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INFORM - N. 12 - 20 gennaio 2003

RASSEGNA STAMPA

Corriere della Sera, 19 gennaio 2003

Frattini: "Un dovere restare fedeli alle scelte delle Nazioni Unite"

ROMA - La prima intervista da ministro degli Esteri Franco Frattini preferisce concederla nell'informalità del suo appartamento romano: qui posso preparare meglio l'incontro che avrò martedì con Colin Powell - spiega - i miei gatti sono silenziosi e anche il telefono squilla di meno. L'uomo si conferma semplice e serio come l' ambiente che lo circonda, gran lavoratore come hanno scoperto i diplomatici più solerti che di norma lo vedono arrivare alla Farnesina ogni mattina alle otto. "Sono salito su un treno in corsa e non ho l'abitudine di rallentare", aggiunge Frattini riferendosi alla continuità con il lungo interim di Silvio Berlusconi. Gli eventi mondiali, infatti, non danno tregua. A cominciare dalla crisi irachena.

D. Signor ministro, lei è in partenza per gli Usa. Come illustrerà la posizione italiana al collega Colin Powell?

R "Nella questione irachena la linea dell'Italia si basa su due pilastri. Il primo è che noi siamo portatori di una cultura della tolleranza e del ripudio della guerra. Il secondo è che dopo l'11 settembre siamo fortemente impegnati in una coalizione internazionale contro il terrorismo e per la sicurezza. Ne deriva una sintesi coerente: abbiamo di fronte una dittatura che da molti anni sta mettendo in forse la credibilità dell' Onu violando le sue risoluzioni, esiste il legittimo sospetto che Saddam nasconda ancora molte cose agli ispettori, e perciò nostro dovere è di rimanere fedeli in ogni caso alla posizione che le Nazioni Unite assumeranno. Perché se l' obiettivo del disarmo dell'Iraq venisse mancato, ne soffrirebbero anche i nostri valori positivi di rigetto della forza. Dunque, se è chiaro che l'Onu rimane l'ambito giusto per la soluzione del problema, dobbiamo seguire con attenzione anche le nuove prove che Powell annuncia, dobbiamo valutare la relazione che gli ispettori faranno il 27 gennaio, non possiamo dire sin d'ora "no comunque" a una soluzione militare eventualmente decisa in ambito Onu. Il punto più importante, oggi, è invece che Saddam Hussein modifichi il suo atteggiamento verso gli ispettori passando a una forma di cooperazione attiva. E' lui a dover fornire la prova sull'inesistenza attuale di armi di sterminio, doveva essere lui per primo a indicare le testate chimiche vuote trovate dagli ispettori, non basta dire andate pure e cercate. Altrimenti gli ispettori non finirebbero mai il loro lavoro".

D. Lei conferma l'auspicio di Berlusconi sulla concessione di più tempo alle ispezioni dell' Onu?

R. "Io credo che si debba dare agli ispettori il tempo che loro stessi riterranno necessario. Non può essere la comunità internazionale a dire che gli ispettori non sono credibili. Dunque gli scenari sono due: che gli ispettori, anche sulla base dei nuovi elementi attesi dagli Usa, ritengano utile il proseguimento del loro lavoro al di là del 27 gennaio; oppure che la relazione al Consiglio di Sicurezza chiuda la partita denunciando le inadempienze di Saddam. Evidentemente le conseguenze politiche e militari delle due ipotesi sarebbero del tutto diverse, ed è per questo che occorre attendere e verificare. Sono ragionamenti che naturalmente farò anche a Colin Powell, così come gli chiederò notizie sui nuovi elementi di cui gli Stati Uniti dispongono per provare l'esistenza in Iraq di arsenali vietati".

D. Si arriverà a una decisione condivisa, non prevarrà la fretta americana dettata dal calendario delle condizioni meteorologiche in Iraq?

R. "Per quanto riguarda l'Italia noi abbiamo posto due paletti: il primo è quello che ogni decisione venga presa nell'ambito Onu, il secondo è l'impegno già assunto dal governo che qualsiasi scelta sarà esposta e discussa in Parlamento. E' vero che il calendario può creare un problema, che potremmo trovarci a marzo o ad aprile con il tempo scaduto. Ma proprio per questo è essenziale ottenere subito da Saddam una collaborazione più attiva con gli ispettori, disporre in tempo utile delle informazioni necessarie e decidere poi alla luce dei fatti. Nel Consiglio di Sicurezza siedono ora quattro Paesi europei, noi siamo in stretta consultazione con tutti loro e credo che tutti concordino su questa impostazione al di là delle differenze che per esempio ci separano dalla linea tedesca. Quanto agli americani, togliere a Saddam l'alibi del tempo che passa è anche interesse loro: l'opinione pubblica Usa, come le altre, deve essere convinta che una eventuale azione militare sarà l' estrema ratio, l'ultimo passaggio di una serie di tentativi non riusciti per evitare la guerra. Oltretutto ciò sarebbe utile anche per la Russia, che guarda con molto scetticismo all'ipotesi bellica".

