* INFORM *

INFORM - N. 16 - 24 gennaio 2003

Una nota dall’Australia di Marco Fedi (Comitato di Presidenza del CGIE)

Chi costruisce la guerra?

MELBOURNE - La notizia dell’invio delle truppe australiane sul fronte iracheno ha distolto, solo per qualche ora, l’attenzione di giornalisti ed opinione pubblica dagli incendi, dal cricket e dal tennis. Il Primo Ministro, con tutta la maggioranza di centro destra, è riuscito nella costruzione - silenziosa ed astuta - di un intervento militare senza precedenti dai giorni del Vietnam. Senza dibattito parlamentare e senza discussione nel Paese. L’Australia affiancherà gli Stati Uniti in una fase preparatoria che è ben lontana dalla ricerca di "ogni possibile via alla pace" e che punta all’intervento unilaterale, anche se il Primo Ministro Howard ha chiesto più tempo per gli ispettori della Nazioni Unite.

Matura intanto nell’opinione pubblica australiana la convinzione della necessità del mandato delle Nazioni Unite: dalla RSL (Returned Soldiers League) arrivano indicazioni in tal senso. Dai sondaggi arrivano indicazioni forti - oltre il 70 per cento sarebbe contrario all’invio di truppe senza mandato ONU. L’opposizione laburista, con il sostegno dei Verdi e dei Democratici, non usa mezzi termini: questa decisione è sbagliata e deve essere discussa al più presto in Parlamento.

La discussione avrà conseguenze politiche ma non pratiche: nel sistema istituzionale australiano è, infatti, il Governo che decide l’invio di truppe, sia di pace che di guerra. Aumenta intanto, con la protesta dei cittadini, anche la distanza politica dalla riflessiva Europa: da Kyoto, sul tema dell’ambiente, al trattamento dei richiedenti asilo, sui diritti umani, fino all’intervento in Iraq, sul tema della pace, è stato un crescendo di posizioni pro americane. Eppure questa Australia aspirava ed aspira ancora ad un posto nel consiglio di sicurezza dell’ONU. Questa Australia propone ancora oggi accordi in ambito GATT (General Agreement on Trade and Tariffs) ed in politica ambientale crede nella necessità di fissare livelli più bassi d’inquinamento, almeno in politica interna. L’azione diplomatica deve intensificarsi e l’Unione europea, con i singoli Paesi che la compongono, deve riprendere una forte azione politica e strategica nel Pacifico, in Asia ed in Oceania. Intanto per i cittadini aumentano incertezza ed insicurezza.

"Be alert, not alarmed" - siate vigili ma non allarmati - questo lo slogan al centro della campagna avviata dal Governo federale australiano, durante una delle più calde ed infiammate estati australiane, con in mente la preoccupazione di un possibile attentato terroristico. Sui principali quotidiani australiani, attraverso radio e televisione, l’annuncio ricorda i valori della società australiana: tolleranza, democrazia e rispetto delle diversità. Tutto a rischio a causa del terrorismo! Quindi la lotta al terrorismo è necessaria per salvaguardare l’Australian way of life - il modello di vita australiano.

Le misure da adottare non sono specificate nell’annuncio, che rimanda invece ad una successiva campagna che darà indicazioni pratiche sui modelli di comportamento. In altre parole un "essere sospettosi" senza causare sospetto, essere guardinghi senza guardare troppo, cercare l’insolito senza avere idea di cosa sia solito per culture diverse da quelle dominanti: insomma fare tutto ciò che normalmente fanno i cittadini, accentuandolo, rendendo quest’azione di controllo democratico una sorta di stimolo di carattere psicologico, nel bel mezzo di una campagna anti-terroristica che deve avere un effetto anche nei quartieri, nei sobborghi alberati e sonnolenti di queste metropoli australiane.

L’unico risultato, fino ad ora ottenuto dalla campagna pubblicitaria, è stato quello di far aumentare il numero di falsi allarmi, di denunce ed inutili perdite di tempo da parte delle forze dell’ordine. Interessante invece l’indagine universitaria sul tema della sicurezza da cui traspare, con drammatica evidenza, l’incertezza e la paura di una società che è multiculturale solo in superficie. Una giusta e legittima domanda traspare: da cosa dobbiamo salvare le nostre società? Se la lotta al terrorismo è di tutta la società e delle sue istituzioni, tutti i cittadini concorrono all’obiettivo della lotta all’eversione e della denuncia delle azioni criminali. Il terrorismo – interno ed esterno – può essere sconfitto solo da questa convinzione. La preoccupazione che si possa, in qualche modo, compromettere il nostro modello di vita emerge invece dalla convinzione di alcuni che le nostre società – prese dalla paura – potrebbero reagire con misure che limitino le libertà dei cittadini. A questa domanda le risposte non sono ancora arrivate. Si moltiplicano intanto gli appelli per la pace. Dopo l’Associazione dei medici, gli insegnanti hanno fatto sentire la propria voce: capovolgendo lo slogan governativo in un "siamo allarmati e vigili" ma contro la guerra. (Marco Fedi-Inform)


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