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INFORM - N. 10 - 16 gennaio 2003

Aldo De Matteo su Finanziaria, riforme Comites e CGIE e voto all’estero

"In emigrazione i partiti facciano un passo indietro per valorizzare quanto emerge dalla società civile"

ROMA - L’auspicio che in emigrazione i partiti facciano un passo indietro è una vecchia idea di Aldo De Matteo, che evidentemente risale alla sua militanza aclista ma che ha espresso coerentemente anche nel corso della sua attività politica e parlamentare. A De Matteo, componente del CGIE, segretario generale e membro dell’esecutivo internazionale del Movimento Europeo, abbiamo rivolto alcune domande sui temi più attuali che riguardano gli italiani all’estero.

La legge finanziaria ha tenuto col fiato sospeso l’emigrazione, qual è il suo giudizio, tenuto conto delle difficoltà in cui la legge è stata approvata?

Mi anticipa parte della risposta in quanto sono pesate sui capitoli di bilancio dell’emigrazione, così come su tutti gli altri, problemi di compatibilità generali insieme a modalità e procedure che hanno complicato ancora di più le cose. Di fatto, però, il quadro delle richieste dell’emigrazione è stato accolto e, oggi, sono disponibili maggiori risorse. Il punto debole di tutta la vicenda, sempre per quanto concerne le nostre comunità all’estero, è la scarsa coscienza dei Deputati e dei Senatori delle conseguenze delle modifiche costituzionali approvate per assicurare l’elezione di una rappresentanza parlamentare dei nostri connazionali. Le modifiche causano una completa parificazione dei diritti. Si è sostanzialmente operato (e si opera) ignorando o non tenendo conto (con rischi anche di costituzionalità) dell’elemento più straordinario che ha interessato l’emigrazione lungo la sua lunga storia.

Il CGIE e il Ministro degli Italiani nel mondo quale ruolo hanno esercitato?

Il Ministro si è battuto con grande forza fino all’ultima possibilità denunciando apertamente nell’intervento al Senato i pericoli di una possibile discriminazione (Tremaglia l’ha definita "vergognosa discriminazione") soprattutto per quanto concerne le pensioni minime: corrispondere ai connazionali residenti all’estero la differenza tra 123,77 e 516,45 euro mensili per l’innalzamento del minimo pensionistico. Si tratta di un diritto che non poteva essere cancellato rimettendo in discussione, già alla prima occasione, la parità conquistata. Il risultato, comunque raggiunto con una complicata manovra parlamentare (emendamenti e sub emendamenti), su costante pressione del Ministro per gli Italiani nel Mondo, consente l’utilizzo di 60 milioni di euro.

Il CGIE ha fatto la sua parte. Forse è mancata una mobilitazione più ampia e incisiva, come è accaduto in altre occasioni. Non si possono disconoscere i benefici confermati dalla finanziaria. Prepariamo piuttosto le scadenze che dovremo affrontare: il rinnovo delle rappresentanze (Comites e CGIE) e le elezioni dei parlamentari.

A proposito di Comites e CGIE, quali novità si profilano?

Io sono favorevole ad approvare al più presto possibile la legge dei Comites e del CGIE con le modifiche più significative. Due elementi sono ineludibili: per i Comites occorre prevedere il voto per corrispondenza e definire il CGIE come "organo ausiliario dello Stato". Due modifiche che da una parte allargano la base elettorale introducendo un elemento qualitativo che vale anche in preparazione del voto politico, dall’altro assicurando un ruolo certo al parlamentino del CGIE nel nuovo quadro istituzionale che prevede la elezione di 18 parlamentari.

E quali le prospettive del voto all’estero?

M sembra che la prospettiva del voto sta determinando una corsa dei partiti che rischia di compromettere la tradizionale unità dei nostri connazionali. Di questo sono preoccupato. Dobbiamo avere la forza di proseguire sulla linea che ci ha portato a vincere la battaglia sul voto. Una "trasversalità buona" per dare all’emigrazione una rappresentanza vera e incisiva, capace di farsi carico dei problemi generali e di sostenere le "specificità" che permangono, come abbiamo constatato nell’approvazione della legge finanziaria.

I partiti hanno un ruolo insostituibile e se in emigrazione faranno un passo indietro per valorizzare quanto emerge dalla società civile, dimostreranno una capacità di rinnovamento oggi più che mai sentita dalla gente e dagli stessi partiti che rischiano (chi più chi meno) una deriva plebiscitaria. Le candidature devono essere espressione delle forze associative, delle presenze solidaristiche, degli istituti radicati nelle nostre comunità per evitare un processo degenerativo che l’uso dei media e la potenza economica potrebbero causare. Si tratta di non vanificare la rappresentanza dividendola in piccole appartenenze. Occorre cercare le formule più adatte tenendo conto che siamo di fronte alla prima votazione, con una norma che vieta giustamente ai non residenti all’estero di candidarsi. C’è nello spirito della legge una precisa indicazione da cogliere, su cui si deve riflettere prima di proporre aggregazioni che evocano un quadro vecchio nel pieno di una transizione istituzionale.

Il vento che comincia a spirare non mi convince e proprio per questo propongo di avviare un confronto per evitare incomprensioni e contrapposizioni pregiudiziali che ci presentano un modo di fare politica che in emigrazione pensavamo di aver superato definitivamente.

Questa proposta è fatta al buio, "sotto il velo dell’ignoranza" dal punto di vista dei risultati, ma risponde ad una vocazione delle nostre comunità ed all’esigenza di non compromettere un processo democratico sin dai primi passi. Dobbiamo evitare le contrapposizioni ispirate al piccolo cabotaggio e sostenere una rappresentanza non corporativa, di respiro internazionale, che può operare in modo prezioso sia sullo "specifico" dell’emigrazione che permane, sia sullo sviluppo di politiche che facciano tesoro delle esperienze multiculturali, multireligiose e multietniche di milioni di nostri connazionali. Siamo di fronte ad una grande sfida che non possiamo immiserire con "piccoli calcoli su piccolissimi numeri". (Inform)


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