che caratterizza i bambini e gli adolescenti figli di immigrati asiatici o latino-americani o est-europei nel nostro Paese. Crescano nuovi italiani nelle nostre aule: linfa vigorosa non certo per chi sa quali superiorità razziali, ma solo perché spinta da quella vitalità che nel corso del ‘900 ha prodotto, negli USA o in Canada o in Australia, quelle seconde e terze generazioni di oriundi italiani che innervano i parlamenti o le economie o le università del Nuovo mondo.

È aperta in questi giorni a Roma, al Vittoriano, una mostra sulla "Identità italiana nel mondo attraverso l’emigrazione". Anche questo è un buon segnale. Non per esercizi retorici né sugli italiani che "hanno sfondato" né sulla valigia di cartone cara alla pubblicistica strappacore. Fa bene invece alla salute civica di molti connazionali (una minoranza ma tuttavia imbarazzante) ricordare ciò che sulla Bibbia è scritto da tremila e passa anni: tenete a mente che anche voi foste stranieri in Egitto! E la nostra fu emigrazione di speranza di riscatto non solo dalla miseria, ma pure dalle persecuzioni, anche politiche e razziali, come lo è quella degli immigrati che scelgono il Belpaese e che rappresentano tutt’oggi soltanto il 3 per cento della popolazione, a fronte del 7 per cento della stessa media in Europa.

Si cita spesso il dato dei 60 milioni di oriundi italiani nel mondo, la cosiddetta Altra Italia, discendenti di quei 26 milioni di connazionali che tra il 1876 e il 1980 emigrarono all’estero. E oggi è bello, ma anche utile, constatare che la nostra lingua (e la nostra cultura e i nostri prodotti di qualità) gode di buona salute sia presso chi riscopre la voglia e l’orgoglio delle radici, sia presso altri gruppi etnici (il 40 per cento dei partecipanti ai corsi di italiano non sono neppure oriundi).

Guardare ai fenomeni migratori con occhi spregiudicati e disponibili alle sfide dell’avvenire. Questo dunque il messaggio che va colto e ritrasmesso da studi e indagini come quelli del Cnr. Un messaggio che nell’Inas-Cisl trova una naturale risonanza attiva in ognuno dei nostri uffici, nei Paesi di emigrazione italiana e sul territorio dove accogliamo o diamo assistenza ai lavoratori immigrati e alle loro famiglie. (Corrispondenza Italia/Inform)


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