D. Lei ha ricordato che ci sarà un dibattito in Parlamento. Cosa si aspetta?

R. "Auspico un voto bipartisan nell'interesse della credibilità dell'Italia come membro di una coalizione. Il voto bipartisan ci fu dopo l'11 settembre, poi sull'Afghanistan abbiamo purtroppo constatato una divisione nell'opposizione. Io mi limito a ricordare che quando l'odierna opposizione era al governo essa ha sempre invocato l' Onu come attore principale di ogni tipo di iniziativa, e perciò sarebbe assai strano che domani venisse negata alla stessa Onu una capacità di legittimazione. Qui sono in gioco la credibilità dell' Onu e la credibilità dell'Italia come Paese: il mio appello all'opposizione è che le logiche nemmeno di partito, ma di correnti di un partito, lascino il posto a una logica di interesse nazionale".

D. Gli americani non ci hanno chiesto di partecipare direttamente a una eventuale azione armata contro l'Iraq. Ma talvolta esiste un interesse nazionale e sovrano ad essere presente...

R. "In linea di principio lei ha ragione. Per essere protagonisti di un'azione giusta, se questa si renderà necessaria come è accaduto per esempio in Afghanistan o prima nei Balcani, bisogna esserci. Esistono però anche le difficoltà oggettive, noi abbiamo quasi diecimila militari impegnati all'estero e questo viene ampiamente apprezzato. La nostra cultura ci ha portati a non essere una potenza militare, sicché oggi offriamo la qualità più che la quantità. Valga l'esempio degli alpini in partenza per l'Afghanistan, esplicitamente richiesti. Dell'Iraq si discuterà, se del caso, prima nel governo e poi dinanzi al Parlamento".

D. A proposito degli alpini in Afghanistan, non le sembra che l'opinione pubblica italiana sia stata mal preparata ai particolari rischi della loro missione?

R. "E' possibile che l' opinione pubblica non sia pienamente consapevole del tasso di rischio cui vanno incontro i nostri soldati Ma il punto cruciale è informarla anche del valore civico e istituzionale della loro missione a sostegno del fragile governo post-talebano. Sono d' accordo che questa carenza andrebbe corretta. Ma tenendo insieme i due aspetti, altrimenti nessuno capirebbe".

D. Ministro, in campo europeo l'Italia propone un rilancio di solidarietà tra i Paesi fondatori. Tuttavia sulle riforme istituzionali questo gruppo è diviso al suo interno e intanto i franco-tedeschi trovano compromessi tra loro: non stiamo per caso esprimendo una eccessiva prudenza mediatrice in vista della presidenza di turno che ci attende dal prossimo luglio?

R. "Non credo che l'Italia soffra di un ritardo propositivo. Gianfranco Fini ha avanzato idee molto concrete in sede di Convenzione. Citerò la personalità giuridica dell'Europa, il principio del controllo della sussidiarietà, la necessità di inserire la Carta dei diritti nel Trattato costituzionale, il principio secondo cui le tre istituzioni Parlamento, Commissione e Consiglio devono essere tutte rafforzate senza che alcuna di esse rimanga indietro. Un altro tassello, la semplificazione della normazione comunitaria, è venuto da Giuliano Amato nella sua qualità di vicepresidente della Convenzione. Detto questo l'Italia, mentre si prepara a un semestre di presidenza nel quale si aprirà e io spero si chiuderà la conferenza intergovernativa, deve prepararsi a coagulare il massimo consenso possibile. Io credo allora che sarebbe sbagliato da parte italiana dichiarare oggi preferenze controverse, benché su alcuni punti, prendiamo la durata delle presidenze oltre l'attuale semestre, la posizione italiana sia chiara e risaputa. In questo spirito abbiamo preso l'iniziativa in sede politica di incoraggiare tra i Paesi fondatori un dialogo rafforzato. Il che non vuol dire sottrarre il dibattito alla sede istituzionale che è la Convenzione, e nemmeno escludere altri Paesi come ho avuto modo di dire al collega britannico Straw. Il nodo resterà comunque il rapporto tra Consiglio e Commissione, questo lo sappiamo bene".

D. E su questo nodo quali pensieri sta facendo l'Italia?

R "Di fronte ai dissensi esistenti, io credo che se riuscissimo ad avere un presidente del Consiglio eletto al suo interno e magari con una ratifica del Parlamento europeo, e un presidente della Commissione non eletto direttamente dal Parlamento europeo bensì eletto dal Parlamento nell'ambito di una rosa formulata dal Consiglio, si avrebbero due soggetti forti ma con una giusta separazione tra organismo propulsivo dell'indirizzo politico (il Consiglio) e organismo esecutivo (la Commissione). Diverso è il caso della politica estera europea che deve avere un interprete unico, dotato perciò di un doppio cappello ma sempre esecutore delle strategie delineate dal Consiglio. Poi serve una forte legittimazione dal basso di un simile percorso: va potenziato il ruolo dei parlamenti nazionali, ma soprattutto sono favorevole a un referendum popolare sul Trattato costituzionale, non obbligatorio ma auspicabile in tutti i Paesi. Credo che l'Italia debba dare il buon esempio. L'Europa può e deve nascere con il consenso dei suoi popoli".

D. Il Presidente del Consiglio Berlusconi rivendica l'indirizzo generale della politica estera italiana. Lei si sente un ministro dimezzato?

R. "Nemmeno per sogno. Io conosco bene le istituzioni, so che la politica estera è espressione di una linea collegiale del governo e che il presidente del Consiglio ha funzioni di indirizzo. Mi sento perciò un interprete spero intelligente di una linea condivisa, il che, lungi dall'indebolirmi, mi rafforza".


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